Seminario controtransfert

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Aldo Costa
L’ULTIMA METAMORFOSI
CT e memoria. Il posto della nostalgia
In questa comunicazione tenterò di illustrare attraverso l’evocazione di un’opera letteraria (‘UNA GITA FANTASTICA’ di  MALOUF) una condizione della mente, evidenziatasi nel corso di una regressione verificatasi in un paziente in una fase avanzata dell’analisi,  coincidente con un’area prelinguistica. Campeggia in essa come in molti casi il risalto che può esser dato alla voce come fenomeno di confine : confine fra linguaggio e corpo;  ma alla sua periferia presero risalto i suoni, anche quelli disarticolati,  dell’ambiente.
E’ possibile che un opera letteraria entri nella reverie dell’analista ed accompagni l’ascolto delle associazioni del paziente allargandone il senso. Ciò mi è accaduto con il romanzo di Malouf, che peraltro si è prestato anche a soddisfare altre due funzioni : a) quella di una descrizione appunto di una regressione e della sua consistenza ed evoluzione attraverso una serie di movimenti psicodinamici sia nel campo privato del paziente sia sul piano della relazione analitica b) e proprio su quest’ultimo piano la sua possibilità di rappresentare un movimento controtransferale , guida per gli aspetti interpretativi dell’operare analitico e  snodo importante per il processo nella fase di elaborazione della condizione regressiva. Ciò premesso una quarta funzione è stata quella di permettere questa comunicazione che appunto insiste sul potere   evocativo come compenso alla esiguità del materiale clinico che non posso riferire in extenso per ragione di rispetto della privacy.
Ma dirò comunque qualcosa per sommi capi sulla movimentazione delle strutture difensive e delle variazioni delle diverse funzioni mentali a causa della regressione.
“Una integrazione soddisfacente  delle capacità relazionali dopo una crisi di identità aveva portato con l’analisi il paziente alla creazione di un valido rapporto affettivo e sentimentale.Il paziente aveva precedentemente compensato le sue sofferenze precoci con un nucleo narcisistico di cui una componente perspicua era una brillante cultura  che peraltro si era riflessa precocemente in analisi attraverso intellettualizzazioni che peraltro il paziente aveva  proficuamente abbandonato man mano che si era reso conto del loro valore difensivo e della  loro negatività rispetto al piano relazionale.Ciò nonostante alcune complesse circostanze traumatiche, che avevano operato una ferita narcisistica senza possibilità di facile recupero della posizione difensiva precedente, anche per l’emergenza delle sottostanti posizioni psicotiche infantili, avevano creato la regressione verso una condizione della mente  precedente l’instaurarsi del linguaggio.  Tale condizione vissuta con depressione e colpa e sul versante narcisistico con autodisistima e vergogna  aveva creato sul piano clinico  frequenti difficoltà nella  locuzione e nella espressione verbale, ma con l’intermittenza di fasi  estremamente ricche di una raffinata capacità rappresentativa   immaginativa e visiva alimentata spesso dall’immaginario derivato dalla memoria di films.  Questa capacità era sostenuta dal recupero conoscitivo della componente libidica di una precedente tendenza ad operazioni scoptofiliche  integrate nella posizione narcisistica, con compensazione delle angosce di abbandono e di morte; componente libidica che la brillante intelligenza del paziente era riuscita a salvare dalla regressione mettendola al servizio dell’analisi i che arricchiva di racconti pieni di immagini e fantasie. Si protrasse invece a lungo il disturbo della espressione verbale e della comunicazione, con intermittenze spesso prolungate, mentre  prendeva risalto il piano preverbale della voce.
La sensibilità alle modulazioni della  mia voce si associò all’analisi di un mondo acustico che un giorno fu metaforicamente paragonato ad un universo contenente rumori spaziali interstellari. Quest’analisi trovava oltretutto sostegno nel fatto che la musica nella cultura del paziente aveva avuto un posto privilegiato sia nel senso della sua possibilità di esprimere sentimenti utilizzati per un rafforzamento  di posizioni identitarie positive sia perchè attorno ai suoni si erano espresse operazioni identificative precoci. Citerò a quest’ultimo riguardo quanto ha detto Rosolato in un lavoro sulla voce del 1974. E citerò ancora Rosolato a proposito della opposizione soffio vocale-suzione  : nel caso del mio paziente un sogno dove  il paziente non riesce a  fare  uscire un suono dal clarinetto mentre un alterego riesce con il pianto ad esprimere la posizione depressiva precoce per un distacco dalla madre, avvenuto durante le fasi iniziali dell’allattamento. Nel sogno le associazioni chiarivano l’aspetto devastante  della separazione anche per l’innesto in una fase di forte immaturità  di una posizione edipica precoce. L’alterego capace di piangere, cioè di esprimere il dolore, era anche coinvolto nella gelosia che ricordava la posizione edipica precoce. Il legame iniziale di omosessualità sublimata con l’amico alteregoico adolescenziale aveva però permesso   di poter vivere   una capacità di sentire colpa per la sua precedente funzione di neutralizzazione del padre terrifico; egli era pertanto anche idoneo, come personaggio, ad accogliere la sua difficile posizione depressiva col pianto, ed essendo controfigura dell’analista anche con la parola.”
Ritengo che questa interpretazione di transfert sia stata corretta e ben accettata in quanto era stata sorretta dalla mia posizione controtransferale connessa anche alla mia reverie letteraria:  questa oltre a descrivere la condizione regressiva del paziente ben esprimeva infatti il processo di apprendimento nella relazione analitica dando risalto a quanto il paziente stesso ci può dire della sua e della nostra angoscia con i mezzi potenti anche se a volte primitivi  che sono a sua disposizione e latentemente disponibili ad essere ascoltati.
E’ questo il tema del romanzo di Malouf ‘Una vita fantastica’, invenzione poetica che si innesta su una biografia romanzata riguardante gli ultimi anni di vita dell’autore delle Metamorfosi Publio OVIDIO Nasone.
Per chi non ricordasse siamo poco più di 2000 anni fa nell’anno 8 d.C. Un editto di Cesare Augusto decreta la segregazione di Ovidio lontano da Roma a Tomi, una terra inospitale, vicino il Mar Nero, presso l’attuale provincia di Costanza in Romania. Incerta la ragione del provvedimento, forse la partecipazione ad uno scandalo di corte o invece l’attacco alla figura politico-culturale del poeta formalmente conformista, ma fondamentalmente non allineata alla cultura prevalente della seconda parte del periodo augusteo – Era essa una cultura governativa sostanzialmente manichea e restauratrice nei confronti di una religiosità intrisa di moralismo, con un attacco quindi all’erotismo che  è al fondamento delle prime opere del poeta, a es. l’Ars Amatoria,che era diventata come un vademecum dell’alta borghesia romana. I suoi libri vennero bruciati come fecero i nazisti nel novecento tacciando di corruzione capolavori dell’arte e del pensiero. Se una forzata dicotomia sembra creata da alcune opere più tardive, ad es. i  Fasti,  le Metamorfosi invece conservano e raffinano l’intervento di EROS non solo nella narrazione dei miti che direttamente lo riguardano ma anche nella grande circolazione libidica che caratterizza il lato fantasioso e retorico linguistico del poema. Attingendo alla sua erudita cultura mitologica Ovidio aveva cantato nelle Metamorfosi sopratutto quei miti che narravano come esito di forti correnti passionali, ad esempio la  concupiscenza, ma anche l’odio, la vendetta, la volontà d punire, insolite trasformazioni corporee dei personaggi coinvolti da queste correnti, con l’epifania di strane  contaminazioni nelle nuove forme createsi, in un ‘esilio’ dell’identità in nuovi corpi di animali, a volte di piante. Vorrei però sottolineare l’eccezione di ECO, che già prima nel mito è la parola punita da Giunone,trasformata dopo lo sfortunato incontro con Narciso addirittura in pietra, ricordandoci qui che solo Freud riscattò le pietre dal loro destino silente (“Saxa Loquuntur”). E I’altra eccezione, quella di IO, la vacca suscettibile di una rimetamorfosi per la carezza erotica di Giove (da cui il nome di Epafo per il figlio che ne nacque), eccezione quest’ultima  rispetto al generale destino di imprigionamento definitivo e sofferente delle identità cancellate dal loro corpo  ed incluse in quello di un animale. La drammaturgia del mito, alla quale così spesso fa ricorso il pensiero analitico, si fa spettacolo, diventa drammaturgia di  identità e crea immagini stupefacenti e mostruose, capaci  di conservare però ulteriore valore sul piano simbolico.
Senza inoltrarmi troppo nel  discorso oltre il  necessario ricorso evocativo ai concetti analitici d identificazione, identificazione proiettiva, scissione dell’io e scissione dell’oggetto, vorrei ricordare la descrizione di quella operazione che non più la fantasia mitologica bensì quella schizofrenica è capace di mettere in atto, desiderando isolare invece un vertice comune nella sofferenza e più precisamente nella sofferenza identitaria. Come è noto nel suo lavoro del 1956 “Sviluppo del pensiero schizofrenico” Bion descrisse la presenza  di una particolare categoria di oggetti che egli chiamò oggetti bizzarri. Esempio famoso quello di un oggetto reale, un grammofono che spia oppure di un grammofono che si mette ad ascoltare il paziente. Questi oggetti denominati ‘oggetti bizzarri, sono a mio avviso oggetti metamorfosici a causa di un meccanismo di espulsione in essi di frammenti dell’apparato percettivo attaccato dal pensiero schizofrenico ed espulsi nell’oggetto : nel primo caso la vista, nel secondo l’udito.
Mentre lo stato psichico cui perviene il paziente diventa quello di una persona che non si sente né viva né morta, Bion descrive invece l’odio della parte espulsa ed inglobata che finisce con il dar vita ad un mondo persecutorio in cui l’oggetto inglobato reagisce contro la personalità che lo tiene recluso; ed infine un possibile esito della moltiplicazioni degli oggetti bizzarri che riesce a creare un mondo dove lo schizofrenico stesso si viene a trovare intrappolato.”
Anche qui la drammaturgia identitaria si articola in una insorgenza di molteplici sofferenze come nel poema di Ovidio.Ma troverei fuorviante e sopratutto troppo lungo inseguire a questo punto  in esso tutte le loro espressioni-Mi limiterei a insistere sul vertice della sofferenza identitaria tout court arricchendolo soltanto di una specifica connotazione. I personaggi vittime della metamorfosi complicano la loro sofferenza identitaria in quanto prima esseri parlanti sono imprigionati in animali o piante con la  tremenda sofferenza di un mondo senza   parola Credo siano questi anche  i sentimenti di Dafne che condannata ad essere posseduta dal poeta nonostante  il suo rifiuto atterrito del legame  con Apollo diventa possesso muto della fronte del poeta e della sua parola
Ritorniamo ora a Malouf. L’aspetto più interessante del romanzo è quello della sofferenza e della trasformazione. Splendida la descrizione della solitudine di Ovidio nella terra incolta e straniera, la perdita dei suoi ozii romani e il contatto con una rude natura, ma sopratutto la impossibilità di comunicare con il suo linguaggio , con la raffinatezza della lingua latina, <> Ma a poco a poco il poeta scoprirà qualcosa che lo commuove profondamente nei discorsi delle persone che lo circondano: comincerà a distinguere i toni, come vengono espressi dalla modulazione della voce- e con essi la tenerezza, la rabbia, il dolore.
E comprenderà che per sapere di più deve anch’egli regredire all’infanzia imparando tutto daccapo e così fare la scoperta più sconvolgente  e cioè la necessità di imparare l’espressività incisiva della lingua dei ‘barbari’. Malouf ci permette di ritornare ad un Ovidio per una seconda volta maestro e ammirato cultore del linguaggio e questa volta esempio ammirabile di tolleranza.
Accanto alla sensibilità acuita per gli aspetti presemantici del linguaggio Malouf descrive  nel suo  vecchio Ovidio l’affiorare di una nuova consapevolezza dovuta al suo per così dire esser muto, per il suo non potere comunicare con lo straniero: la consapevolezza di riscoprire la parola con tutti i suoi aloni semantici e senz’altro addirittura arricchiti,  in un suo solitario riappropriarsi del linguaggio, un riappropriarsi a mio avviso abituale nella poesia, che nasce per l’appunto solitaria. Malouf rende magnificamente questo fatto con la descrizione di un momento estatico in cui Ovidio vede un rosso papavero in un prato e sente riaffiorare la parola sulle labbra ‘: come se la parola – è Ovidio che parla-gli
fosse finora sfuggita e proprio pronunciandola ‘avessi potuto trattenere il piccolo fiore agitato dal vento’. Il  significato si rivela nuovamente ma non è più  il linguaggio che per così dire si limita a rispecchiare la realtà,  bensì appare ora con chiarezza quanto quest’ultima si costruisca  per mezzo e assieme al linguaggio.
”   Questo l’avvio per l’ultima trasformazione, la quale però si  compie attraverso l’innesto nella fantasia letteraria di un incontro con un figura diventata anch’essa mitica , quella del ragazzo selvaggio. Una figura ben conosciuta nella letteratura  a partire da numerosi racconti sin dal XIV secolo ; intellettuali e studiosi  si sono sempre interessati a lui con accanimento e  nel settecento con il fiorire della riflessione filosofica sull’uomo e le relazioni sociali pazzi, naufraghi e feral-children divennero oggetti di studio;  poi ,anche, soggetti da laboratorio nonchè pietre di paragone dell’uomo non solo isolato allo stato puro ma anche dell’homme naturel di Rousseau e idealizzati come il bon sauvage Ciò fino al famoso Victor del dr Itard del XIX secolo e alla commovente pedagogia fallimentare del dr Itard (il ragazzo di Aveyron) nonchè alla complicata e ancor più commovente e ricca di sfumature trasformazione effettuata da Truffeau  nel bellissimo film l’Enfant Sauvage. Il ragazzo selvaggio di Malouf appare invece nella sua singolarità per il suo essere inserito nella mitologia del ‘bambino perduto’ tipicamente australiana,e diventa attraverso la penna di Malouf un personaggio di dolorosa metamorfosi addirittura come una”
<> Questa figura lungi dall’essere idealizzata essa appare anche come il bambino malato, il corpo (strappato alla natura) scosso da una sofferenza convulsa che rende impotente anche lo sciamamo, ma ciò nonostante capace di rinforzare in Ovidio, che si impegna ad insegnargli il latino, quel processo di apprendimento alle esperienze che hanno a che fare con i vissuti del corpo e della natura  con la quale il ragazzo selvaggio è in una comunicazione privilegiata. Lontano dal risveglio delle ambizioni pedagogiche dell’adulto il fanciullo selvaggio rinforza invece lui nell’adulto l’apprendimento degli aspetti prelinguistici del linguaggio  e fa precipitare l’ultima metamorfosi quella di Ovidio stesso. Nella parte finale del racconto il ragazzo ha porto ad Ovidio un uccellino,Ovidio stringendolo tra le mani si dice       <> e tenta di imitarne il verso, prova a vedersi con un becco, a uscire da sé sfidando il peso del corpo e immaginando di spiccare il volo. “Rido volentieri la parola a Malouf nella sua identificazione ad Ovidio ” “Ecco  il destino di cui hai cercato di liberarti inventandoti cento false identità, cento falsi ruoli. All’inizio ti apparirà come una disgrazia, ma invece è la buona sorte mascherata, poiché anche il fato, attraverso cento metamorfosi, sa seguirti nelle tue fughe. Ora finalmente diventerai quello che volevi essere”. Nell’istante prima d sciogliersi definitivamente, diventare egli stesso natura, Ovidio ritrova sulle labbra l’essenza stessa del linguaggio, la muta comunicazione stabilita con il ragazzo selvaggio quando ancora non conosceva altro modo  di rapportarsi a lui e torna in lui la commozione per avere riscoperto le intensità dell’universo prelinguistico e protolinguistico della  sua infanzia”, “una lingua più universale del nostro latino (….) un linguaggio in cui ogni sillaba è un atto di riconciliazione” ” La metamorfosi della coscienza del vecchio poeta è ormai definitivamente compiuta ed egli  può avviarsi sereno, ‘smisuratamente, insopportabilmente felice’ verso una morte degna.”
Per concludere questa premessa mi sembra necessario fornire alcune precisazioni.
La prima si riferisce al fatto di avere denominato una reverie espressiva del mio controtransfert il  romanzo di Malouf  (che ben inteso è anche descrizione del vissuto del paziente) esso peraltro è stato per me una nube di memoria e sentimenti di cui ho tentato un riassunto in termini di pensiero secondario,  che ha accompagnato , a volte in maniera latente, il mio ascolto.
La seconda è  quella di evitare il ricorso ad idealizzazioni o a indulgenze verso aspetti troppo estatici o estetici della mente. Mi conforta l’avere appreso che il mito del ragazzo selvaggio utilizzato da Malouf risente delle leggende dell’Australia, paese di  nascita dell’autore,  e si riferisce a bambini perduti di cui  è postulabile l’aspetto di sofferenza.  Anche per  questo aspetto le pagine di  Malouf appaiono descrizione magistrale quando dicono le sofferenze corporee dell’ enfant sauvage malato sicchè hanno avuto In me forte risonanza ascoltando il mondo sofferente  nel corpo  del paziente per le somatizzazioni instauratesi nella regressione, un corpo attraversato da un  incremento  esponenziale di un insopportabile stato eccitatorio coincidente con l’incremento delle difficoltà di espressione verbale.
La terza è la specularità del racconto rispetto ad una situazione analitica se sorretta da una identificazione empatica  arricchita in  questo caso, sempre evitando ogni idealizzazione, dalla circostanza che il paziente facendo soffrire la sua difficoltà ci può permettere di reimparare a parlare smontando possibili  aspetti narcisistici o retorici della nostra comunicazione, come testimoniano alcuni momenti di ritrovata felicità quando dall’inceppo si passa in analisi ad un conversare fluente e discreto.
Avendo insistito sull’aspetto di controtransfert di quanto vi ho comunicato mi sembra giusto accennare che oltre alla in identificazione da parte mia del paziente ad Ovidio, la mia personale era rinforzata da una mia contingente situazione di esilio comunicativo
Ritengo peraltro che al di là dell’aspetto iperpersonalizzato del mio controtransfert (per il  ‘mio’ paziente,  per la ‘mia’ situazione personale) la riflessione debba anche rivolgersi verso un aspetto più universale del vissuto dell’analista. Ferma restando ovviamente la considerazione dell’enorme  importanza del silenzio dell’analista, quando esso non sia la mera applicazione di un  aberrante ed alienante tecnicismo ma si articoli ad un ascolto,  partecipe e  allo stesso tempo selettivo del paziente, nonché del l’enorme potenzialità germinativa dello stesso per la sua apertura verso la nostra reverie, mi sembra che debba anche essere pensata la condizione di esilio della parola. E per quanto possa essere un paradosso non è il silenzio il confine della parola, come del resto non è in un certo senso neanche il nulla è il confine dell’essere. Si tratta di regioni distinte (nota 1). E per  quanto riguarda il silenzio va ricordato che come  lo  è nella musica per  il suono il silenzio  è presupposto non solo del fonema ma anche della parola, Ciò che avviene per la musica avviene quindi per  il  linguaggio  sicché come il silenzio è anche musica pure per quanto riguarda il linguaggio si può dire  che molto spesso il silenzio parla.
Prendono allora risalto altri termini, la voce come involucro, a volte involucro frammentato o distorto, i rumori ed infine il corpo.
Un buon  esercizio di identità è quello che ci permetta di individuare le nostre componenti narcisistiche anche quelle proiettate nei nostri strumenti, quali il lettino, la poltrona, il silenzio e perché no  ci faccia riflettere anche sull’esilio della parola e la perdita del suo investimento narcisistico , che ritengo normalmente  sempre presente.E ciò al di là delle aberrazioni narcisistiche della parola stessa; si tratta infatti di un narcisismo necessario in quanto reattivo a quella Traurigkeit cosi bene indagata da Rella nel secolo della psicoanalisi nella letteratura e nella storia. Una Traurigkeit che nel nostro caso  è insita nella parola che comunque nasce dalla lontananza dell’oggetto.”
E’ per questo che ritornando a Ovidio mi sembra suggestiva l’ipotesi che per lui come per ogni poeta la poesia sia ad un tempo l’espressione del potere germinativo della parola nonché mescolanza di narcisismo e nostalgia;  e che inoltre per l’Ovidio di Malouf sia felice l’ultima metamorfosi identificatoria della sua “vita fantastica”- E, ritornando alla mia esperienza subiettiva durante questa analisi mi sono sembrati  felici, come prima
accennavo, successivi a difficili Durcharbeitungen del materiale fantasmatico ed acustico, i momenti   di ritrovamento di serene e fluenti conversazioni a due, mentre è sola una speranza un identico vissuto per l’ultima mia futura personale metamorfosi.”
L’insistenza sull’investimento narcisistico turbato come causa della sofferenza mi è sembrato in questo caso paradigmatica di un vertice relativo ad una fase regressiva agli albori del linguaggio quando ancora, muovendoci nell’ambito di un narcisismo primario, i conflitti che lo hanno turbato incidevano in una organizzazione preverbale. Sicché l’assenza della organizzazione linguistica che contribuisce alla articolazione temporale delle esperienze traumatiche ci mette di fronte ad un altro tempo, fondamentalmente incomunicabile secondo i modi abituali di una discorsività lineare, dove prendono risalto  i precursori del linguaggio, la pura vocalità, la parola frammentata, i suoni, i messaggi del corpo.
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Nota 1
Onde evitare una lettura in senso eccessivamente metaforico di ciò che ho detto vorrei, sempre con le limitazioni autoimpostemi nella descrizione del materiale clinico,  oltre che far riferimento alla topologia intesa in senso freudiano laddove la regione dell’inconscio è fondamentalmente potenziale e sostanzialmente  muta sicché si tratta di farla accedere alla coscienza portandola a rappresentazione di parola, evocare invece un luogo fantasmatico che mi sembra possa essere illustrato da un sogno del paziente. In questo sogno egli era cimentato dal  passaggio attraverso una zona vuota, ‘terra di nessuno’  per potere raggiungere dopo la separazione da una figura materna (più che altro un suo sostituto, con chiari riferimenti all’analista)  un altro luogo  connotatoto da una intensità di legami e da un riferimento più forte alla madre:  Questa zona era anche un luogo di silenzio e fu proprio affrontarne assieme l’attraversamento e poterne elaborare i fantasmi che  rese possibile un nuovo investimento di parola e inoltre  la nascita di parole nuove.
Marzo 2011
II
Altri esiliati celebri
Così concludevo nel marzo del 2011, alla fine della  prima stesura di questo mio piccolo lavoro. Ma come spesso mi capita dopo aver scritto qualcosa inizia una mia ruminazione ossessiva nella quale  l’iniziale entusiasmo del pensiero si associa ad una insoddisfazione sorretta dal mio Superio scientifico cui spesso mi sottraggo non ricercando con diligenza una bibliografia ma dicendomi anche che spesso è anche un alibi che regaliamo agli altri  o a noi stessi per una autoconferma.  Poi a volte trovo un lavoro non letto che mi intriga come eco del mio pensiero : l’eco non impoverisce ma amplifica, arricchisce, ti da a volte anche il senso di una inquietante alterità del proprio pensiero : Ma ciò non sempre . Ad esempio una lettura di cui vi farò accenno ha portato con sé  questa volta il sostegno di una conferma e la stupefacente sensazione della ubiquità del pensiero quando il nostro è detto da un’altra voce . Non  furti del pensiero ma l’emozione di una musicalità corale su alcuni temi , come quello sfiorati nel mio scritto : ‘l’esilio, la lingua perduta, la poesia, l’attraversamento di un angoscia muta’.
Ed allora,   colpito da stupore per avere pensato cose affini senza averle precedentemente lette, vorrei proporvi ora una  citazione, che questa volta, almeno per me, è, come avrete indovinato fruizione di compiacimento.E’ un passo di un lungo lavoro del 1999 di un autore Latino-americano, un uruguayano, del troisieme groupe parigino, che dette origine ad una rivista intitolata Le Fait del L’analyse, alla quale ha anche collaborato Alberto Semi. L’Autore è Edmundo Gomez Mango, e il lavoro, che inverte la  direzione della freccia heideggeriana  dell’Esserci verso la morte,  è intitolato ‘Fragments vers le natal”.
Per la suggestione della coralità, comincerò con una citazione Di Gomez Mango e poi ne dirò altre. L’A. cita un passo di una conferenza di Hannah Arendt : “Sempre mi dico che fare? E’ anche la lingua tedesca che ‘ è diventata folle. e poi ancora, niente può rimpiazzare la lingua materna”, ossia la  Muttersprache l’irrimpiazzabile, l’insostituibile, ciò che rimane per sempre, il fondo, ciò che fonda l’identità del soggetto. Gomez prosegue. “L’angoscia della lingua, l’angoscia nella lingua appare quando essa vacilla,   , quando può perdersi, quando il soggetto che parla sente che la lingua che parla l’abbandona, che si distacca da lui o che lui si separa da essa.: Essa è inerente ma non esclusiva della
situazione d’esilio, in quanto turba profonda dell’identità psichica e dell’investimento narcisistico che la sostiene, L’uomo di pensiero, che è necessariamente uomo di parola, scritta o orale, non solo risente questa angoscia in maniera privilegiata ma ancora ha i mezzi, nell’oggetto stesso che egli teme di perdere, di poterla esprimere.”
E qui ancora due altre citazioni di Gomez Mango, una di Freud, l’altra di un poeta Paul Celan.
Cominciamo con quella di Freud: Così egli scrive a Marie Bonaparte fuggito dalla Germania nazista “Tutto qui sembra abbastanza strano, difficile e spesso sconcertante, ma malgrado tutto è il solo paese in cui possiamo vivere essendo impossibile  per noi la Francia, e lo è a causa della lingua”. E sempre nel ’38 così scrive a Saussure . “Probabilmente voi trascurate un punto che rende l’esperienza dell’emigrazione così particolarmente dolorosa. E’, non si può dirlo altrimenti, la perdita della lingua nella quale si viveva e si pensava, e che non si potrà mai rimpiazzare con un’altra  malgrado tutti gli sforzi e le intuizioni. E’ con una comprensione dolorosa che io osservo come delle espressioni abitualmente familiari mi manchino in inglese e come anche l’es tenta di resistere ad abbandonare la scrittura gotica”
Ma mi sembra ancora più suggestiva per il mio discorso la citazione di Celan concernente la parola poetica che nasce nell’angoscia  e riesce a descriverla  così che la lingua risorge dall’angoscia stessa,diventando la lingua dell’angoscia. Un angoscia che nasce dalla vita di Celan,rumeno ebreo di lingua tedesca, transfuga e continuamente esule a causa della persecuzioni prima nazista e poi sovietica, per poi acculturarsi in Francia dove morirà suicida per annegamento. Scrive Celan : “Accessibile, vicina e salvaguardata fra tante perdite, non rimasse che essa, la lingua. Fu salvaguardata la lingua, malgrado tutto, ma dovette attraversare la sua stessa mancanza di risposte, attraversare un mutismo spaventoso, attraversare le mille tenebre di discorsi di morte. Essa attraversò e non trovava parole per ciò che accadeva, ma attraversò questo passaggio e poté infine risorgere arricchita. in questi anni e negli anni che seguirono, ho tentato di scrivere delle poesie in questa lingua : per parlare, per orientarmi, per chiedermi del luogo dove mi trovavo o del luogo verso cui mi dirigevo, per trovare un abbozzo di realtà. Era, vorrei che lo vedeste , avvenimento, movimento, cammino, era il tentativo di trovare una direzione” . Quindi ancora una volta fondazione del soggetto con sé stesso e creazione di un nucleo
abbozzato di realtà: per cui, si chiede Gomez Mango come e dove si sia affogata questa lingua, in quale abissale mancanza,  quando il poeta si dette la morte. Oppure  mi chiedo io se invece  il suicidio non fosse stato paradossa  nostalgia del luogo da cui è nata la vita in una mortifero  riassorbimento fusionale con la madre.
Perdendo,però,  ovviamente la lingua materna.
III
NELLA RISERVA SELVAGGIA
La zona che venne in un primo tempo identificata come terra di nessuno divenne ben presto una riserva selvaggia
Non vi aspettate , come ho già detto per la esperienza clinica riferitavi precedentemente un resoconto clinico ordinato, bensì una memoria associativa
Non vi aspettate la linearità di un processo, bensì una semplice raccolta dei miei pensieri e di quelli del mio paziente intorno ai temi che nacquero dalla sua analisi nel loro svolgimento   disordinato fra inconscio, preconscio ed esplicitazione verbale : i temi accennati nei paragrafi precedenti. Pensieri credo che soffrono di non esse detti nella pienezza di un linguaggio poetico
Questo linguaggio frammentato,  che nella poesia in sinalza  come ad es con Sanhuineti verso i vertici dell’espressività più intensa,  fu quello che cimentò invece la comunicazione fra analista e paziente per recuperarsi   a volte  attraverso percorsi ellittici o sinusoidali ed evolvere nei momenti migliori verso un dialogo a due voci
Fu necessario arrivare attraverso questi percorsi al dia-logo dopo avere sofferto il silenzio, dopo avere ascoltato da parte di entrambi il  silenzio, al limite della frustrazione ripetuta, ma con l’attenzione rivolta a piccoli segni, immergendosi a volte in una fusionalità  da cui spesso  nasceva una urgenza di uscire per l’attivazione di un vissuto claustrofobico, al ‘limite del linguaggio’,  fra suoni siderali da raccogliere da lontano o  suoni isolati nell’incontro imprevisto con una emozione emergenti dalla casuale traiettoria di rumori ,  rumori spesso provenienti dalla natura circostante.
Dice il paziente ‘Adesso è come se non parlassi più io, è solo mia madre che parla’
e associa ad una volta che aveva detto a sua volta una cosa dopo che aveva parlato sua madre, in sintonia, non volendo più  come aveva fatto molte volte prevaricare il suo dire. E quello che aveva detto aveva suscitato grande ammirazione: non è forse così,  pensai .che il bebè incomincia a parlare appoggiandosi alla lingua materna? e questo vissuto non ha a che fare con la perdita in noi  della  possibilità d parlare la nostra lingua materna mentre essa viene parlata dalla madre lontana cioè fuori della nostra patria? Una patria che nel suo fondo inconscio è il luogo materno, la ‘madrepatria’.
Guardiamoci quindi bene dall’interpretare come conquistadores, parliamo dopo avere ascoltato e sofferto il silenzio, espressione della perdita della lingua materna; permettiamoci di  essere  assieme al paziente e di raccogliere i suoni della riserva selvaggia, per far si che lo si possa accompagnare dall’esilio soffrendo con lui col suo stesso struggente desiderio della madre patria , per parlare con noi la lingua materna: solo così eviteremo di asservire gli abitanti della terra selvaggia diventando  analisti selvaggi . E’ necessario a volte di sostare a lungo con il ragazzo selvaggio nella ‘terra desolata’ (Eliot). E’ solo così che recupereremo la nostalgia del paziente, che è anche rimpianto di quel tripudio narcisistico dalla parola avvolta dalla ammirazione materna.
Forse è nella poesia che è possibile si viva questa intensità del passaggio dalla nostalgia al recupero  del guscio narcisistico della parola e come dicevo si valorizza anche il frammento o il suono.
Fu un sogno che ci permise di vedere un’altra emozione connessa al bisogno di involucri Per la metaforizzazione che si sviluppa da ogni organizzazione del vissuto corporeo il sostegno narcisistico del linguaggio, il guscio sonoro intriso di piacere e tenerezza, si fuse in maniera sincretica con altri gusci : in un sogno e nelle sue associazioni comparvero delle scarpe,le scarpe che ci fanno stare in piedi o  camminare e sempre nel sogno rimaneva la sera  muto ,con dinanzi una serie, come in una clonazione ,di pantofole vuote: vuoto alludente al corpo che scompariva  o si inclinava stanco nel letto: involucri vuoti senza corpi e senza parole; ma si insinuavano fra i cloni le pantofole rosa della donna che gli faceva compagnia come una madre e un sentimento di muta tenerezza che poteva farlo trapassare nell’assenza di linguaggio del sonno che  però esitava nella produzione di un altro sogno.
Dicevo prima stare nella riserva selvaggia ’ e qui ’che insiste il mio pensiero, forse ‘persevera’.
Ma prima di portarvi dei piccoli esempi, vorrei precisare che il tema iniziale, la natura selvaggia, il ragazzo selvaggio, il ragazzo senza parola, l’esilio non vennero mai esplicitati al paziente. epperò i comparvero segni di certe sue intuizioni postume dei miei pensieri. Ne dirò ad es una esplicitazione avvenuta a distanza dall’inizio del mio fantasticare su Malouf  a conferma credo della natura speculare delle movimentazione t-ct / ct-t
.E vorrei però  precisare al riguardo che queste modalità di pensiero simmetrico sono state anche interpretate come fatti di coidentità espressivi sul piano fantasmatico della fase simbiotica collocati attorno al perinatale. Faccio riferimento ai lavori di Fachinelli, Aulagnier, Allain Dupré, fra gli altri.
Si tratta di una esemplificazione: una fantasia del paziente che isolo estrapolandola dal contesto processuale Anche in questo caso essa è alimentata dalle suggestioni di racconti, in questo caso gli spunti narrativi di un film sulla cui trama il paz, associa. Un film che per l’appunto ha a che fare col tema del Wild (selvaggio) : “Into the Wild” di Sean Penn. La terra selvaggia con immagini di spietata bellezza e solitudine è L’Alaska che in questo caso è la meta di un autoesilio. Il protagonista, un adolescente in crisi con la famiglia e ribelle verso la dipendenza da una società consumistica fugge dopo la sua laurea nel tradizionale college americano e la sua fuga dalla dipendenza diventa anche un viaggio di formazione in un ideale adesione ad un mondo di personaggi un pò hyppie o  sfasciati :  un mondo on the road che non cancella però la nostalgia dei legami. Ma l’ideale di libertà ed autosufficienza si colorisce di onnipotenza man mano che ci si avvicina all’Alaska idealizzata con i suoi panorami selvaggi e solitari  che esprimono gli aspetti tremendi della bellezza idealizzata  in una terra selvaggia e che rende problematica la sorte dell’eroe  e del suo ritorno.Nel caso di X era invece l’idealizzazione del sé narcisistico che aveva compensato il lavoro della separazione e nascosto la riserva desolata e selvaggia esplorata in analisi ,connessa dopo l’analisi con la terra di nessuno senza più riuscire ad offuscare la nostalgia dei legami. L’Alaska nel film accoppia la spietata bellezza del panorama e il silenzio della comunicazione con l’altro mentre invece è presente nella prima parte della vita on the road, a commento, una musica country,  ricca di struggenti modulazioni.
Diverso il silenzio già commentato della perdita della lingua madre di X: UN SILENZIO che però il paziente utilizzò per acuire il suo ascolto, ascolto su ci si stagliavano i rumori della natura.  Si delineava così acusticamente lo sfondo angoscioso della fusionalità perduta ( mi sembra a correzione del film in cui l’aspetto idealizzato del ritorno alla natura contatta gli stereotipi ben noti della mitologia della wilderness).
E’ da questa situazione esplorata in analisi che traggo due esemplificazioni della mia ricerca con le mie riflessioni  teoriche , restringendo intenzionalmente il resoconto per la coerenza narratologica della mia comunicazione ai suoni provenienti dalla natura e dall’ambiente.
Esempio I°: Il canto del cuculo
Il mio studio è avvolto dal verde del giardino di casa e dalle voci in genere sommesse dei suoi abitanti animali: prevalgono gli uccelli ed in genere la leggera tenera rete sonora del loro cinguettio. L’investimento dell’ambiente puntava da tempo sulle nostalgie del fondersi con la  natura madre. Durante una delle sedute caratterizzate da interruzioni a volte lunghe ed imprevedibili del flusso narrativo, l’ascolto del paziente isola il canto ripetitivo di un cuculo. E’ angosciato e precisa che il suono che ascolta ha una intensità similallucinatoria – La descrizione è pertinente e corretta; se fosse una allucinazione l’oggetto sarebbe creato; dell’allucinazione peraltro questa percezione mantiene il carattere intrusivo, carattere intrusivo che è massimo nelle allucinazioni – Nel suo recente lavoro sulla Verwerfung  Riolo ci ricorda come la Verwerfung va oltre la rappresentazione creando non tanto Wunschideen più proprie del delirio , ma allucinazioni che creano mondi di Wunschobjeken allucinati. Si tratta di un  Gegenwelt, di un mondo che si sovrappone ed intrude nella geografia del mondo degli oggetti usuali. La qualità intrusiva dell’oggetto è però in questo caso c similallucinatorio in questo caso e si staglia nello spazio della fusionalità ritagliandone e potenziando un frammento acustico. E’ mia convinzione che la fase fusionale proponga al suo interno una evolutività da una condizione piena ad un altra in cui si cominciano a delineare distanze percettive fra gli oggetti e che queste due spazialità corrispondono ai due spazi descritti da Minkowski nel Temps Vecu , spazi coesistenti e inseriti in una normale oscillazione: lo ‘spazio scuro’ e lo ‘spazio chiaro’. In quest’ultimo l’esterno percettivo appare caratterizzato da oggetti distinti e ben delimitati e per Minkowski la sua fondazione è basata sulla ‘distanza vissuta’.  Qui’ il termine distanza perde la sua connotazione negativa e la distanza viene vista come agio e mobilità : essa fonda una ampiezza di vitalità in uno spazio comune. Lo ‘spazio scuro’ è come quello della notte anche se non corrisponde necessariamente ad una effettiva perdita della luminosità, è uno spazio  che ci ingloba e ci attraversa. Un esempio non visivo di questo spazio è quello che si realizza quando ci immergiamo nell’ascolto di una musica che appunto può attraversarci o può invece costituirsi come un guscio sonoro : esempio ben pertinente nel nostro caso, dove ritengo che la intrusività del suono sconvolge ambedue gli spazi.
L’analisi chiarì il senso di questo frammento sonoro  perché il lavoro associativo permise di mobilizzare un ricordo d’infanzia e cioè il ricordo di lui bambino che stringeva muto i pugni entrando in una stanza df fronte ad una madre assorta per cui si fermava il suo pianto per richiesta d’amore e si stringevano i pugni, come anche  quello accade ad un bebè che irrigidisce tutta la sua postura in uno spasmo che interrompe il pianto Ecco abbozzato il disegno di un suono verso il corpo ed ancora la proiezione del pianto nei suoni esterni della riserva selvaggia. Vedremo nel secondo esempio un altro viaggio.
2° ESEMPIO: Lo scricchiolio
Si tratta ancora dell’emergere dal silenzio di un altro segno sonoro e dell’interpretazione postuma che ne da il sogno del paziente. lo scricchiolio proviene dai pattini di legno su cui riposa la mia poltrona. Il sogno : avevo nello stomaco un pezzo di legno. Le associazioni oltre che allo scricchiolio sentito nella seduta precedente propongono un viaggio a ritroso del segno : quando stavo meglio mi immergevo nell’odore della terra attraversando il  giardino, sentivo il profumo del legno bagnato della corteccia degli alberi in continuità con l’odore del rivestimento di legno delle pareti dello studio.
Molte le riflessioni a partire da queste ricollocazioni del semeion a partire dal suo supporto nella riserva lignea naturale: dal sistema olfattivo nella declinazione di un vissuto collocabile nello spazio scuro minkowskiano espressivo di una fusionalità piacevole ed erotizzata al crak  acustico conturbante conturbante perché rompe il silenzio dalla parte dell’analista,  alla prosecuzione del viaggio del semeion nel mondo orale, gravido di molteplici significazioni fra cui la fame, l’attacco al  : contenitore naturale, un mangiare disperato. Il ragazzo selvaggio mangia la corteccia degli alberi ed  il materiale ligneo a sua disposizione: Lo scricchiolio era stato del tutto casuale  o si trattava di un mio aggiustamento naturale benché minimo nella difficoltà di un rilassamento, un’altre volta un viaggio del semeion dal corpo all’acustico?
E’ la trasformazione onirica che permette di recuperare i segni, visivi, olfattivi, acustici, tattili, dal mondo sommerso di una natura ancora disabitata dall’io e costituentesi nel mondo oscuro della diade: la riserva cinetica della Kora dell Kristeva, gli elementi beta di Bion, i pittogrammi della aulagnier, i ‘signicanti  dI  demarcazione’ di ROSOLATO.
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Non pretendo di avere aggiunto ordine o verità, ma solo il mio intento di trasmettere l’emozione del mio impegnarmi con rinnovata passione un una  ricerca, che trova la sua origine in uno dei primi sogni della mia analisi e che una volta ho raccontato in un intervento su una comunicazione di Chianese. Credo sia il punto di partenza trans ferale che sottende l’orientamento controtransferale che si mescola alla ricerca  fondendo una cura basata sulla relazione materna primaria e sul bisogno di organizzare  i segni e le emozioni nei primi proto pensieri.
Lo evocherò ancora una volta riassumendolo : c’erano tutti i personaggi maschili della famiglia ed un  figlio adottivo – l’analista si dette ad una interpretazione di transfert fraterno; c’era solo un personaggio femminile, ma  rappresentava una sorta di mia parte scissa , un  mio alterego femminile,  non c’era mia madre, ma come un bambino cieco (deprivato della vista dell’analista, del suo volto buono9, cercavo segni tattili in uno strumento di lettura che mimava il metodo braile, quando, sempre nel sogno, all’improvviso esplodeva.
Il susseguirsi in una specie  di tripudio di infinite immagini annunciava l’epifania dei sogni.
La ricerca metodica costruttiva e processuale a partire da segni distinti ha il suo fascino, Questi brevi esempi che ho riportato dal  lavoro clinico col paziente ne   un modello di organizzazione dei segni che definirei cinematico e ovviamente è sotteso dalla ben note operazioni difensive nel senso della verwerfung, della proiezione +,
della introiezione; un modello che a mio avviso sin dall’inizio, si costituisce nella complessità, la stessa che a mio avviso caratterizza la rappresentazione di cosa o ‘cosale’ freudiana. E vorrei continuare a ribadire la mia propensione verso l’allargamento dell’alone semantico di Semeion fatto da Kristeva di cui cito fra gli altri semantemi anche ‘Orme’ come omaggio a Corrao.
In una fase più avanzata rispetto agli esempi forniti il paz fa un sogno di transfert che mi sembra lo sviluppo del mio di  cui vi ho riferito. Una madre accompagna un bambino autistico  nella penombra di una accogliente libreria dove acquista un libro di fotografie  fra cui quelle di un grande musicista e di in grande psicologo noto per  i suoi studi sul pensiero e il linguaggio e sugli sviluppi di una area di integrazione  sociale prossimale del bambino. Finalmente il bambino-paziente potrà mostrare ad altri il rinnovato contato con i suoi io ideali.
Luglio 2011
La mia precedente comunicazione a questo gruppo di studio è successiva nella stesura ma anche nella esperienza clinica a questa.Rimanendo sempre nel campo della riflessione sul ct mi sono interrogato sia sugli elementi in comune  sia sulle  differenze della speculazione cogitativa che le sottende. E mi Ë sembrato di individuarli in pi˘ punti, ma qui intendo esplicitarli in un’area specifica  che li raccoglie aderendo alle fantasmatizzazioni specifiche dell’angoscia di morte ed alle difese che questo vissuto condiziona.
Ho accennato nel secondo incontro alla possibilità di una risposta narcisistica e del suo corollario esibitivo. Mi Ë sembrato che questa modalità di trasformazione narcisistica potesse essere messa in rapporto con la intensa considerazione che induce negli affetti la brusca frustrazione relazionale,la morte dell’oggetto fortemente investito, in un certo senso la morte dell’oggetto che esita in una risposta nel senso della introiezione di tipo melancolico  con il suo riflesso narcisistico negativo, fino al bisogno degli  altri (di voi) e  al bisogno di un autoriconoscimento proiettato nello  sguardo degli altri Mi sono riferito essenzialmente all’esibizionismo della comunicazione, forse aggiungerei anche addirittura della grafia mitomanica  nella speranza di un destino di più probabile indelebilit rispetto alla comunicazione orale.
( E  qui sperando di non annoiarvi apro una parentesi per un pensiero più generale che riguarda il confronto fra la comunicazione letteraria scritta rispetto ad una primaria parola narrativa colloquiale-gruppale che segnala un passaggio inconscio del lutto dell’altro della comunicazione  relazionale diretta e la ‘consolazione’ della ‘rappresentazione’ che si costituisce nel primo lettore che è lo scrivente).
Non so se aderisco ad una collocazione d’altronde difficile di questa risposta al narcisismo primario o secondario. Ma mi piace comunque aderire al linguaggio non metapsicologico stretto, ossia al linguaggio ‘comune’ e per la sequenzialità causale far riferimento ad un narcisismo ‘secondario’.
Quali allora le connotazioni della risposta narcisistica nel caso in oggetto?
Mi sembra che esse possano essere derivate da alcune indicazioni del testo : l’identificazione ad Ovidio e sul piano ancora più simbolico quel narrema che si riferisce alla metafora dell’ultima metamorfosi come trasformazione in uccello. Preciso che l’area della morte anche in questo caso coincide con il suo orizzonte primo che è quello della morte della parola, ma confortato questa volta dalla messa in cantiere di un lavoro analitico credo che la modulazione narcisistica diversa sia dovuta alla presenza nel campo inconscio di una ‘cura’ in atto e nei far ciò mi riferisco agli  aspetti naturali della cura che hanno fondamento nella diade madre-bambino che porta nei momenti felici a ripartire in parti eguali gli aspetti narcisistici nella madre e nel bambino, nell’analista e nel paziente. In accordo con ciò  noterei peraltro anche  la trasformazione positiva  fatta da Malouf del testo di Ovidio (TristIa) che invece paventa una netempsicosi nel ‘triste’ panorama dell’esilio. E sempre forse nel senso forse improprio più sopra specificato parlerei di un narcisismo primario che si collochi ossia prima della separazione-morte , a vostro piacere  nei momenti migliori della cosiddetta fusionalità o in prossimità del cosiddetto ‘oggetto buono’.
Sappiamo tutti cos’è questo oggetto buono : è la madre che sin dall’inizio è capace di reverie , ma più tardi la madre che essendo stata  capace di porgere il seno al momento giusto è anche capace di raccogliere con la sua mano una fragola e di metterla nelle mani di un bambino perché impari a mangiare da solo e con desiderio.
Ma mi piace ricordarlo come introduzione alla terza esemplificazione clinica che ha a che fare con ct e memoria e con il posto della nostalgia nel Ct.
Creo così una torsione del filo rosso del racconto che ancora una volta ha a che fare con la morte, ma non più quella dell’analista, ma quella che non avrebbe mai potuto esitare in memoria ma forse in ricordo, la morte di un tentato suicidio.
Prima di parlarvi della nostalgia, ovviamente con riferimento sempre al CT, debbo però parlarvi dell’opposizione memoria-ricordo, che occupò ( perdonatemi quest’altra  nostalgia) il tempo passato del Centro :Esso viveva allora negli anni ottanta,  nella luce di Corrao el’ombra di Bion,  Di quest’ultimo e della sua dreamlike memory parlò Riolo che dopo la nitida esposizione di Freud e di Bergson passò a Bion riferendo anche due bellissime tranches di sue (di Riolo) analisi.
E’ nella citazione di un mio caso che farò però nuovamente riferimento alla morte, alla vita, a due ricordi.
Ma procediamo per ordine.
Prima Riolo
Ricordare… non ha molto a che fare con l’associazione o la giustapposizione di immagini, non è un’operazione riproduttiva, verso il passato. Ha piuttosto a che fare con una “amplificazione
dell’area della coscienza verso il sogno”. Esso consisterebbe nel trasportarsi su un piano di coscienza più esteso, allontanandosi dall’azione in direzione del sogno. Dunque non tanto dal presente al passato quanto dall’agire al sognare
“Un ricordo meno completo è in realtà un ricordo meno sognato, cioè più vicino all’azione”.
Si dovrebbe distinguere la memoria dal ricordare.
Abbiamo già visto come l’una evochi una rappresentazione di estensione spaziale, di struttura fisica, di contenitore; l’altro piuttosto una rappresentazione di processo nel tempo, di una attività del pensiero, continuamente oscillante avanti e indietro tra quelli che Freud descriveva come i tre momenti della nostra ideazione: il passato, il presente e il futuro.
In analisi sperimentiamo talvolta l’uso da parte del paziente di una memoria come contenitore di “memorie”, come “morto viluppo di memorie” (E. Montale).
Il resoconto autobiografico ad esempio è un modello di questa trasformazione delle esperienze passate, tale da escludere le qualità emotive; dunque anche la possibilità di evoluzione in senso analitico.
Il reciproco di questo tipo di memoria nell’analista, è secondo Bion, il far uso del “già noto”: le teorie psicoanalitiche e le conoscenze che egli possiede su quel paziente.
“La sola cosa che ha importanza in ogni seduta è l’ignoto. Nulla deve farcelo perdere di vista. In ogni seduta ha luogo un’evoluzione dell’oscuro e dall’informe. Questa evoluzione può avere una superficiale rassomiglianza con la memoria, ma una volta che se n’è fatta esperienza non può più esservi confusa. Essa piuttosto condivide la qualità dei sogni” (W. R. Bion, “Notes on Memory and Desire”).
La memoria può essere considerata un magazzino di oggetti sensoriali, dei quali essa è il contenitore. Questo tipo di memoria “è saturata, perciò ostruisce l’intuizione dei fenomeni della seduta”: servendosi delle conoscenze già acquisite fornisce vie attraverso cui incanalare l’osservazione di ciò che sta accadendo.
Questa memoria corrisponde a ciò che Freud ha descritto in termini di “Annotazione” o di “sistemi mnestici” e che Bion colloca nella terza colonna della griglia (Notazione).
La griglia può essere considerata un ulteriore modello grafico del pensiero (modello caratterizzato da un elevato grado dì astrazione).
Se ci serviamo del suo schema di classificazione la memoria è descrivibile lungo un continuum evolutivo, come una funzione suscettibile di assumere differenti forme e significati nel corso delle trasformazioni.
Dal momento che ogni ricordo ha uno sfondo di impressioni sensoriali, la categoria in cui cade è data dalla fila C (pensieri onirici, miti e sogni).Ma esiste la possibilità che un processo di razionalizzazione conduca alla sua conversione nelle categorie DÆF (preconcezioni, concezioni, concetti), o che esso si fissi nella colonna 2 (formulazioni false) o 6 (azione).
Una memoria che serva a falsificare l’esperienza al fine di evitare un impatto emotivo catastrofico (colonna 2) dovrà ad esempio rendersi sempre più indipendente dal mondo della realtà.
Questi ricordi (C 2) saranno degli sviluppi del tipo delle allucinazioni (tendenti all’evacuazione del mondo psichico nel mondo sensibile).
Esiste dunque una memoria-azione e una memoria-notazione, una memoria evoluta, concettualmente ordinata, ed una pre-natale e pre-mentale, una memoria-bugiarda e una memoria-sognante. Solo quest’ultima secondo Bion (dream-like memory) “è la memoria della realtà psichica ed è la stoffa di cui è fatta l’analisi”.
“Ma, si potrebbe dire, gli analisti non ricordano quello che è stato detto? Dovrebbero forse non ricordarlo?
Vi è certamente qualcosa che è stato chiamato “ricordare” e che è essenziale per il lavoro analitico. Ma bisogna distinguerlo nettamente da quello che ho chiamato “memoria”. Vorrei fare una distinzione tra: 1) il raccontare un sogno o l’avere una memoria di un sogno e 2) l’esperienza del sogno, in cui il sogno fluisce nella mente come un tutto che fino a un certo momento è assente e poi improvvisamente presente.
Questa esperienza che considero faccia parte di una evoluzione della realtà emotiva di una seduta viene spesso chiamata “una memoria”,
o ricordare un sogno, ma va distinta nettamente dal sogno ricordato.
Il termine “memoria” lo userò come qualcosa che considero fuori luogo nella conduzione di un’analisi da parte di un analista.
I parenti di un paziente sono oberati da memorie che li rendono giudici assai poco attendibili della personalità del paziente e non idonei a fargli l’analisi” (W. R. Bion, “Il cambiamento catastrofico”).
Io credo che la memoria analitica abbia poco a che fare con la rimemorazione in sè e che ancor meno sia il prodotto di una ermeneutica.
Il ricordare in analisi sembra consistere in una doppia saldatura: quella di un pensiero e di una emozione all’interno del soggetto, e quella tra i pensieri e le emozioni dei due soggetti della scena analitica.
La memoria che, come tale, era confinata nell’individuo, viene condivisa nel rapporto a due come esperienza della relazione emotiva e per questa via è fatta fluire, de-reificata. Diviene una memoria del presente.
Il valore trasformativo (analitico) di una rimemorazione non sembra dipendere allora dalla luce che viene gettata su un pezzo oscuro del passato, ma dalla liberazione che essa consente di un elemento passionale.
Vorrei definire il ricordare come la liberazione di un elemento passionale attraverso un elemento mitico.
Questo elemento mitico è il ricordo stesso, inteso come una costruzione, in quanto prescinde dalla corrispondenza con fatti storici effettivamente osservabili.
Il valore analitico di un ricordo non dipende allora dalla memoria: perché la memoria esista basta una mente soltanto. Esperire una passione è invece la prova del fatto “che due menti sono legate, e non possono esservi meno di due menti se la passione è presente”. E se la passione non è presente, non può esservi conoscenza.

*Il valore trasformativo (analitico) di una rimemorazione non sembra dipendere allora dalla luce che viene gettata su un pezzo oscuro del passato, ma dalla liberazione che essa consente di un elemento passionale.

Vorrei definire il ricordare come la liberazione di un elemento passionale attraverso un elemento mitico.
Questo elemento mitico è il ricordo stesso, inteso come una costruzione, in quanto prescinde dalla corrispondenza con fatti storici effettivamente osservabili.
Il valore analitico di un ricordo non dipende allora dalla memoria: perché la memoria esista basta una mente soltanto. Esperire una passione è invece la prova del fatto “che due menti sono legate, e non possono esservi meno di due menti se la passione è presente”. E se la passione non è presente, non può esservi conoscenza.

Poi RIOLO porta due esempi : egli non accenna esplicitamente al Ct, ma sicuramente silenzio ed interpretazione, nel bene o nel male, in questi due casi nel bene, hanno sicuramente a che fare con il Ct, ,nel primo esempio un silenzio diventa la vorticosa macchina del tempo  che permette un après coup, nel  secondo è una interpretazione che apre la possibilità di un ricordo in una paziente che come egli specifica non ha nostalgia.

Ricordare è dunque tornare indietro e rimettere la memoria nel cuore una memoria sofferta con nostalgia.
Coevo a questi esempi di Riolo fu anche un mio esempio clinico (lo chiamerò il Caso C) pubblicato nel  mio lavoro dell’81 ‘Memoria e relazione analitica’ che ho rivisitato adesso, debbo dire con molta nostalgia per quanto riferirò a voce per il seguito di un incontro dopo l’analisi.
E, a protezione del carattere intimo di questa nostalgia, ometterò la rinarrazione scritta del caso e la sua rivisitazione interpretativa postuma ai fini dell’attuale gruppo di lavoro. Premetto che già nella prima stesura il frammento ricordato  ha a che fare  esplicitamente  con il CT . Si trattò dell’apertura di un ricordo impossibile non dopo il silenzio dell’analista ma  dopo prolungati silenzi del paziente e poi ancora di due altri ricordi Prevalse altresì una svolta (una  declinazione  forse insolita del T -CT sul registro del silenzio).
OMISSIS
Vorrei concludere rivalorizzando il posto che ha nel  T e nel Ct la nostalgia oltre che riconfermare il suo valore per quello che riguarda la memoria ed il ricordo in generale
Vivere l’esilio, attraversare la zona di nessuno per arrivare alla stanza degli affetti,abitare e poi tornare dalla riserva selvaggia, il pensiero della morte, aprono la strada verso la parola e il ricordo, nei casi che ho riferito verso l’incontro e la parola ma anche col silenzio come espressione di vita oltre che di morte.
Sono d’accordo  con Riolo sul valore negativo in analisi del resoconto autobiografico, non sulla negatività dell’autobiografia in generale,  che è un genere letterario nobile,o anche scientifico come quella d Freud: è sicuramente legata al lutto di noi stessi, o di patri di noi, un lutto che si apre verso la parola ed il ricordo.
Già nei lontani anni ottanta mi ero convinto a partire dal caso C del posto importante che sull’asse T-CT ha la nostalgia,,su cui vorrei un giorno ritornare con un saggio più completo. Come è noto fu nel 1683 che uno studente alsaziano, Hofer,   si accreditò scientificamente presso l’università di Basilea inserendo fra le varie algie anche la nostalgia di cui  è nota  a tutti la etimologia. Ma secondo la tradizione freudiana la malattia ha confini molto sfumati nella nostra psiche e il patologico non esiste come nelle nosografie mediche e contatta anche etimologicamente la passione, quella che fonda una relazione analitica efficace rendendola creativa.
Io credo che in ogni passione sia necessaria la mescolanza di due fattori, il desiderio e l’investimento narcisistico. Ciò mi riporta a considerare la verità passionale della nostalgia che è possibile vivere proficuamente anche nel CT, come soprattutto nel caso dell’Ultima Metamorfosi : la relazione nostalgica con l’oggetto è una forma particolare di celebrazione del lutto senza le conseguenze nefaste del lutto melanconico, è essere a contatto con la parola della perdita senza perdere il proprio narcisismo Credo che non essere capaci di vivere la nostalgia del paziente è anche la nostra difficoltà a celebrare la completezza del nostro lutto. Se non si cronicizza in un atteggiamento la nostalgia permette di celebrare la perdita dell’oggetto consentendo  l’investimento narcisistico ed evitando l’identificazione melanconica   : perdita e narcisismo   si mescolano  nella parola poetica capace di attraversare e rinascere dal dolore come in Celan: o a mio avviso contattare in analisi la reverie che credo sia anche una forma  in cui si invera la protezione del nostro narcisismo  senza che l’oggetto sia perduto.
Per questo ho riferito in prima istanza la permeabilità della mia reverie nei confronti di Malouf,  rimanendo nel campo di una partecipazione e credo di una giusta distanza dall’oggetto forse fra empatia ed identificazione empatica.
Gennaio 2012
Intervento di Nicola Nocifora

CONTROTRANSFERT COME ROTTURA EPISTEMOLOGICA

Si può quindi dire che la psicoanalisi è
vicina al messaggio di Carmen, la zingara, perché
mostra che tutto ciò che è coltivato nel campo
proviene in definitiva dalla selva.
In un certo senso, nel bel mezzo dell’era
tecnologica,
la psicoanalisi è il ritorno del selvaggio.
(Franco Fornari, Carmen adorata – psicoanalisi della donna demoniaca, 1985)
<> affermava Corrao in “Psicoanalisi e psicoanalismo”, che ho da poco commentato.
Questo è il primo elemento che ha evocato in me la lettura, soprattutto la lettura in gruppo, dell’importante lavoro del dott. Costa sul controtransfert, al quale mi avvicino consapevole dell’esiguità della mia esperienza clinico-psicoanalitica.

Metamorfosi e Wilderness
La funzione poetica detiene la capacità di trasformazioni in O, in divenire, frutto dall’accoppiamento appassionato tra amore per la lingua e le sue origini, e ricerca di uno sguardo ingenuo, libero, sul mondo. Non il poeta, che può rimanere imbrigliato in una ricerca esasperata e concreta, allucinotica, della parola originaria, rischiando il suicidio, come Celan, ma la funzione poetica, vicina a quella capacità di soffrire di cui ci parlava Corrao, e quindi alla capacità di amare il ragazzo selvaggio in noi stessi.
La presentazione di Costa della trasformazione che ci offre Malouf intorno alla vicenda di Ovidio, mi ha fatto pensare che l’analista, come il poeta Ovidio, per recuperare la propria funzione analitica, debba subire l’esilio dall’impero del proprio narcisismo per ritrovare il pensiero nuovo e selvaggio, l’ignoto, l’idioma sconosciuto, che rompono le sofisticazioni difensive con le quali teniamo a bada conoscenza, amore e odio.
D’altra parte Bion, a conclusione della propria autobiografia, affermava che l’unico antidoto alla violenza distruttiva degli uomini sta nella poesia. Funzione analitica e funzione poetica potrebbero, quindi, essere fattori cooperanti di una più ampia funzione umana, “sensi”, forse, di questa.
Una funzione, quella poetica, che nei miei pensieri va distinta dal narrare, nella misura in cui quest’ultimo presuppone una sistematizzazione prevalentemente egoica, laddove la funzione poetica ha più a che fare con il lavoro del sogno, con il preconscio e con le libere associazioni, che permettono ai pensieri di dipanarsi liberamente nel “fuoco” della relazione.
Il controtransfert, a questo punto, come controlingua inconscia e poetica degli affetti che può irrompere improvvisamente, o stare come sfondo silenzioso del rapporto analitico in attesa di essere ascoltato, mutando improvvisamente visione e comprensione del quadro attraverso una rottura epistemologica – per richiamare Corrao – del discorso “imperante” in quel dato momento della relazione analitica.
L’analista selvaggio, invece, per paradosso, è l’analista che non ha potuto analizzare il proprio controtransfert nel corso della propria analisi; che non ha potuto sentire, né dare significato all’esperienza dell’accoppiamento tra l’elemento selvaggio del proprio inconscio e quello dei propri pazienti.
Penso, a questo proposito, ad uno scritto di Tomassini dal titolo “Transfert perverso e conoscenza”, del 1982, relativo al rischio che gli analisti siano portatori di un narcisismo perverso basato sulla fantasia di far fare ai pazienti quello che non vogliono fare con se stessi: l’analisi. Questi analisti scindono, proiettano nei propri pazienti, e tentano di analizzare in essi i propri nuclei di sofferenza. Mi sono chiesto se il lavoro di Costa sul controtransfert, a proposito della comunicazione telepatica da lui richiamata, non arrivi in un momento molto delicato per la nostra Società Psicoanalitica. Un momento che, dato l’emendamento appena approvato sulle analisi di training, rischia di privare la psicoanalisi della sua prerogativa fondante: proprio, l’analisi del controtransfert, intesa come capacità recettiva e autointerpretativa forgiata sull’esperienza dell’esilio dell’arroganza narcisistica dell’analista. Tale esilio è generato dalle continue rotture epistemologiche che caratterizzano “l’esperienza analitica autentica”, laddove si sia disposti a riconoscerle ed accoglierle, tollerando la sofferenza iniziale che ne deriva, prima di accedere al piacere trasformativo della vera scoperta: la terra sconosciuta.
La funzione analitica, come la funzione poetica, sono, invece, dei processi di liberazione che attingono alla dimensione selvaggia dell’esperienza, da cui può nascere e svilupparsi una complessità capace di ingenuità, attraverso le rappresentazioni che si liberano nel continuo passaggio tra il senso e la sua dispersione. Per dirla con Bion, il passaggio attraverso una complessità capace di andare in frantumi, di disperdersi, per accogliere il pensiero ingenuo, in-gen(i)o, primario, vitale.
Credo che a questa idea possa corrispondere un’altra delle principali rivoluzioni freudiane, quella relativa alla distinzione tra civilizzazione ed incivilimento. Importante allora, da questo punto di vista, il suggerimento del dott. Costa, relativo alla necessità di tenere a bada un interpretare colonizzante per favorire invece l’ascolto che incivilisce, la parola o il gesto capaci di liberare un interpretare responsabile. Credo che questa condizione mentale, che è poi una tensione, possa corrispondere a quello che Romano indica come quarto elemento dell’oggetto analitico: l’etica.

Lingua materna e lingua delle origini.
Un’altra parte del lavoro del dott. Costa su cui mi sono soffermato è quella relativa al rapporto con la lingua materna. Ho pensato che la lingua materna in molti casi potrebbe coincidere con la lingua dell’aggressore, come la madre del paziente citato da Costa, come la lingua tedesca per il Freud esule in Inghilterra e per la moltitudine dei perseguitati di ogni tempo, come per i bambini abusati nelle proprie famiglie, come per molti nostri pazienti. In molti casi la ricerca spasmodica del linguaggio materno non è la passione “epistemofilica” per le origini, ma una ripetizione coattiva che tenta di deviare il progetto analitico dalla ricerca vitale delle origini affettive a quella difensiva e mortifera dell’identificazione con l’aggressore.
Anna Oliva De Cesarei, nel suo bellissimo (e clinicamente ricchissimo) “Alla ricerca del filo con la vita”, afferma a tal proposito come:
… in pazienti che hanno nella loro storia una madre depressa, il dolore, la sofferenza, hanno costituito una possibilità di sentire all’unisono con la mamma, “l’ossigeno” che permetteva di respirare un’identica atmosfera (…) Searles (1961) sottolinea come il dolore masochistico nasca spesso dal tentativo inconscio del paziente di identificarsi con le figure inaccessibili, estranee della sua infanzia (p. 72).
…Tali identificazioni costituiscono un salvagente per la psiche, ed è questo il motivo per cui permangono così rigide, radicali e radicate: l’oggetto maltrattante (H. Rosenfeld) o negativo (A. Green) è sempre disponibile, mentre aprire l’investimento di una relazione positiva trascina il paziente nella minaccia di una perdita assimilata alla fine di tutto, un cataclisma cosmico (p. 80).

Un caso
F. ha iniziato un’analisi di quattro sedute settimanali quattro anni fa, in seguito alla morte dell’anziana madre e di un caro amico medico.
Il paziente iniziò presto un’intensa attività autointerpretativa, associata ad una certa conoscenza del pensiero di Freud e Bion che si alternava, con ripetizioni cicliche, a fasi di intenso scoramento dovuto al ripresentarsi di vissuti depressivi e perdita improvvisa della spinta vitale che fronteggiava, e in parte ancora fronteggia, con vari rituali: ad esempio, indossare abiti vecchi e passare a deporre fiori sotto un’edicola raffigurante una madonna vicino casa propria, esplicito sostituto materno, così come riconosciuto da lui stesso.
L’attività autointerpretativa si accompagnava ad un’accettazione delle mie parole che nell’immediato, a suo dire, producevano un effetto benefico la cui durata si infrangeva, però, dinnanzi ad ogni minima perturbazione, interna o esterna che fosse. La mia sensazione era di una compiacenza nei miei riguardi: le sedute offrivano sollievo, F. dava l’impressione di trarre beneficio delle mie interpretazioni, per poi tornare angosciato e così ritrovare in seduta di nuovo sollievo, per poi ritornare angosciato e così via. Raramente muoveva qualche critica nei miei confronti, tranne sprofondare improvvisamente in un senso di sfiducia in cui includeva anche me e l’analisi.
Il mito familiare del paziente era caratterizzato dal racconto del rapporto con una madre matrona dispensatrice del bene e del male; un padre simbolo di una giustizia degli sciocchi naufragata in una depressione che lo rese figura debole e scialba, ed un fratello maggiore che per un certo tempo è stato un sostituto del padre nel tentativo, da parte del paziente, di instaurare una identificazione che lo salvasse dall’unica, pervasiva, offerta dallo “strapotere” materno.
Del rapporto con il fratello mi aveva colpito un ricordo in particolare che riportava il paziente. Si trattava di un gioco ricorrente, una sorta di lotta greco-romana in cui vinceva chi avrebbe messo l’avversario spalle a terra. Il paziente ricordava l’esito scontato, la propria sconfitta, essendo lui molto più piccolo e gracile del fratello, ma il ricordo era accompagnato dall’eccitazione sessuale che diceva di provare nel momento in cui veniva messo spalle a terra ed il fratello minacciava di far cadere sul suo volto uno sputo.
Pensai che, con la sua compiacenza nei miei riguardi, il paziente provasse a riprodurre con me quell’antica relazione in cui aveva erotizzato la propria condizione passiva. Nonostante questa ipotesi, però, in seguito alla quale provai ad ampliare la capacità del mio ascolto provando a ridurre i miei interventi “parlati”, l’alternanza ed il senso di sterile convivialità sopra descritto non si modificavano.
Qualche mese fa, invece, mentre ascoltavo il paziente, lo immaginai entrare in un fortino in mezzo al deserto. Questa immagine si associò in me ad altre che avevo avuto durante l’ascolto, relative a violenti tentativi di accoppiamenti omosessuali che riconducevo ai giochi con il fratello. La mia visione cambiò improvvisamente, con una rottura epistemologica, una volta in cui il paziente raccontò dei clisteri cui la madre lo sottoponeva, da bambino, a causa di una sofferenza intestinale di cui non accertarono mai la causa. La cosa mi era stata raccontata altre volte ma non aveva mai assunto per me l’effetto inquietante e rivelatore che ebbe, credo, soltanto dopo che riuscii ad acquisire una posizione meno “attiva” nella relazione analitica. Pensai che il paziente fosse stato ripetutamente abusato, e che il ricordo dei giochi con il fratello consistesse in un tentativo di riacquisire il controllo onnipotente sull’esperienza dell’abuso. Come dire: “non sei tu, mamma, che mi sottoponi ad un’esperienza annichilente, a continue invasioni del mio corpo, ma sono io che ho piacere a farmi sbattere giù da mio fratello”.
Riuscii a proporre qualcosa di quello che avevo pensato al paziente quando, qualche tempo dopo, lo ritenni possibile. F., però, sul momento non parve capire. Addirittura ebbi l’impressione di una certa riluttanza. Non parlai mai della madre come aggressore, ma dell’esperienza probabilmente dolorosa ed invasiva dei clisteri. F. disse che sì, forse le prime volte provò qualcosa del genere: <> disse, con un tono enfatico di autoaccusa che a me continuava a suonare, però, di compiacimento autointerpretativo.
Pensai che l’idea di subire passivamente un’imposizione violenta da parte della madre fosse per il paziente qualcosa di difficilmente tollerabile, cui era preferibile sostituire un’idea di sé “colpevole” ma attiva: <>. La mia ipotesi minacciava il legame con la lingua materna, tanto invasiva quanto amata. Non insistetti.
Qualche tempo dopo, lo scorso settembre, F. racconta un sogno.
<<Ero nella mia casa di infanzia in ristrutturazione. Ad un certo punto pensavo che con mio fratello avevamo nascosto qualcosa di prezioso sotto una mattonella. Questa mattonella era sotto il punto della parete dove una volta appendevano l’apparecchio per il clistere. Nel sogno non c’era più. Io alzavo questa mattonella e trovavo un saio, una tuta da bambino>>.
Le associazioni del paziente vertono principalmente sul saio del bambino, che associa anche a qualcosa di sacro. Ho pensato, senza parlarne con il paziente, che il sogno potesse rappresentare il ritrovamento della “sacra anima” dell’infanzia perduta, o quasi, a causa dei clisteri, “salvata” sotto il suo pavimento esistenziale, in attesa di essere ritrovata. “Il punto della parete dove una volta appendevano il clistere” mi ha fatto pensare al luogo, bioniano, “in cui soleva essere il seno”, presupposto della possibilità di avvio della rappresentazione. F., invece di un seno, aveva trovato un apparecchio per il clistere. La soluzione che gli aveva permesso di salvare i bisogni primari sotto la mattonella era consistita nell’operazione onnipotente di ribaltare l’esperienza traumatica in qualcosa di piacevole e desiderato.
La scorsa settimana, poco dopo l’ascolto del seminario del dott. Costa, un altro sogno.
F: <<Ero con un mio amico sulla Concordia che naufragava. Ci salvavamo sull’isola del giglio, che però nel sogno era un’isola selvaggia, come un’isola dell’amazzonia. Una volta salvi ci trovavamo davanti a due gruppi di selvaggi. Un gruppo che ci voleva ammazzare, mentre un altro gruppo era curioso…voleva apprendere qualcosa da noi. Per fortuna quelli che volevano apprendere erano di più e così venivamo salvati. In cambio, però, dovevamo insegnargli quello che sapevamo e così io cominciavo a fare delle lezioni di fisica, chimica e geometria ed il mio amico, che conosceva un po’ la loro lingua, mi aiutava a tradurre>>.
Mi colpisce che F. non faccia alcuna associazione diretta sul sogno, come fa invece di solito. Sogno che viene raccontato sul finire di una seduta nella quale aveva detto di essersi preso cura della moglie, dalla quale si sente in genere piuttosto dipendente, una volta superata l’angoscia per la sua bronchite.
Mi sono chiesto se con questo sogno F. non abbia tentato un ulteriore tentativo di compiacimento nei miei confronti. Come dire: avevo bisogno di un sogno sul controtransfert che includesse elementi sulla wilderness e lui me l’ha offerto. Estremo tentativo di recuperare un rapporto compiacente con l’aggressore.
Poi ho pensato, invece, che il lavoro del dott. Costa sul controtransfert abbia “premiato” le nostre fatiche, mie e del paziente, offrendoci un’isola di salvezza. Naufragata la “Concordia” posticcia che F. ha costruito nel corso della sua esistenza per non sentirsi fragile come un giglio, adesso è il giglio, la piccola isola dell’infanzia, che si prende una rivincita sulla colonizzazione arrogante da parte di una madre che, piuttosto che contenere le angosce del figlio, le espelleva con intrusioni violente, magari preoccupata per la sua salute, ma ignara della fragile dimensione affettiva di un bambino.
Ma se la madre e la sua lingua naufragano quale salvezza è possibile?
Quella degli affetti selvaggi che, grazie ad una potente ma efficace operazione di isolamento, il paziente era riuscito a salvare sull’isola, insieme ad una componente amazzonica, selvaggia, vitale, dell’esperienza del rapporto con i genitori. Da una parte un gruppo che vuole uccidere il naufrago bisognoso, un fantasma di castrazione che potrebbe uccidere il desiderio di conoscenza, l’esplorazione analitica. Dall’altra un gruppo in cui prevale la curiosità, dei genitori selvaggi ma amorevoli, grazie ai quali amore e odio potrebbero finalmente fare parte dello stesso gruppo interno. “Per fortuna” prevale il selvaggio desiderio di conoscenza.
Certo, il fantasma di un’ulteriore colonizzazione rimane sullo sfondo – io ed il paziente che “diamo lezione” ai selvaggi – ma questo non toglie che siano stati i selvaggi – all’interno dell’esperienza analitica e dell’accoppiamento transfert-controtransfert – a salvare i naufraghi, e che adesso F. possa anche riconoscere l’esistenza di un’altra lingua. Una lingua selvaggia, una nuova lingua delle origini, che lo ha salvato dal naufragio del proprio sistema difensivo onnipotente: la falsa “Concordia”, la compiacenza nei confronti dell’aggressore, e dell’analista. Una nuova lingua da poter apprendere attraverso l’esperienza di uno scambio reciproco e paritario con la propria dimensione selvaggia – “voi mi avete salvato, io vi insegno quello che so” – e grazie alla traduzione dell’amico analista, naufrago con lui.
Catania, 7 febbraio 2012                                                                            Nicola Nociforo
Intervento di Cinzia Carroccio
Egregio professore,
dal momento che ci ha gentilmente proposto una possibilità di riflessione, ho pensato di inviarle un mio piccolo personale contributo-commento a seguire la sua lettura dell’ultimo incontro di Gennaio. Non so se è quello che lei si aspetta, ma essendo rimasta molto colpita da alcune cose dette e/o lette, è  di quelle che vorrei parlare.
Purtroppo per me si è trattato del primo incontro, essendo stato complicato mettere  a posto le cose della mia vita per potermi permettere il piacere (e il privilegio) di assistere a un suo seminario, cosa che non mi capitava dai tempi del training, oramai dieci anni fa. Tutta questa premessa per dirle che, in ogni caso, la prima cosa che mi ha colpito è stata l’affettuosità dello scritto e l’affettuosità con cui è stato accolto. Niente a che vedere con il solito – e famigerato – spirito critico ed esegetico del nostro centro di cui ho avuto  qua e là esperienza. Oramai sono iscritta da cinque anni e ho ancora una grande   paura-desiderio di esporre il mio modo di pensare, il mio modo di lavorare e, quindi, gli effetti del mio controtransfert.
Il  suo progetto di lavoro mi fa ripensare  innanzitutto alle discussioni affrontate nell’ultimo periodo per quanto riguarda l’abominevole presa di posizione della SPI rispetto alla formazione dei futuri psicoanalisti. Grazie a questo emendamento l’analisi del controtrnsfert non sarà più possibile,  sta per essere “estinta”,  e rimarrà solo questo dinosauro interno pesante da nutrire e da trattare, secondo alcuni concetto inesistente, rispetto alla priorità data ad interpersonalità intergenerazionalità e così oltre. Nella mia esperienza, sin da subito ho capito che la nostra cifra “stilistica” ed esistenziale è proprio quella di riconoscere il controtransfert, cosa niente affatto facile se non con lunghi “incroci” di analisi e supervisioni fatte nello stesso periodo – l’ultima fase del training – chiave di volta  della “ristrutturazione interna” necessaria  per iniziare a fare questo tipo di professione. Ritorno a pensare alla dimensione scolastica, di cui mi porterò dentro un bellissimo ricordo, come paradigma di una esperienza intensa e passionale che mi ha dato una ulteriore possibilità di svolta esistenziale.
L’ascolto del suo lavoro, la cui lettura in pubblico non considero come una fatica in più ma come una possibilità di attivazione di memoria e desiderio attraverso la voce, mi ha portata ad entusiasmarmi  per la possibilità di essere condotta nell’esplorazione di un pensiero ricco di memoria e di nostalgia oltre che di riferimenti tecnici e culturali –come sempre. La parola più evocativa è stata “Telepatia”. La serenità e la naturalezza con cui l’ha nominata mi hanno fatto pensare ad anni e anni di dimestichezza con questa realtà di funzionamenti misteriosi della mente individuale e collettiva che,   da qualche tempo si impongono  alla mia attenzione. Ho idea che si tratti di una condizione legata al mio essere una associata neofita,  analista “basica” che subito “fiuta” l’atmosfera, uscendo dalla sua piccola stanza per vedere a che punto è lo stato dell’arte. Certamente sarà anche un fatto di controtransfert che mi fa sentire attratta da questo tipo di fenomeni, forse tra qualche tempo mi sposterò con la mente da un’altra parte, ma credo che in questo momento ci sia bisogno per me – per tutti noi che ogni giorno ricominciamo tutto da capo, come ci consiglia Bion – di sentire che ci sono ancora enormi possibilità di esplorazione e conoscenza dell’umanità nei suoi modi di essere e di funzionare. La ringrazio per avermi dato con le sue parole  una ulteriore spinta  per studiare  e  mantenere la mente aperta e curiosa , la nostra fonte di giovinezza e di bellezza.
Ritorno al testo. La cura del controtransfert, associata alla riscoperta del “selvaggio” che è in noi, risorsa di vitalità e di energie non solo di problemi, per me si è incontrata con l’idea di una trasmissione telepatica, carica quindi di affetti di tale intensità da superare –apparentemente – i limiti della psicofisica conosciuta e da entrare in un altro sistema di pensiero?  Ritrovare il ragazzo selvaggio perduto  significa ritrovare un desiderio di combattere per le cose in cui credo, sempre in controtendenza (spero), sempre un poco  “primitiva” nella mia timidezza intellettuale. Narcisisticamente ma confusamente sono inoltre convinta di avere il suo appoggio e quello del gruppo nel condurre questa esperienza  alla fruizione della società che apparentemente ci snobba o troppo ci esalta, ma che comunque ci tiene sempre un poco a distanza. Per paura delle nostre capacità telepatiche?
Entro un poco nello specifico del lavoro: molto suggestiva nella sua coerenza interna  la rilettura delle fasi regressive di un paziente, ripresa di contatto con il ragazzo selvaggio perduto, in cui più o meno inevitabilmente si evidenzia un cambiamento di registro dell’espressività linguistica oltre che dei comportamenti. Il paziente intellettualizzante, intelligente ma sofferente e difeso,  arriva a questo punto quando è nella condizione  di poterselo permettere: la reverie dell’analista si alimenta del  ricordo letterario di un esilio dalla lingua materna. Oltre che affettivamente importante, questa reverie fatta di parola scritta e memoria,  mette paziente e terapeuta in contato con le infinite declinazioni di una necessità traumatica, di una spinta negativa. Sofferenza e trasformazione, passione e trasformazione. E’ necessaria la metamorfosi in una dimensione vicina all’area“biologica” non  eloquente, che recupera (forse) a partire dal cosiddetto  “conosciuto non pensato”.A questo punto  sento con forza la conferma della solidità identitaria mantenuta da analista e paziente grazie delle proiezioni narcisistiche (sane) sugli elementi del setting (oggetti, situazioni, posizioni) che consentono alla coppia un abbandono in una nuova entità di esplorazione, un andare a  raccogliere elementi con una sensibilità affinata da questa qualità particolare di sofferenza identitaria. Memoria e nostalgia che attiva una ricerca di significato e di valore nella sensorialità più arcaica riconquistata. Nel caso del poeta sembrerebbe l’ultima trasformazione. Nel caso dell’analista il pathos della maturità e il contatto non negato con l’idea del limite della vita. Nel caso del paziente finalmente la possibilità di guarigione? L’analisi del controtransfert aiuta  a portare a compimento una impresa che potrebbe sembrare improba. Conferma al terapeuta che esiste una qualità di angoscia che comporta non rottura dell’essere ma dolorosa sensibilità poetica –  bisogno di attenzione alla vita  e all’espressività in tutte le sue forme. L’antica esperienza della voce materna. Questa intuizione salva dall’idea (suicidarla) che ad un certo punto bisogna smettere di ricercarla, perché  è persa per sempre, irrimediabilmente danneggiata. Questo mi fa pensare nuovamente all’esperienza del poeta come a colui che subisce un attacco sociale che è la somma delle proiezioni  rigidamente invidiose di una istituzione che non cambia.
Il bisogno di ritrovare la terra selvaggia (riserva di elementi selvaggi) sembra essere una condizione opposta al bisogno di involucri rassicuranti, mentre invece  è un elemento  di reverie,  di “coidentià” rimandabile al perinatale, al simbiotico fantasmatizzato. Si tratta di una condizione evidentemente angoscianti per analista e paziente, in cui si coglie il pericolo di perdita dell’identità: il ragazzo che si smarrisce nell’Alaska del film, luogo selvaggio e non delimitato da un segno (vocale, visivo, tattile) che garantisca una possibilità di ritorno ad una sensorialità più complessa, più definita (più matura?). I suoni della natura definiscono la “distanza” del vissuto, confermano la presenza di elementi di identità sparsi ma ricollegabili all’esperienza che non si cancella,  che è solo messa da parte. Ciò ulteriormente valorizza l’importanza del setting stabile creato dalla situazione analitica che consente il suono che avvolge o intrude, come spazio nero di evocazioni sorprendenti, quindi vitalizzanti. Questa proposta di visione sensoriale “il semeion che viaggia, sfruttando ulteriormente le possibilità della percezione dal viscerale all’ acustico”  approccia all’area di socializzazione prossimale presente sin dalle prime fasi di vita del bambino, come area da recuperare e da curare nei casi di “morte della parola” . Si tratta di una perdita  della possibilità di elaborazione del lutto se non in forma “sociale”, utilizzando altre vie di avvicinamento alla “madre sempre capace di reverie”, all’”oggetto sempre buono” di una condizione di fusionalità gratificante. Vicinanza all’area del sogno necessaria per amplificare una capacità di memoria che deve essere fortificata iniziando dalla proposta che fa l’analista di abbandonarsi al sogno e, quindi, di ampliare questa area di funzionamento, anche diurno.
Questa riflessione mi mette di nuovo in contatto
-con il pensiero della telepatia come condivisione duale o gruppale dell’attivazione di un’area  in cui la dimensione spazio-temporale non è l’elemento che interessa, anzi può allontanare dall’ignoto che incombe, dal  serbatoio di possibili esperienze..
-con il pensiero dell’angoscia di morte nella concezione della terra selvaggia, quindi elemento indice di possibilità e non di fine.
-con la Nostalgia come vicinanza non melanconica con l’oggetto perduto, preservando la possibilità di desiderare e di investire narcisisticamente, esplorando altre aree, in una declinazione sfumata delle passioni. “Amo le rose che non colsi”
Cinzia Carroccio
Catania, 5 Febbraio 2012
Aldo Costa- risposta agli interventi di Carroccio e  Nociforo

E’ come se avessi fatto un investimento con un tasso molto alto di interesse  :  mi sono molto arricchito per gli interventi di Cinzia Carroccio e di Nicola Nociforo sul mio scritto e dovrei, ma meglio vorrei,  ulteriormente investire, senza limitarmi al grazie per la loro affettuosa ed intelligente lettura critica e per i loro due contributi personali; ma non voglio saturare la circolazione con troppi spunti di riflessione che sono nati da questi contributi
Oltre alla ripresa da parte di entrambi dei punti nodali del mio lavoro mi ha sorpreso la concordanza nell’articolare la riflessione sulle trasformazioni creative che nascono dalla presa in carico del CT e inoltre l’interesse sollecitato in entrambi dalla problematica della trasformazione telepatica. Nella letteratura è presente l’attenzione a questo punto sul piano storiografico, per quanto riguarda Freud, in un lavoro di Lucio Russo, mentre è più fortemente presente in alcuni (sopratutto Grinberg) la sottolineatura degli aspetti magici della identificazuone priettiva concetto che interseca quello di Ct
Credo sia l’atteggiamento della mente nel senso dell’attenzione liberamente fluttuante  e della reverie  il segreto per attraversare la contrapposizione delle forze del transfert-controtransfert , a cui si aggregano   i rispettivi campi di potenziale significazione- così i suddetti campi non si annullano, riescono a reggersi in una tensione reciproca, sospesi ai ‘vertici di una segreta simmetria, in modo da far posto  a un elemento nuovo.
Questo elemento nuovo assume a volte l’aspetto del fenomeno telepatico. Mi è sembrato necessario visti i possibili aspetti suggestivi del concetto che possono evocare un eccesso di vaghezza esoterica appoggiarmi ad un pensiero forte che ne giustifichi l’aspetto analitico e data l’importanza della temporalità nel fenomeno ho fatto riferimento al pensiero di Fachinelli ricordando fra l’altro il suo riferimento al perinatale ed ai fenomeni di coidentità. D’altra parte Fachinelli stesso, che da perfetto freudiano lascia sempre insatura la riflessione, sollecita un approfondimento ed alcune ipotesi di spiegazione.
Come è noto  la riflessione di Fachinelli che ha a che fare con il tempo, puà essere rintracciata, con l’interludio di un terzo (La Mente estatica),  in 2 saggi fondamentali : La Freccia ferma e Claustrofilia. Ricorderò come in analisi la sospensione analitica dell’ascolto abbia a che fare con la sospensione del tempo che contatta ma non coincide con l’epochè husserliana costituendosi essa ancor più come una effettiva sospensione e ristrutturazione della struttura globale della mente.
Fachinelli ci ricorda come la freccia del tempo possa rallentarsi fino a fermarsi (il che è tiipico delle strutture ossessive) così come pure la sua direzione può invertirsi per puntare non solo al passato (regressione temporale o diacronica) ma anche a ciò che precede la parola, la struttura preverbale che non passa nella parola. Questa a volte si recupera invece a distanza facendo ad esempio capolino nella scrittura e nella poesia(vedi anche Kristeva)
L’attenzione ugualmente fluttuante di Freud non prestabilisce  il tempo da dedicare ad ogni elemento significante, ma segue un ritmo dettato dai significanti stessi: così non solo è possibile esplorare esaustivamente lo spazio semantico del soggetto, ma vi si possono aprire finestre al di la dei confini stabiliti dal nomos della parola:  il risultato di questa operazione di extracodifica è l’emergenza nel reale del soggetto di un sapere nuovo nel tempo  irreale della seduta. Ma se questo giustifica la prima caratterizzazione della rottura epistemica la sua seconda qualità legata al telepatico è quella che ha a che fare con il CT questa volta in una trasmissione a distanza simile a quella del passaggio alla scrittura  ( e a ooriutilizzerei quì la metafora della scrittura a 4 mani utilizzata dalla Nissim). L’alone di mistero è presente ma non è eccessivo : il rinforzo ecoico attraverso il CT percepito dall’analista e dal paziente che ne avverte l’operazione da risalto ai significanti impregnati durante il lavoro di perlaborazione di affetti-sentimenti-emozioni ripetuti e reciprocamente accettati e precipita in frammenti narrativi o Nicoforo preferirebbe senz’altro dire  metaforico-poetici.
D’altronde come il caso di Nociforo, ma sopratutto il mio primo nell’ordine cronologico della stesura, potrebbero indicare,  il problema è proprio quello di passare dal sostituto della madre alla metafora materna, fermo restando la necessità di avere in mente anche la funzione metaforizzante della madre che commentando il mio lavoro mi sembra che la Carroccio abbia indicato nella estensione di significato  del concetto vigoskijano di area di sviluppo prossimale: Ciò a proposito del lavoro di organizzazione semiotica , aderendo alla mia ipotesi di una qualità cinematca del semeion.
Inoltre mi sembra giusto sottolineare il ponte creato dai 2 contributori nei confronti del problema identitario ed istituzionale dell’analista. Credo che entrambi possano essere confortati dalla identità di vedute con  Lucio Russo del cui lavoro cito le formulazioni riassuntive .
1.   Il termine “controtransfert” designa una forza-lavoro, che trae origine dall’analisi dell’analista (autoanalisi) e crea un ponte tra l’indifferenziato e il differenziato, la simmetria e l’asimmetria, l’identico e l’altro, l’antico e il nuovo. Il controtransfert rappresenta un ponte che raccorda il passato con il presente, tende a produrre le differenze tra le generazioni e opera lo sviluppo della teoria psicoanalitica. Il termine gegen in dica, nel controtransfert, la “attesa credente” nella differenziazione, nell’individuazione e nell’alterità del paziente (Faimberg, 1981).
2.   Il lavoro del controtransfert ha la funzione di distaccare la mente dell’analista dalle certezze incodificabili della sensorialità, dalla presenza sensibile e tangibile dell’oggetto e portarle verso la figurabilità, la rappresentabilità del linguaggio, la memoria e l’attività teorica.
3.   Nella forza-lavoro del controtransfert l’analisi ritrova l’asimmetria, la funzione del terzo differenziante e il raccordo con il simbolico. L’autoanalisi del controtransfert fornisce la forza per uscire dalla follia in solitudine dell’analista con il paziente e per trasformare la terrificante simmetria in conoscenza. In questo la psicoanalisi si differenzia dalla psicoterapia suggestiva.
4.   Il lavoro del controtransfert contribuisce ad interrompere i livelli narcisistici e confusi della relazione analitica, aprendo gli apparati psichici ai “mondi possibili”.
L’analista può così rappresentarsi il paziente come altro e aiutarlo a ricostruire la sua storia originaria.
5.   La capacità di lavorare analiticamente con il controtransfert serve a raccordare il passato censurato e occultato con la possibilità immaginifica di costruire nuove storie, nuove rappresentazioni e nuove teorie.
L’analista non dovrebbe mai dimenticare che il passato sepolto e censurato fa parte della sua storia personale e di quella psicoanalitica.
6.   Il lavoro del controtransfert, infine, comprende la funzione della memoria e il ritorno indietro nel tempo. L’analista, che partecipa profondamente al transfert del paziente, che condivide i livelli psichici più arcaici, è portato necessariamente a ritornare su ciò che non ha potuto analizzare, a narrare queste lacune ed a teorizzare. Il lavoro del controtransfert funziona in un necessario riferimento alla ripetizione ed alla riformulazione in un nuovo contesto di resti non ancora analizzati.
Anche io ho evocato all’inizio il concetto di simmetria come operativo per una riflessione sul CT; penso allora di fare cosa gradita di proporvi  di espandere la conoscenza  al riguardo mediante la lettura di un interessante saggio di Pontalis  di cui posso parlarvi a braccio ma del quale ho pensato di rifornirvi di una fotocopia, poichè mi è sembrato un lavoro sul ct  scritto fra l’altro in stile molto vivace e ciò anche al fine di estendere la riflessione da un vertice diverso e ovviamente anche più alto rispetto al mio
Per quanto riguarda  me, vorrei promettervi un pò di silenzio, per interromperlo solo alla fine, e se questo lavoro comune continuerà a lungo come spero, parlandovi di  “CT : incrocio di nostalgia e passione”
Congresso
Siracusa 2011
Solo per amore
Storia di una psicosi
“Solo per amore” erano le parole che mi risuonavano in mente dopo quel primo incontro con il giovane paziente accompagnato dalla polizia al pronto soccorso.
Una crisi pantoclastica. Etichetta che descriveva amaramente il prodotto, non il contenuto o la provenienza.
“Solo per amore”, questo ritornello potrebbe prendere il nome della persona, era confuso e smarrito nello sguardo, molto movimento intorno a lui. Non riusciva a parlare. La confusione del pronto soccorso era il degno teatro e il luogo dell’eco di quell’evento. Bisognava trovare un’altra stanza, mi sono detto, nel momento in cui mi rassicurai rispetto al rischio di violenza.   Un altro luogo che potesse contenere la nostra presenza e potesse permettere di parlare.
Trovata, più piccola ma anche più distante dalla tensione dell’emergenza continua del pronto soccorso.
Familiari intorno. Raccontano in maniera concitata che: non si sa il perché ma ad un tratto era uscito dalla sua macchina dove si trovava fermo a parlare con la sua fidanzata e aveva iniziato a rompere i vetri di un’altra macchina. Non c’era nulla che aveva fatto presagire quel gesto e anche lui ascoltava come se fosse stato fatto da un altro. Forse ancora troppa confusione.
Non sento più il rischio di ulteriore violenza e decido di far uscire i familiari.
Soli nella stanza, dopo un po’ di silenzio, mi racconta che la ragazza lo aveva lasciato e alla comunicazione della fine del rapporto, da parte di lei, non aveva capito più niente aveva solo sentito di dovere fare qualcosa.
Dolore per la separazione, rabbia, violenza. Era certamente possibile ma non sono del tutto convinto. Mi aveva detto: l’ho fatto “solo per amore”. Farmaci? Solo come si conviene per l’urgenza. Altro appuntamento, questa volta in ambulatorio.
C’era qualcosa nelle sue parole che non corrispondeva esattamente al significato. Certo ora potrei usare molti termini per rendere quello che mi accadeva, ma era nella pochezza dei termini e nell’intensità di quello che avevo provato, un’ intensità che non poteva essere compresa in quel poco spazio e con pochi termini, il punto cardine dell’incontro. I pezzi di vetro di una macchina che si sono prodotti dopo una frantumazione sono difficilmente ricomponibili, abitualmente stanno lì sull’asfalto e nessuno si prende la briga di farne un puzzle, neanche per gioco.
Dopo un giorno l’altro incontro. Non volevo mettere molta distanza.
Il luogo: più tranquillo. L’ambulatorio di un “Centro di salute mentale”, così si chiama.
Questa volta è meno spaventato, più disponibile a raccontarmi una storia, la sua o almeno quella che conosce e che mi può dire.
I suoi genitori, Giuseppe e Maria, ad un anno di vita dopo l’inizio di un’altra gravidanza l’avevano “dato” agli zii. Gli zii stavano molto meglio economicamente, da anni, nonostante i tentativi effettuati, non avevano avuto figli.
Egli stesso mi sottolinea: “I miei genitori l’hanno fatto per amore, solo per amore. Io chiamo tutti mamma e papà. Quattro genitori.”
Le parole risuonano perché si comportano come le palle di un biliardo che non trovano una buca dove infilarsi; le parole che non trovano un corrispondente significato non possono trovare una loro sistemazione, vagano come anime in pena di un purgatorio maledetto perché hanno perduto il legame con l’affetto corrispondente.
“ Io so tutto, dottore, non  mi hanno nascosto niente, so che in quell’altra casa ci sono altri miei tre fratelli, li vado a trovare spesso. Io ho potuto studiare…”
Il suo volto disteso e sorridente questa volta strideva con il mio stupefatto.
Poi? Per brevità una storia come tante altre…
Scuola, sport.. il primo fidanzamento. “Sì questa era la mia prima fidanzata, una bella storia. Quando mi disse che dovevamo interrompere il nostro rapporto sono uscito fuori dalla macchina e ho dovuto rompere delle cose…”
Cambia la scena: il mio studio. La signora che sta arrivando mi aveva contattato telefonicamente, chiedendomi angosciata aiuto, non mi aveva detto altro. Quando apro la porta si presenta una signora minuta il cui volto tradisce l’angoscia nonostante la cura con cui si è truccata. La storia, anche questa la sua storia ovviamente: “Sono stata tradita. Ancora una volta e non ce l’ho fatta, questa volta volevo fargli male e ho rotto molti piatti a casa.” Ho pensato una storia di un tradimento proprio quando sono passati i cinquanta anni e la difficoltà della relativa separazione, ma  la situazione è più complicata. Continua dicendomi: “non so  se mi ha veramente tradito, ma per me è come se lo avesse veramente fatto; non è la prima volta che accade, è già successo qualche anno fa, ma poi mi aveva promesso che non sarebbe accaduto più. Anche io ogni tanto dubito che ci sia stato veramente un tradimento, almeno nel senso classico del termine ovvero sessuale, ma sicuramente mio marito si è dedicato a lei in modo molto particolare. Lei è la sua segretaria, una ragazza bruttina, non ha niente di attraente. Quando ci penso impazzisco, se sono a casa ed è presente mi metto a inveire contro di lui e a rompere sempre qualcosa. Io non ce la faccio, non so che cosa veramente mi succede. Anche mia figlia ci ha consigliato di separarci, ma non ce l’ho fatta.” Dopo alcuni incontri, in cui avevamo deciso di iniziare  una psicoterapia,  mi racconta qualcosa che per me è una rivelazione, almeno in quel primo momento solo per me. “Quando ero piccola i miei genitori decisero che io potevo andare a vivere con i miei zii, una coppia senza figli.” Guarda il mio volto che lasciava trasparire il mio stupore e continua dicendo: “ dottore questa è una cosa che si usa fare, io in fondo voglio molto bene ai miei genitori e loro lo hanno fatto solo per amore”
Non posso fare a meno di dirmi: Ancora una volta!
Le due brevi storie cliniche, hanno in comune il mio stupore di fronte a delle comunicazioni che hanno meritato e continuano a meritare attenzione e riflessione. Devo prima dire che questo fenomeno, comune alle due vicende, è più frequente di quanto pensassi.
Colleghi con cui ho condiviso le prime impressioni mi hanno a loro volta raccontato vicende simili.
Ho ritenuto che in merito a queste storie cliniche, in relazione a quanto ci interessa, si possono prendere in considerazione questi elementi:
– la storia di vita di questi pazienti
– i relativi gruppi di riferimento familiari e micro sociali,
– me stesso e il mio gruppo di colleghi,
– la conoscenza di un evento in rapporto alla coscienza   e alla sua capacità di suscitare emozioni o agiti.
Considero le rotture dei vetri e dei piatti una descrizione sul piano dell’azione di qualcosa che non è stato possibile esprimere in altra maniera; gli artisti della parola, come definisce Bion poeti e scrittori, avrebbe trovato le parole giuste e la loro giusta combinazione per raccontare una tragedia.
Uso il termine tragedia e non dramma appositamente, perché vorrei evocare un particolare caso  dell’intervento del divino. Il proverbio “vox populi vox dei” esplica come una condivisione sociale di una decisione fa assurgere al livello divino la decisione stessa. Il dare i propri figli è stato un fatto socialmente condiviso, per quello che mi è dato sapere fin ora, che “si usava fare per il benessere dei figli” come mi ha sottolineato la stessa paziente.
Entrambi i pazienti erano portatori di una conoscenza che aveva una caratteristica particolare e le parole dovevano sottolineare qualcosa che forse, solamente forse, avrebbe dovuto riguardare altri.
“Solo per amore”. Connotava qualcosa che avrebbero dovuto provare i genitori naturali e doveva essere vero al di là di ogni ragionevole dubbio. Ogni persona che veniva a conoscenza della cosa doveva entrare in un rapporto di condivisione della verità per fede. Una fede che implicava la negazione dei propri sentimenti. Il mio stupore era dissonante e infatti esigeva una rassicurazione da parte della paziente nei miei confronti. La rassicurazione era data dall’affermazione del sentimento positivo dei genitori nei suoi confronti e dal termine “si usava”. Quest’ultimo termine mi ha fatto pensare ad una particolarità della costruzione del “senso comune”. Il senso comune, come descritto da Bion, è il metodo che serve alla comunità scientifica per completare l’indagine scientifica. Esso permette la comunicazione di un’invenzione o di una scoperta. Senza di esso nessuna scoperta o invenzione può essere considerata scientifica. La controparte è la vox populi che ha sullo sfondo la vox dei. Mentre il primo, ovvero l’uso del senso comune nella scienza, presuppone l’indagine la seconda si basa sulla fede o sulla superstizione.
L’idea della mia paziente, rispetto al mio stupore e i miei primi tentativi di ritrovare le relazioni  emotive perdute, anche se poi ripetute in alcuni momenti nel transfert, era che io potessi delirare e a ciò doveva seguire sempre una rassicurazione.
Al mio tentativo di indagine, che  seguiva allo stupore, doveva essere contrapposta la fede e il contenimento del rischio della catastrofe, ovvero la rassicurazione. La rassicurazione della ripetizione del ritornello “solo per amore”. Una vera litania.
Ma la catastrofe doveva essere avvertita sia dal microgruppo familiare che dal macrogruppo sociale. Nel corso di questi anni quando ho evocato questi fatti, spesso vi è stata la testimonianza di fatti simili, seguiti da un certo stupore nel momento in cui provavo ad esplicitarne la dimensione tragica.
Ma al di là del sicuro interesse sociologico e antropologico che potrebbe esserci, vorrei procedere nella riflessione sull’uso della parola e come l’inganno o la bugia possono essere presenti insieme alla verità.  Innanzi tutto la verità non coincide con l’informazione, così come non coincidono consapevolezza e coscienza. L’affetto relativo, in questo caso, è il grande assente.
Riolo segnala, sulla scia di Bion,  come non è possibile fare a meno anche di uno solo dei tre fattori che generano il significato, ovvero il fatto, l’affetto e il nome. L’esclusione di uno solo dei fattori non genera significati simbolici. La conoscenza del solo fatto, un figlio dato dai genitori ad altri familiari, rimaneva nell’ordine della cognizione. Per un detective potremmo dire un’incontrovertibile verità sostenibile con una grande quantità di prove. Mi trovavo, di contro, di fronte a una verità che aveva i connotati di una bugia, che doveva nascondere un inganno.
Bion ci ricorda che: un concetto senza l’emozione è vuoto, un’emozione senza il nome è cieca. Dare un nome alle cose, ammesso che ne avessi trovato uno opportuno, era inutile nel momento iniziale. L’unica cosa che mi pareva una comunicazione vera era la rottura degli oggetti, la frantumazione di cose in seguito ad una scarica nell’azione di un emozione dolorosa che non trovava adeguata rappresentazione. Le mie rappresentazioni non potevano essere messe in comune, comunicate, ma potevano sembrare solo delle mie formazioni deliranti reattive. Il nome dell’emozione usata sembrava proprio la trasformazione nel suo contrario, tanto utilizzata come meccanismo di deformazione nei sogni. “Solo” per amore. La sottolineatura dell’unicità del sentimento era utilizzata proprio per evidenziare e nascondere al tempo stesso. Un meccanismo di negazione costruito attraverso l’accentuazione dell’affermazione. La verità della fede per sua natura è unica, non ammette altre verità o sue evoluzioni, mentre la verità scientifica deve contemplare le sue possibili evoluzioni e/o cambiamenti. Il cambiamento di una verità di fede può essere adoperato solo a costo di una catastrofe di tutto il gruppo che la sostiene. Il dubbio viene sentito come un pericolo per la vita del gruppo. Il confronto è sempre uno scontro. Ciò ha a che fare più che con i fenomeni con le dinamiche presenti sia nell’individuo che nel gruppo. L’individuo che mette in crisi una tale verità deve mettere in crisi se stesso e il gruppo di appartenenza. Il primo caso  si concluse  solo dopo pochi incontri,  senza un motivo preciso, apparentemente.  Ritengo, ora, che uno dei motivi potesse essere la messa in pericolo di un sistema costituito in maniera tale da non  tollerare l’indagine, ovvero lo sviluppo di un campo in cui si poteva riconoscere l’affetto, quindi, si dovevano interrompere gli incontri. L’obiettivo fondamentale era il ritorno della calma, obiettivo individualmente e  socialmente accettabile.
Nel secondo caso è stato possibile portare avanti l’indagine. Innanzi tutto ritengo che l’isolamento rispetto al gruppo di appartenenza abbia avuto un ruolo importante. L’isolamento rispetto alla propria famiglia acquisita, da cui era ritenuta esagerata e delirante, l’isolamento rispetto alla propria famiglia di provenienza con cui manteneva scarsi contatti anche per una distanza geografica, costituirono la condizione utile per potere avviare la terapia. A ciò si univa una maggiore capacità di tollerare una crisi o, se si vuole, di avere fede e fiducia nell’indagine.
Odio, espulsione, gelosia e invidia furono i principali antagonisti di “solo per amore”. Il passaggio doveva essere da una posizione assoluta ad una relativa, senza perdere la relazione con il contenitore. Il “solo per amore”, che aveva una valenza delirante doveva a poco a poco integrarsi con l’ambivalenza dei genitori verso i figli e poi con il riconoscimento di sentimenti avversi, senza per questo arrivare alla posizione assoluta opposta. Un processo di cura che poteva portarla verso il riconoscimento di una variabilità di sentimenti che erano presenti anche nella sua situazione attuale. L’esito fu secondo la paziente abbastanza buono.
Vorrei a questo punto soffermarmi sull’assenza del nome che connota l’evento “dare il figlio”. Per dare qualcosa bisogna possederlo. È un evento che succede spesso nel rapporto dell’uomo con gli animali. Si da un cucciolo. In quel caso la dipendenza filiale viene  sacrificata nella speranza che si instauri la dipendenza da una persona. La speranza è anche che la dipendenza si sposti pure da una specie ad un’altra.
Nei casi presi in considerazione il sacrificio apparentemente non c’è stato.  Ma ho gia detto che il grande assente è l’affetto. Devo aggiungere ora che vi è anche un altro elemento. La donazione implica la de-animazione dell’oggetto che viene regalato oltre la  proprietà di esso. Si può anche aver investito affettivamente su un oggetto che viene regalato e ciò può rendere il regalo più prezioso, ma il regalo non è in grado di fare delle scelte sue. In questo senso non è animato.  La rinuncia ad un figlio alla nascita viene contemplata solo all’interno di una condizione di sofferenza grave del genitore. Ma la rinuncia non è il regalo, e a ben vedere nessuno dei due termini è valido perché  entrambi non prevedono la con-presenza di due coppie di genitori o di due proprietari. Non esiste nel Diritto un istituto del genere e non so se esiste un reato al riguardo, non ne ho mai avuto sentore. L’affidamento congiunto è il frutto della rottura e della fine di una coppia, vi è un lutto non un regalo. Rinuncio all’approfondimento in termini legali non avendone la competenza necessaria ma non mi sono esentato dal denunciare la realtà a cui mi riferisco per rompere l’omertà.
Romano scrive: In senso positivo l’omertà ha valore di difesa della persona, della costituzione e sopravvivenza stessa dell’identità di una persona o di un gruppo, in senso negativo, l’omertà è contro l’autorità esterna da cui il carattere di fuorilegge. Il conflitto interno lacerante tra la necessità di mantenere riservato il proprio intimo e la necessità di aderire alla legge che impone la trasparenza, può indurre gli individui o i gruppi o le società all’impensabilità cioè, con un meccanismo di scissione, ad una omertà interna, ad un’ auto omertà.
Le caratteristiche del gruppo omertoso erano date proprio dal vincolo di un apparente  verità, o meglio di una bugia che aveva bisogno di essere ribadita continuamente e condivisa dal gruppo familiare per potere prendere il posto di una verità. La sofferenza rispetto all’impatto con la verità della donazione era solo una parte, la continua richiesta di non vedere e non sentire l’espulsione, l’egoismo, la gelosia, l’invidia che si generavano continuamente con il contatto con la famiglia di origine era un altro aspetto. Si può ammettere anche che l’omertà e la bugia avevano il compito di difendere la sopravvivenza individuale e del gruppo, la frantumazione degli oggetti era la rappresentazione del rischio che era in agguato. L’evitamento dell’angoscia, rispetto ad un pericolo del genere, era la forza che sosteneva quella che da un certo punto di vista può essere chiamata bugia. Cerchiamo ora di comprendere meglio cosa si può intendere con  “punto di vista” e quali sono le conseguenze di adottarne uno piuttosto che un altro. Il termine “punto di vista” ci mette nella condizione in cui assumiamo una posizione di partenza definita che illustra una certa realtà secondo una prospettiva geometrica. Cambiare il punto di partenza ci può far vedere oggetti diversi o con una prospettiva diversa. Potremmo dire che è auspicabile utilizzare punti di vista diversi per avere un arricchimento rispetto alle informazioni sulla realtà che osserviamo. Se consideriamo  il punto di vista dei pazienti che ho citato, con il relativo gruppo di riferimento e il mio, insieme possono essere considerati in maniera antagonista; in particolar modo se adopero bugia per il loro punto di vista e verità per il mio. Se considero, invece, solamente la presenza di due punti di vista dovrei poterne trarre un arricchimento ai fini anche di una cura.
Fondamento dell’assunto di base di omertà è l’allusione non il nascondere una verità, cito la definizione di Romano: questo assunto non si riferisce al comportamento del gruppo in riferimento ad un oggetto segreto, ma è una condizione emotiva, uno stato d’animo diffuso che non ha a che fare con  l’esistenza di un oggetto segreto preciso. Infatti l’oggetto cui si riferisce il segreto può essere dei più vari e mai certo, ma sempre valido, sfumato. Non è un comportamento adeguato alla volontà o scelta o necessità di salvaguardare o nascondere qualcosa, in quanto come per ogni altro assunto di base la motivazione è inconscia: il segreto  è scisso dalla coscienza.
Ho citato questa definizione per esplicitare come la cura, anche quella individuale, non è la rivelazione del segreto; è la possibilità di ripercorrere quelle dinamiche che hanno portato alla formazione del segreto stesso, il processo che va verso la pensabilità dei segreti scissi. Non avrò la certezza rispetto al primo caso ma ho tanti buoni motivi per ritenere che anche il grande movimento dei familiari, delle istituzioni, sanitarie e legali, avessero rappresentato un metodo di cura in cui la conoscenza non è tollerata ma è richiesta l’azione.
Bion riteneva che, in alcuni, casi la bugia apparteneva alla categoria 6 nominata “azione” della griglia ed era in grado di suscitare re-azioni.
Nel secondo caso, dopo qualche anno e parecchie esperienze, insieme ad altri fattori che ho citato prima, fu possibile avviare un processo di cura. Il mio stupore iniziale è stato per me l’altro punto di vista da adottare. Quindi non più la contrapposizione verità-bugia ma la contrapposizione chiarezza- stupore. “Solo per amore” era troppo chiaro e in me destava solo stupore.
Diego Bongiorno
Pa-21-5-2012
Cari colleghi,
Nel prossimo incontro parleremo del sogno di Ct.  Vorrei premettere però ancora qualcosa in continuazione degli aspetti più globali d riguardante il nostro studio e a caldo dopo l’ascolto di oggi del seminario di Riolo
La pratica della psicoanalisi ha per l’analista la grande virtù di permettergli di continuare a guardare le fughe salvifiche dagli ordini prestabiliti, comprese quelle che nascono dai micro o dai macrocollassi dell’identità (individuale ed e/o professionale) e pertanto , nell’ambito del suo atteggiamento clinico, del rinnovarsi della sua attenzione alla emergenza di stati di coscienza enigmatici non solo nel paziente ma in sé stesso.
Sto parlando ovviamente del controtransfert. Ciò detto vorrei esplicitare un vissuto che il lavoro sul controtransfert può ingenerare (certamente in me)  : quel tipo di commozione estetica  che nasce ad esempio dalla contemplazione di certe sculture di Michelangelo dove le immagini sembrano volersi liberare dalla materia che le contiene, in un movimento creativo che fonda la poetica di un ‘non-finito’ . interrogando l’anima del marmo. Queste metafore non ono mie ma mi sembrano molto suggestive e me ne approprio_ Si integrano in una poetica che travalicando nel o meglio ispirando il lavoro analitico finisce con l’assumere un valore euristico per la ricerca.
E’ però, pur continuando ad aderire a questa commozione estetica, ma per il bisogno di riflessioni che possano ampliare questo valore euristico ed abituarci ad un maggiore rigore di pensiero, che ho ascoltato con orecchio attento il seminario di Riolo, che  promettendoci la possibilità di conferma della teoria di Freud  attraverso la riflessioni su paradigni, formalizzazione delle regole e loro coerenza,  ci ha lasciato con il fiato sospeso non avendo potuto ancora ascoltare il  suo seguito, quello sulla teoria del campo, che trovo di estremo interesse per il nostro gruppo di studio sul ct.
Avevo già qualche pensiero su un tipo di trasformazioni chiamate, sempre nella mia mente, trasformazioni espansive, ma ne posporrei  la descrizione
Riolo mi ha promesso un seminario autunnale che possa proficuamente inserirsi nei nostri incontri di studio. E vorrei che qualcuno dei partecipanti al nostro gruppo possa riprendere l’invito di Riolo ad applicare il suo modello di ricerca per lo studio della teoria del CT.
Con questo spirito di fruizione interessata degli stimoli ricevuti, propongo l’immisione di un altro stimolo preliminare nel nostro gruppo.  L’argomento è vasto e spero sia sviluppato da voi con approfondite letture. Ritengo però che queste possano trovare una utile introduzione in un lavoro riassuntivo. Ne ho trovato uno che vi invio, perché mi sembra scritto con chiarezza
A ben rivederci nell’incontro di giugno
Goriano Rugi
Riflessioni sul modello psicoanalitico di campo
Il modello di campo che la psicoanalisi ha sviluppato in questi ultimi anni si propone come particolarmente interessante per le sue capacità di fornire una valida descrizione di complessi fenomeni analitici, gruppali e istituzionali.
Questo modello, ancora in progress, è però variamente inteso dagli autori e sembra oscillare da una semplice valenza metaforica ad una applicazione rigida e riduttiva del modello originario che la psicoanalisi ha mediato dalla fisica. Molti autori hanno prodotto sforzi ammirevoli e tuttavia persiste una certa confusione e un vivace dibattito sulla natura stessa e la portata di questo modello. Alcuni contestano che si possa parlare di un nuovo modello, altri si domandano se il modello proposto sia sufficientemente coerente e sviluppato da poter essere considerato un’alternativa ai precedenti o se sia solo un arricchimento utile in certe situazioni o certe patologie.
Il modello di campo è poi una evoluzione del modello relazionale o ne rappresenta una rottura?
Alcuni autori osservano che la forte opzione relativista e costruttivista potrebbe implicare il rischio di una perdita di profondità e specificità proprie dell’esperienza analitica. Terapeuta e paziente apparirebbero relegati al ruolo di semplici co-attori di un copione senza autore. Attribuire una prevalenza radicale ai fenomeni che si producono nel “qui ed ora” a scapito della realtà storica e pulsionale, sembrerebbe infatti ridurre il campo ad un sistema autoreferenziale, appiattito sulla bidimensionalità e centrato sulla fenomenologia interna della relazione.
E tuttavia per altri altri autori il modello di campo nasce proprio dalla necessità di ampliare il punto di vista relazionale, senza perdere di vista la prospettiva storica e le sedimentazioni teoriche che mantengono la profondità e le caratteristiche proprie dell’esperienza psicoanalitica.
L’oggetto d’indagine manterrebbe inoltre la propria specifità, ovvero la sofferenza e l’irripetibile vicenda di un individuo, che anche solo come “ombra dell’oggetto”, pre-esiste e resiste alla relazione.
Delineare il modello di campo in psicoanalisi non è quindi semplice.
La prima vera difficoltà è dunque quella di capire se esiste davvero un modello di campo o se piuttosto dovremmo più semplicemente riferirci ad un “punto di vista” o “vertice” che accumuna in un certo bagaglio teorico ed esperienziale una parte della psicoanalisi attuale.
Claudio Neri (1993;1995), ad esempio, considera prematuro ogni tentativo di sintesi del concetto di campo, e sembra preferire mantenerlo a livello di contenitore insaturo al fine di evitare la perdita della potenziale ricchezza clinica e teorica dei vari nuclei di senso che coesistono al suo interno; ciò presenta degli indubbi vantaggi e tuttavia sembra evocare anche il rischio di una funzione-ricettacolo che alla lunga potrebbe dissolverne il valore euristico.
Fernando Riolo (1997) ammette che ancora non esiste una teoria psicoanalitica del campo e che questa implicherebbe una revisione puntuale degli elementi della teoria e della tecnica psicoanalitica in termini di fenomeni di campo. L’autore, che appare il più consapevole dei forti vincoli con l’originale modello fisico, tenta una sintesi complessa di questo nel tentativo di individuare le invarianti indispensabili per la costruzione di un modello generale di campo psicoanalitico. Per queste ragioni Riolo mette in guardia da una semplice importazione-ibridazione del modello fisicalista, come da un suo impiego puramente suggestivo e metaforico, ed è contrario ad ogni uso generico e aspecifico del concetto di campo, inteso talvolta come sinonimo di “spazio analitico”, “setting”, “relazione analitica”, “controtransfert”etc.
Giuseppe Di Chiara (1997) sembra invece usare il concetto di campo psicoanalitico nel senso generico di “campo relazionale”, di cui segue i naturali destini di formazione, evoluzione, dissolvenza e introiezione; una posizione che lascia ovviamente aperta la domanda su quali differenze e specificità possa presentare il concetto di campo rispetto ad altri concetti ben noti come quello di “processo psicoanalitico”.
Domenico Chianese (1997) ammette la necessità di superare una concezione puramente interattiva dell’incontro tra paziente ed analista aprendo alla ricerca su quelle “aree intermedie” comuni ad entrambi e mediate dalla cultura e dall’intersoggettività. Per l’autore il campo resta legato ad una dimensione spaziale e temporale, di fantasmi comuni , “chiasmi”, scene, riti, rappresentazioni più che interazioni; in questa ottica il lavoro sui gruppi appare come il più promettente per l’approfondimento di quel fondo comune che lega analista e paziente. Chianese tuttavia non ha dubbi nel ritenere che non esiste alcun “nuovo paradigma”, in quanto finora non è avvenuto alcun passaggio da un livello descrittivo ad un “modello concettuale” e non è stata definita alcuna legge generale da cui poter derivare delle modifiche tecniche.
Di diversa opinione sono naturalmente Antonino Ferro, Bezoari e Barale (1991;1996) che considerano il concetto di campo come un notevole ampliamento del modello relazionale in grado di modificare l’intera situazione analitica setting compreso. Per questi autori il campo è come uno spazio-tempo di intense turbolenze emotive, che si attiva e si trasforma in base al funzionamento mentale della coppia paziente analista e che consente operazioni trasformative e narrative.
Quali sono allora le caratteristiche specifiche dell’attuale modello di campo?
Quando oggi parliamo di modello di campo ci riferiamo ad un complesso sistema concettuale assai distante dal concetto di campo introdotto originariamente dai coniugi Baranger (1961). Questi negli anni 60 misero in evidenza che la situazione analitica non poteva essere compresa se non come processo dinamico che coinvolge entrambi i membri della relazione.
La loro ipotesi di base era che la coppia paziente-terapeuta genera un campo ed è compresa nel campo che essa stessa genera. Gli autori individuarono tre livelli di strutturazione del campo: il setting, la relazione manifesta e le fantasie inconscie bipersonali paziente-analista. Quest’ultime, costituite da un gioco incrociato di identificazioni proiettive, rappresentano la struttura latente del campo e la loro analisi costituisce lo specifico dell’esperienza analitica. I Baranger, curiosamente, non tennero conto del lavoro di Bion, ma il loro concetto di fantasia inconscia della coppia appare in stretta risonanza con il concetto bioniano di identificazione proiettiva.
Entrambi i concetti, ammettono infatti un coinvolgimento emozionale reciproco e un reciproco scambio di emozioni primitive, implicando così la formazione di uno spazio “terzo” tra soggetto e oggetto, e quindi di un campo comune di energie emotive. Possiamo quindi affermare che una prima, essenziale, nozione di campo, si apra in psicoanalisi a partire dal concetto di fantasia inconscia bipersonale dei coniugi Baranger e dallo sviluppo bioniano dell’identificazione proiettiva.
Questo concetto di campo sembra tuttavia restare entro i confini di una dimensione “intersoggettiva” e “relazionale” in cui l’identificazione proiettiva funge da meccanismo di base della formazione del campo, che quindi si intrama di energie emotive capaci di imprimere ai legami affettivi presenti turbolenze e curvature complesse e imprevedibili. In questo senso il campo appare come una configurazione gestaltica di una situazione, che seppur strutturata dal setting e dalle fantasie inconsce, resta ancoràta all’incontro e alle reciproche esperienze emozionali tra i partecipanti.
Esso si individua come luogo perturbato, soggetto ad intense variazioni di energia, orientate secondo particolari linee di forza, che occupano lo spazio tra i corpi. E’ opportuno infatti ricordare che questo concetto di campo si sviluppa a partire dal modello di campo della psicologia della Gestalt e il tentativo di Kurt Lewin (1935) di applicare ai gruppi la teoria del campo elettromagnetico di Faraday e Maxwell.
Questa teoria prevede che lo spazio circostante i corpi elettrizzati e megnetizzati sia descrivibile come campo e che solo le proprietà del campo siano essenziali alla descrizione dei fenomeni, mentre la diversità delle sorgenti non conta. In base a questa Teoria Classica le interazioni vengono trasmesse a mezzo del campo perturbato e quindi sono le variazioni d’intensità delle cariche (perturbazioni), la loro velocità e distanza che determinano le trasformazioni complessive. Il campo inoltre non può essere osservato, ma solo inferito dal suo effetto sui corpi (corpo di prova); esso tuttavia può essere rappresentato con un modello formale, dato dal linguaggio matematico delle equazioni di Maxwell, che mettono in relazione le variazioni dei campi magnetici ed elettrici in un punto qualsiasi dello spazio e del tempo. Queste concezioni permisero a Lewin di considerare il gruppo come la risultante complessiva delle forze emergenti nel campo stesso e non più a partire dai caratteri dei singoli membri. Il gruppo quindi come organismo intero, che si muove sotto la spinta di potenti fattori emotivi, di valori, credenze e obiettivi, in uno scenario in cui la totalità degli eventi è concepita come una trama di variabili interdipendenti e interagenti. Lewin si limitò a utilizzare questo modello di campo mediato dalla fisica per rappresentare la struttura logica delle relazioni descritte, ciò non toglie che il suo tentativo sia stato criticato per la spregiudicata contaminazione tra elementi fenomenologici e fisici e la fallimentare pretesa di offrire un modello matematico del comportamento umano. La famosa formula C= f(P,A) non indica infatti il campo, ma il comportamento.
Lewin è interessato a studiare sperimentalmente ogni comportamento C in un ambiente A inteso come globalità fenomenologica. Ogni comportamento viene quindi concepito come movimento, locomozione, passaggio cioè da una “regione” psicologica ad un’altra, e determinato dalla risultante complessiva delle forze che agiscono su quell’individuo in quel momento, compresi stati interni come bisogni e desideri, e valenze positive e negative degli oggetti nel campo. Per Lewin sono quindi importanti le barriere, i divieti, i premi, le punizioni, l’educazione, la cultura, tutto ciò che può orientare il comportamento e creare situazioni di conflitto con i desideri interni. Lewin stesso dubitava che si potesse arrivare ad una teoria unitaria dell’intero campo e tuttavia riteneva possibile e necessario rappresentare per mezzo di concetti matematici la struttura dinamica della persona e dell’ambiente. Oggi questa concezione mostra tutta la sua ingenuità comportamentistica e tuttavia converrà notare la sorprendente lucidità di Lewin nel suo tentativo di superare una dimensione essenzialista e monopersonale della psicologia a favore di una dimensione dinamico-funzionale e di campo. Ciò che a noi oggi appare inaccettabile è la dimensione sperimentale applicata ai comportamenti emozionali in quanto nega ogni principio etico e motivazionale; sconcertante infine l’ingenuità scientifica insita nella pretesa di considerare un campo aperto con infinite potenziali variabili.
Bion conosceva queste ricerche e pubblicò i suoi primi lavori sui gruppi proprio su Human Relations, la rivista che faceva capo a Lewin; tuttavia non parlò di campo almeno fino a Trasformazioni, molti anni dopo. E’ possibile però che nel suo concetto di valenza resti una traccia dell’omonimo concetto lewiniano che rinvia ad un legame tra bisogno interno e oggetto. Il tentativo di superare l’aspetto essenzialistico e categoriale della psicologia e il bisogno di formalismo logico-matematico restano comunque delle caratteristiche che in qualche modo avvicinano questi due autori così diversi.
La successiva evoluzione del concetto di campo è poi legata soprattutto al lavoro di autori italiani, in particolare Corrao, ma anche Riolo, Gaburri, Neri Ferro e altri ed è soprattutto a queste ricerche che ci riferiamo quando oggi parliamo di modello di campo.
Corrao introdusse il suo modello alla metà degli anni 80 al termine di una lunga elaborazione del pensiero di Bion e un’attenta riflessione epistemologica sul modello fisico della teoria quantistica dei campi.
La sua proposta si fondava soprattutto sul lavoro sui gruppi in cui è più evidente la corrispondenza tra campo analitico e campo gruppale, tra gruppo- contenitore e campo transpersonale; in un gruppo-osserva Riolo- gli elementi dell’analisi non sono quasi mai ricondotti al mondo privato del soggetto, ma assunti come funzioni del campo, materiali attraverso cui è possibile edificare i miti e le relazioni del gruppo, così che il campo analitico condivide con il campo del gruppo la sua natura “illusionale”. Nella situazione analitica di gruppo i vari elementi su cui opera il pensiero (idee, emozioni, fantasie) vanno quindi a formare un “campo comune” in cui la trasformazione di un singolo elemento riguarda anche tutti gli altri e contemporaneamente la trasformazione del campo riguarda anche ogni singolo elemento. Corrao quindi ammette che nel gruppo analitico, accanto ad una attenuazione o sospensione delle funzioni attive della personalità e specificatamente della funzione alfa, sia possibile una sorta di prestito o di cessione al gruppo stesso di alcuni fattori di cambiamento o funzioni trasformative originariamente individuali.
In base dunque ad una sorta di transfert d’identità dall’individuo al gruppo, Corrao (1981) postula una funzione gamma , “intesa come una variabile incognita, che si può definire l’analogo simmetrico, nella struttura di gruppo, di ciò che rappresenta la funzione alfa nella struttura personale”. Questa funzione gamma corrisponde in definitiva alla capacità del pensiero di gruppo di metabolizzare gli elementi sensoriali ed emotivi bruti dispersi nel campo analitico (elementi beta). Essa individua pertanto i livelli superiori della mente di gruppo o “campo mentale condiviso” e in particolare la capacità di reverie del gruppo. In questo modo Corrao porta alle estreme conseguenze l’intuizione introdotta nel 1977, quando riferendosi al modello bioniano contenitore\contenuto aveva affermato nel saggio Per una topologia analitica la probabilità che la “mente” potesse collocarsi non solo all’interno di un individuo, ma anche all’interno di una coppia o di un gruppo.
A partire da queste considerazioni Corrao (1985;1986), introduce l’ipotesi di un concetto di campo come “funzione il cui valore dipende dalla sua posizione nello spazio-tempo” o altrimenti come “un sistema ad infiniti gradi di libertà, forniti dalle infinite determinazioni possibili che esso assume in ogni punto dello spazio ed in ogni istante del tempo”. Secondo questo modello quindi il campo non è circoscrivibile, né limitabile ad osservazioni fattuali di tipo percettivo, ma riferibile a movimenti “fenomenologici eventuali”, casualmente invisibili e tuttavia deducibili e simbolizzabili, secondo un linguaggio scelto. In questo senso il campo può essere descritto in base alle sue “trasformazioni cinetiche” e rappresentabile con equazioni specifiche. In questo modello non è centrale tanto il concetto di forza o di potenza, bensì quello di energia: “l’energia,-scrive Corrao (1994)- il modello energetico, che avevamo tanto criticato in Freud, adesso, tramite il concetto di campo, può essere reintrodotto. Energia non più concepita in termini di forze vettorializzabili, ma di impulsi, che implicano il concetto di propagazione, di espansione”.
L’autore precisa che il suo uso delle teorie fisiche è metaforico, secondo la filosofia del “come se”, ed evoca il concetto winnicottiano di oggetto transizionale, un oggetto impregnato di illusione, ma che può avere una grande funzione ermeneutica e che allo stesso modo del mito può promuovere lo sviluppo della funzione simbolica. In verità Corrao parla anche di equazioni del campo e sembra aderire ad un ipotetico modello unitario di campo quantistico che riusciamo appena ad intravedere.
Tuttavia l’autore sembra fare un uso evocativo di questi concetti e la sua ricerca di formalismo non sembra andare oltre il formalismo semplice della griglia di Bion. Quella di Corrao è quindi una ricerca di corrispondenze tra eventi e oggetti, di equivalenze di moti e movimenti, che nel tentativo di farci capire la realtà polidimensionale del gruppo, la coesistenza di interno ed esterno, di individuale e gruppale, introduce il concetto quantistico di campo per evidenziare quei formidabili movimenti energetici che stanno alla base dei fenomeni protomentali. L’iniziale modello di campo, quale fenomeno dinamico generato dalle particelle e responsabile delle forze che si esercitano tra loro, sembra quindi lasciare il posto ad un modello più astratto in cui la natura stessa degli oggetti appare come il prodotto del campo interposto e gli oggetti stessi divengono descrivibili come punti del campo.
Tra le due concezioni vi sono cinquanta anni di Fisica, quanti ne passano tra la teoria del campo elettromagnetico di Farady e Maxwell e la teoria quantistica dei campi di Heisenberg e Dirac.
Le nuove ipotesi quantistiche implicano che le condizioni locali non bastano a formulare le leggi di moto, come non basta a comprendere il significato di una pittura l’esame microscopico di tutte le sue parti, ed è il sistema fisico nel suo complesso che occorre osservare. Ogni singolo punto materiale del sistema si trova infatti in ogni momento, in un certo senso, in tutti i luoghi dello spazio complessivo che sta a disposizione del sistema, e non soltanto col campo di forza che espande intorno a sé, ma con la propria massa, e con la propria carica. Il movimento di un punto materiale non viene più descritto con una curva determinata, ma con una onda materiale (prodotto della frequenza di vibrazione e della lunghezza d’onda) e la rappresentazione dell’atomo passa dal ben noto modello del sistema planetario a quello di una carica nubiforme, mentre il fenomeno quantistico elementare, il fotone, diventa un “dragone di fumo” di cui possiamo individuare solo la testa e la coda. Nella nuova teoria quantistica è quindi il campo stesso, oggetto fisico a cui è associato un numero infinito di gradi di libertà, che viene sottoposto ad un processo di quantizzazione, in cui i quanti sono le particelle ad esso associate. Le particelle materiali vengono così concepite come quanti di campi energetici, e l’universo stesso può essere concepito come un insieme di campi in cui le particelle sono puri epifenomeni. Lo stesso dualismo tra energia e materia e tra campi e oggetti, viene così superato dall’ipotesi che la materia è solo ciò che si produce nelle trasformazioni quantistiche del campo. Ciò che ad un livello di osservazione appaiono infatti particelle dotate di una realtà indipendente, altro non sono che diverse intensità dei punti del campo e diverse configurazioni delle sue linee di forza.
Questo concetto di campo è stato sviluppato oggi soprattutto da Gaburri e Riolo che pur con sottolineature diverse sembrano intendere il campo analitico come un “campo emozionale”, ” un sistema di trasformazione della realtà fattuale ad opera della realtà emozionale” (Gaburri 1997; Riolo 1997).
Di questo sistema Riolo sottolinea soprattutto l’aspetto “trasformazionale” e “costruttivista”, per cui gli elementi della psicoanalisi perdono ogni realtà indipendente da quella del campo da essi istituito, e il veicolo principale di trasformazione viene riferito alle “perturbazioni” affettivo-cognitive che determinano il rapporto tra soggetto e oggetto.
Le descrizioni del campo comportano così una costante attenzione agli aspetti trasformazionali, ai passaggi da uno stato all’altro e una abolizione del confine stabile tra soggetto e oggetto. Più che gli attori e i contenuti della relazione diventano importanti le fluttuazioni, le perturbazioni, ” ciò che è presente” e che in un dato istante si manifesta come “un’onda, una quantità, una sensazione, un’emozione” e che nell’istante successivo può diventare “un’immagine, un sogno, un ricordo, un’associazione, un’interpretazione o una teoria”; oggetti che esprimono le realizzazioni dell’analisi, ma che al di fuori di essa non possiedono alcuno statuto oggettivo di realtà.
Il concetto di campo quindi non si risolve in quello di relazione, ed anzi è proprio dall’insufficienza di questa che nasce la necessità di un modello più complesso, “in grado di rendere conto delle interazioni che intervengono tra analista e paziente, ma anche tra conscio e inconscio, tra mente e corpo, tra interno ed esterno, tra presente e passato…” Per Riolo quindi il campo appare legato soprattutto a ciò che esorbita il soggetto e l’oggetto della relazione: “o perchè al di qua di essi, come ciò che -pulsione, sensazione, emozione- non partecipa della natura simbolica della relazione; o perchè al di là di essi, come ciò che- proiezione, allucinazione, azione- ne è stato espulso”.
Appare evidente quindi che tale concezione di campo converge con la teoria bioniana del conscio e inconscio come prodotti di una differenziazione continua operata dalla funzione alfa sulle esperienze sensoriali ed emozionali e più genericamente con la concezione bioniana della psicoanalisi come sistema trasformazionale che include tanto le persone che le teorie. Il sistema teorico bioniano sembra così emergere come il perno di un eventuale modello psicoanalitico di campo, mentre gli ultimi lavori di Bion, tesi ad uno “smontaggio” degli aspetti sostanziali e reificati della teoria psicoanalitica, potrebbero rappresentarne un inquietante tentativo di descrizione.
Il modello di campo verrebbe allora a collocarsi nel punto di crisi epistemologica dei “vecchi” modelli psicoanalitici, che a partire dal modello topologico fino a quello della teoria oggettuale, avevano finito per reificare e sostanzializzare gli elementi e gli oggetti della psicoanalisi.
Anche Gaburri concepisce il modello di campo come una evoluzione “non-lineare” rispetto al modello relazionale e ne sottolinea soprattutto l’elemento “terzo” di contenitore comune emozionale e le potenzialità trasformative degli elementi preverbali e protomentali.
Il modello relazionale collocava il momento trasformazionale nei fenomeni emergenti tra i membri della coppia o del gruppo e nel gioco transfert-controtransfert riferito comunque alla soggettiva matrice del mondo interno. Il campo emotivo avvolge invece i soggetti della coppia o del gruppo, che divengono coautori solo parziali dell’esperienza stessa, svincolata così dall’imbrigliamento di un’ottica unipersonale della psiche o di una dinamica strettamente interattiva. Questa dimensione “terza”, tra analista e paziente, tra soggetto e oggetto, perturba reciprocamente i componenti che contemporaneamente la attivano e ne sono contenuti. La consapevolezza di un campo emotivo che avvolge paziente e analista marca allora di imprevedibilità il fare psicoanalitico e depotenzia l’apparato teorico e cognitivo dell’analista, costringendolo ad una rotta più incerta, ma anche meno scontata e più autentica. L’esperienza analitica si orienta verso la realizzazione di eventi trasformativi e appare pervasa da un carattere di imprevedibilità, causalità e incoerenza; in essa l’analista rinuncia ai modelli teorici forti, a uno stato mentale saturo di inutili protesi, accettando di esporsi, nella coesistenza con l’altro, al nudo incontro con le emozioni.
Il compito fondamentale dell’analista diventa allora quello di non creare impedimenti alla realizzazione di un’esperienza nuova che può scaturire dalle imprevedibili trasformazioni autoorganizzative del campo. Egli quindi deve prestare attenzione ai segnali del campo facendo uso di una particolare disposizione mentale, meno vigile e attiva, in grado di consentire una saltuaria e parziale dissolvenza del proprio io e della propria tensione a capire. Condizioni queste che Bion aveva descritto come capacità negativa quale temporaneo oscuramento di memoria, desiderio e conoscenza, allo scopo di consentire quelle particolari esperienze di autoorganizzazione da cui scaturiscono le trasformazioni in “O”, in cui soggetto e oggetto divengono la Cosa che la trasformazione realizza, anzichè limitarsi a coglierla sul piano cognitivo. Nel modello di campo possiamo quindi pensare che intervengano energie non vettoriali di natura emotiva, che configurano il campo come un elemento terzo in continua attività tra paziente e analista e che potrebbe funzionare da prerequisito per rendere digeribili all’analista le associazioni del paziente e al paziente le interpretazioni dell’analista. In altre parole il campo emotivo avrebbe la funzione di sostenere, (o di ostacolare) la funzione alfa in modo da rendere possibile l’esplorare e cogliere la dimensione più arcaica, preverbale, compresi i pensieri non ancora pensati, potenzialmente emergenti dal contesto situazionale piuttosto che dalla relazione dei soggetti coinvolti: “dove c’era la mimica, il gesto, l’azione ci sarà la parola”- scrive Gaburri- echeggiando l’antico aforisma freudiano: ” Dove era l’Es, ci sarà l’Io”.
Il campo viene quindi a configurarsi come l’insieme dei pensieri non ancora pensati, emergenti dalla situazione piuttosto che dalle menti dei soggetti.
In questo modo Gaburri postula l’esistenza di un campo di pensieri veri, prodotti dalla situazione, che si interseca in parte con il campo relazionale, quando questo riesce a sviluppare una rinuncia alla bugia.
La relazione diventa così solo una delle funzioni del campo, che si configura come una sorta di “area intermedia”, in cui possano vivere e prendere corpo scene e personaggi che rimarrebbero altrimenti ingabbiati, resi inerti… elementi “di stanza” prima ancora che di “relazione”… che possono attenere a “semi” di relazioni potenziali o virtuali, “ricordate” o “inseguite”.
Il concetto di campo offre così la possibilità di accogliere elementi non sufficientemente strutturati per essere riconoscibili e attribuibili, come emozioni ancora indifferenziate, protopensieri, ma soprattutto movimenti trasformativi che cercano una consistenza ed una forma. Il campo ha quindi la caratteristica di autoavviarsi e autoorganizzarsi indipendentemente dagli aspetti consapevoli e intenzionali dei partecipanti, e la sua funzione è simile a quella del sognare da svegli nel pensiero di Bion, un continuo lavoro di “digestione” delle esperienze emozionali, in uno spazio-tempo fluttuante in cui “galleggia” tutto ciò che è in trasformazione, in attesa di raggiungere un significato, che possa essere pensato e a volte comunicato.
Questo aspetto potrebbe includere anche quelle caratteristiche di “pervasività” e “invasività” descritte da Correale (1991) e Neri (1993), in cui fantasie e atmosfere sembrano invadere il campo e condizionare l’andamento della terapia a prescindere dalla relazione. Fenomeni come “il clima” di un contesto, le fantasie transgenerazionali o quelle atmosfere di depressione e noia che invadono il campo come nuvole di pesantezza e negatività, sono infatti difficilmente riconducibili ad aspetti relazionali e rinviano piuttosto ad aspetti protoemotivi a carattere diffusivo. Questa caratteristica del campo appare complessa e originale, in quanto sembra uscire dal modello di base fondato sul meccanismo dell’identificazione proiettiva, che accumunava il già noto modello di campo dei Baranger alle teorie di Bion. Per capire questa proprietà del campo occorre far riferimento non solo all’intrecciarsi delle identificazioni proiettive, ma anche a quell’aspetto protomentale del legame che Bion definisce “valenza”. Con questo concetto viene infatti introdotta una cesura rispetto alla concezione della libido come unica matrice dei legami ed appare possibile affrontare il delicato crinale dove l’assenza di relazione drammaticamente convive con la presenza di un linguaggio inarticolato e occlusivo. Il sistema proto-mentale viene infatti descritto da Bion come matrice indifferenziata tra fisico e mentale, al di quà della stessa distinzione soggetto/oggetto e individuo /gruppo, e pertanto si propone come un concetto in grado di condividere la natura della pulsione freudiana e individuare la zona in cui si salda più strettamente psicoanalisi individuale e gruppale.
Diversamente da Freud, Bion (1961) pensa che nel gruppo la natura dei legami sia diversa da quella libidica, e la nomina valenza, in riferimento alla teoria chimica sulla natura automatica e aspecifica della capacità di combinazione degli atomi. Il gruppo è così concepito come un aggregato di oggetti parziali tenuti insieme dal legame-valenza; una elementare energia di attrazione meno differenziata rispetto all’investimento libidico-affettivo che nel gruppo freudiano, concepito sul modello familiare, lega il soggetto al leader quale significante dell’identificazione con l’imago paterna.
Possiamo allora pensare che nei gruppi in ab, in tutte le situazioni di massa a forte “funzione magmatica” e nei fenomeni di “clima emozionale”, il tipo di legame in gioco sia ancora più primitivo di quello basato sull’identificazione proiettiva, che rimane un fenomeno puntiforme ed implica pur sempre un passaggio da un soggetto all’altro e quindi una qualche relazione e differenziazione. In tali casi dobbiamo ammettere che nel campo intervengano energie non vettoriali di natura emotiva o proto-emotiva, che sembrano comportarsi piuttosto come onde di propagazione energetica (Rugi 1998).
Questo aspetto del campo è stato sviluppato in modo originale da Antonino Ferro (1996) che considera il campo come uno spazio-tempo di intense turbolenze emotive, di vortici di elementi beta, che urgendo e attivando le funzioni alfa dell’analista e del campo iniziano ad essere trasformati in elementi alfa, cioè prevalentemente in immagini visive, che possono manifestarsi nel racconto del paziente, nella reverie dell’analista, nel suo controtransfert o in qualunque altro punto del campo. Essenziale per l’autore è il pensiero onirico della veglia, cioè quel continuo sognare per essere svegli, descritto da Bion, in cui la funzione alfa procede a costituire gli elementi alfa a partire da tutte le afferenze senso-percettive-emotive di ogni istante esistenziale e relazionale. Anche per Ferro il campo che si attiva e si trasforma è una funzione del lavoro mentale della coppia, della libertà dell’analista e delle sue capacità negative, come non persecuzione, non intrusione, non decodificazione, che possono permettere la trasformazione di un clima di terrore e di incubo in uno più familiare e di gusto per la ricerca.
Il campo quindi è un medium che consente operazioni trasformative, narrative e piccoli insight successivi, che non hanno bisogno di essere interpretati, ma che preludono ad altri cambiamenti: il campo quindi, man mano che viene esplorato si allarga di continuo, diventando matrice di storie possibili, molte delle quali sono lasciate in deposito in attesa che possano gemmare.
Il concetto di Campo contiene quindi al suo interno vari “nuclei di senso”, diversi tra loro e che si sono andati stratificando nel tempo;
questi tuttavia sembrano individuare un modello complesso, “aperto” e in progress, ma con una struttura epistemologica precisa e coerente.
Questo modello è il modello bioniano della psicoanalisi.
Osservazione che può apparire paradossale, dal momento che Bion non ha mai teorizzato una teoria del campo, e tuttavia nel nostro percorso appare evidente che le teorie bioniane costituiscono l’asse portante del nuovo modello di campo. Se infatti non è ancora possibile delineare un modello di campo concluso e coerente (tanto che Chianese lamenta almeno dieci definizioni diverse di campo) è pur vero che il nocciolo duro e originale di questo modello emerge dal pensiero bioniano e soprattutto da quella particolare elaborazione nata dall’ottica gruppale di autori come Corrao, Gaburri, Riolo, Neri, Ferro ed altri. Così se oggi in psicoanalisi esiste un nuovo e rivoluzionario paradigma è perchè il modello bioniano è nuovo e rivoluzionario, ed è un modello di campo. Se è legittimo dubitare del nuovo è tuttavia ingenuo pensare di accettare Bion e mantenersi tranquilli nell’alveo dei noti paradigmi freudiani o kleiniani. Il cambiamento che Bion impone è catastrofico. Il suo poi è un modello di campo perchè è il primo e l’unico che riesce a rinunciare ad ogni concetto sostanziale, a lasciar da parte i concetti d’inconscio e conscio, seno e bocca e ad indicare la cesura e il legame come il vero oggetto d’indagine e osservare le loro relazioni e le trasformazioni del sistema. Ma è anche un modello psicoanalitico in quanto ne stabilisce i confini e il metodo. In Trasformazioni (1965) Bion afferma infatti che:
“In psicoanalisi, qualsiasi O che non sia comune all’analista ed anche all’analizzando e che quindi non sia disponibile per la trasformazione da parte di entrambi, può essere ignorato come non pertinente alla psicoanalisi. Qualsiasi O che non sia comune ad entrambi non è suscettibile d’indagine psicoanalitica; qualsiasi apparenza contraria dipende dal non comprendere la natura della interpretazione psicoanalitica.”
Queste osservazioni appaiono essenziali in quanto Bion ammette
che non si potrà mai conoscere quali sono i fatti in sé, che indica con il “segno O”, e pone un limite preciso e invalicabile al campo psicoanalitico.
Il paziente che entra e dà la mano è un fatto esterno, una realizzazione, che fino a quando sarà utile considerare come una cosa in sé e non conoscibile (nel senso kantiano), sarà indicato col segno O. Il fenomeno corrispondente al fatto esterno, quale esiste nella mente del paziente, viene invece rappresentato col segno Tpalfa, in quanto fa parte della trasformazione del paziente. E’ questo che possiamo conoscere, ma solo a patto che l’O in questione sia comune all’analista e all’analizzando e quindi disponibile per la trasformazione da parte di entrambi. ( In questo modo il concetto di trasformazione di Bion si avvicina in modo sorpendente al processo di semiosi descritto da C.S.Peirce per il quale il segno è “qualcosa che da un lato è determinato da un Oggetto e dall’altro determina un’idea nella mente di una persona, in modo tale che quest’ultima determinazione ,…l’Interpretante del segno, è con ciò stesso mediamente determinata da quell’Oggetto”. Anche in Peirce l’interpretazione di un oggetto è essenzialmente un’ipotesi e quindi “possibilmente erronea”, la semiosi è quindi illimitata. – Peirce,C.S., 1980).
Bion quindi osserva come un fenomeno in sé, non mentale, possa diventare mentale e assumere un significato, quando entri in un campo comune di esperienza analista-paziente di modo che possa venire elaborato e trasformato. Bion poi descrive anche il processo opposto quando un fenomeno o elemento mentale diventa una cosa in sé, come nello psicotico, che non è capace di “pensare”- nel senso di manipolare le parole e i pensieri in assenza dell’oggetto- e che non ha ricordi, ma solo “fatti nudi e crudi”, e in cui le allucinazioni sono “cose-in-sé”, non-pensiero (Bion, 1965). Il problema di Bion è quindi quello di esprimere in termini formali o comunque trasmissibili le complessità di ciò che avviene nella seduta analitica. Ed è proprio a questo scopo che Bion introduce in Trasformazioni il concetto di campo. Egli ammette che l’esperienza emotiva che paziente e analista vivono nella stanza d’analisi è influenzata da amore (L), odio (H) e conoscenza (K) e ricorda che la situazione analitica è stata escogitata per fornire le condizioni in cui il paziente abbia un terreno su cui proiettare. L’idea implicita nella teoria del transfert è infatti che l’analista sia la persona su cui l’analizzando trasferisce le proprie immagini. Tuttavia perfino le trasformazioni a moto rigido (nel senso classico) non sempre trovano un terreno appropriato su cui il transfert possa essere rivelato.
Le teorie di Melanie Klein mostrano che un tale medium non è comunque adeguato nel caso delle trasformazioni proiettive; in particolare esso non aiuta l’analista a riconoscere gli elementi dell’identificazione proiettiva, quando compaiono in mezzo al materiale e ai sintomi clinici. L’analista deve saper scorgere i segni della identificazione proiettiva in un campo che, rispetto a quello vigente nella teoria classica, è, per così dire, multidimensionale. La situazione analitica richiede una ampiezza e una profondità maggiore di quelle che possono essere fornite da un modello tratto dalla concezione euclidea dello spazio. Un paziente che mostra trasformazioni proiettive e richiede, per essere compreso, l’uso di teorie kleiniane, adopera anche un campo che non è semplicemente l’analista o la propria personalità o anche il rapporto tra lui e l’analista, ma tutte queste cose e altre ancora. Bion infine postula che la situazione analitica possa essere considerata nel suo complesso come un sistema di energia (come già Freud nel suo Progetto di psicologia scientifica e Corrao nel suo modello di campo) in cui la somma totale di energia rimane la stessa e la instabilità di una qualunque parte del sistema può essere vista negli aumenti di “pressione”. Una tale complessità può quindi essere male visualizzata in un elemento topologico come un cerchio o una sfera; il “campo” della trasformazione, o “ricettore” o “terreno” viene invece avvicinato per analogia da Bion ad un dipinto in cui il terreno per la trasformazione è la tela su cui la trasformazione è proiettata. Il modello di campo era già quindi implicito nella teoria delle trasformazioni di Bion, e tuttavia sono occorsi decenni prima che ne potessimo prendere piena consapevolezza e occorrerà ancora del tempo prima di realizzare tutta la sua enorme portata.
Seminario Università La Sapienza, Roma, 20\01\99
Dipartimento Scienze Neurologiche Prof. Rocco A. Pisani
Coordinatore Dr. Mario Giampà
Riferimenti bibliografici
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Bion, W.R. ( 1961), Esperienze nei Gruppi, Armando, Roma 1979.
Bion, W.R. (1965), Trasformazioni, Armando, Roma, 1973.
Chianese, D. (1997), Costruzioni e Campo analitico, Borla, Roma.
Corrao, F. (1977), Per una topologia analitica. In Riv.Psicoan., XXIII, N.1.
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Corrao, F. (1994), Spazio mentale. In Koinos. XV, n.1-2.
Correale, A. (1991), Il campo istituzionale. Borla, Roma.
Di Chiara, G. La formazione e le evoluzioni del campo psicoanalitico. in Gaburri (1997) op.cit.
Ferro, A. (1996), Nella stanza d’analisi. Raffaello Cortina, Milano.
Gaburri, E. (1997), (a cura di) Emozione e Interpretazione, Bollati Boringhieri, Torino
Lewin, K. (1935), Teoria dinamica della personalità, Giunti Barbera, Firenze, 1965.
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Neri, C. (1995), Gruppo, Borla, Roma.
Riolo, F. (1997), Il modello di campo in psicoanalisi, in Emozione e Interpretazione, Gaburri, E. op.cit.
Rugi, G. Gaburri, E. (1998), (a cura di). Il campo gruppale. Borla,
Sofferenza mentale nell’analista e sogni di contro-transfert (*)

Francesco Barale, Antonino Ferro

(Rivista di Psicoanalisi, n.2, 1987)
L’idea di questo lavoro ci è stata suggerita, all’inizio, da un fatto di per sé banale e probabilmente abbastanza comune: quello di svegliarsi al mattino avendo nella mente il ricorso di sogni in cui comparivano, o in maniera diretta o comunque facilmente riconoscibili, pazienti, personaggi, situazioni, configurazioni emozionali relativi alle sedute del giorno prima o dei giorni precedenti. Questi sogni sono stati chiamati, nella scarsa letteratura esistente in proposito, sogni “riguardanti il paziente” oppure “sogni di contro-transfert”, termine questo che adottiamo provvisoriamente, consapevoli della sua genericità e dei non irrilevanti problemi che pone (e in cui non intendiamo addentrarci) circa i rapporti tra i vari tipi di contro-transfert e contro-identificazione proiettiva (1).
Per la verità, inizialmente, la relativa frequenza con cui questi sogni erano comparsi (soprattutto, per entrambi noi, in periodi difficili, per ragioni diverse,
(*) Lavoro presentato al VII Congresso Nazionale della S.P.I. Bologna 22-25 Maggio 1986.
(1) Va da sé che non tutti i sogni in cui compare un paziente o situazioni collegate a pazienti sono necessariamente “sogni di contro-transfert”; così come non tutti i sogni di “contro-transfert” sono sogni in cui compare direttamente un paziente “nelle sue proprie vesti”; anche se in quest’ultimo caso si tratta probabilmente di situazioni in cui il sogno segnala un impatto particolare del paziente nell’analista, analogamente ai sogni dei pazienti in cui compare l’analista “nelle sue proprie vesti”, come accenneremo più avanti.
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della nostra vita), ci aveva suscitato anche qualche perplessità e alcuni piccoli dubbi che qualcosa stesse andando storto nel nostro lavoro analitico. Avevamo alcuni riferimenti storici non molto rassicuranti: avevamo presente come Menninger (1968) annoverasse in maniera un po’ lapidaria il fatto ad esempio di “sognare un paziente” tra i “sintomi” che dovevano mettere in allarme circa l’esistenza di situazioni contro-transferali, intese come coinvolgimento eccessivo e non controllato dell’analista nel rapporto col suo paziente. E conoscevamo l’episodio, raccontato da Gitelson (1952), di quel candidato a cui era stato caldamente suggerito di interrompere un’analisi in corso, dopo la comparsa di un particolare sogno di contro-transfert che testimoniava dei livelli fortemente erotizzati di implicazione con una paziente.
Ma, anche se ci sembrava che in queste posizioni si riflettesse una concezione forse un po’ datata dell’area dei fenomeni genericamente contro-transferali, neppure un esame più sistematico della letteratura forniva a prima vista, salvo poche eccezioni, maggiore conforto. E ciò sia perché anche in lavori più recenti rimane ben presente l’eredità di una considerazione dei sogni di contro-transfert di per sé come di fenomeni che segnalavano comunque una situazione di “caduta della competenza analitica” (come si esprime Zwiebel, 1985) o di perdita della distanza ottimale dal paziente o di “con-fusione” col paziente, sia, più in generale, per la sorprendente scarsità di contributi specifici sul tema: scarsità che non può non sorprendere un po’, se si pensa che di sogni di questo genere è, in maniera non temalizzata, punteggiata l’intera letteratura psicoanalitica sul sogno: anzi, che la letteratura psicoanalitica sul sogno inizia, si può dire, con un sogno di contro-transfert: il sogno di Irma di Freud.
A maggior ragione, quindi, è necessario citare i pochi contributi che segnalano l’importanza della riflessione su questi sogni: un lavoro di Whitman (1965), i lavori di Zwiebel (1979, 1985); in Italia un lavoro di Hautmann (1964), uno di Ferretti (1968), un lavoro (purtroppo mai pubblicato) di Bigi, De Lauro e Licenziati (1975), alcune notazioni in lavori di Gaddini (1962), De Martis (1979). In questa serie di contributi italiani viene messo in evidenza come il sogno riguardante il paziente non serva solo all’analista per la sua autoanalisi, ma possa essere utilizzato per capire meglio quello che accade in seduta e gli scambi emozionali che vi avvengono. Tra i classici, alcuni cenni in Winnicott, ma soprattutto in Searles: è a Searles infatti che dobbiamo il più largo uso di questi sogni e alcune delle descrizioni più vivaci e appassionate (qualunque cosa si pensi poi dei modelli
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teorici che adotta) di come essi siano spesso dei veri “eventi” nella relazione terapeutica, che segnano una trasformazione ed una crescita degli assetti emozionali in entrambi i membri della coppia.
Noi ci sentiamo molto vicini non tanto ai modelli teorici di Searles quanto all’immagine, che emerge dai suoi resoconti, della funzione operante dei sogni “di contro-transfert”. L’ipotesi che proponiamo, infatti, è che questi sogni abbiano un valore importante per varie ragioni: certamente in quanto rendono disponibile al pensiero tematizzante e riflessivo della veglia materiale altrimenti difficilmente raggiungibile, consentendo talvolta di riconoscere movimenti di identificazione e controidentificazione proiettiva; ma, prima ancora di ciò, in quanto compiono probabilmente, nel loro stesso svolgersi, un lavoro trasformativo specifico, che reimmette nella relazione materiale emozionale bonificato, elaborato e arricchito. Se questo è vero, la riflessione su questi sogni, allora, può essere un’utile spia che getta luce sul transito interno, nella mente dell’analista, delle emozioni suscitate nell’incontro terapeutico e sui modi attraverso cui, nell’analista, avvengono i processi di accoglimento, assimilazione, metabolizzazione e trasformazione delle emozioni suscitale dal paziente. Inoltre, l’ipotesi che proponiamo è che i sogni “di contro-transfert” svolgano una funzione di riassetto dell’attrezzatura mentale analitica e del tessuto di relazioni tra oggetti interni chiamati all’opera nel lavoro del sogno, di ricostituzione di spazi di accoglimento e di simbolizzazione, di riorganizzazione dell’attività della funzione alfa (potremmo dire in termini bioniani), in condizioni in cui queste funzioni sono particolarmente cimentate. Operazioni di messa a punto e riassetto che non riguardano solo la relazione con quel singolo paziente che magari compare nel sogno, ma spesso gruppi o grovigli di pazienti o di aspetti in parte sollevati dai pazienti e in parte di provenienza endogena dell’analista; grovigli anche complessi che il sogno si incarica di riarticolare. In definitiva, la riflessione su questi fenomeni, proprio per la loro particolare evidenza, può essere di qualche utilità nel tentativo di descrivere alcuni aspetti generali della relazione analitica che spesso rimangono “sullo sfondo”, in una dimensione fungente, ma che si sottrae alla tematizzazione: dimensione che riguarda quello sfondo generale di significazione che è costituito dal lavoro svolto dal pensiero del sogno. Lavoro costitutivo in opera sia dentro la seduta che fuori di essa, sul quale gli alti livelli di elaborazione e articolazione di senso della relazione analitica si stagliano e si organizzano.
Già la fenomenologia più superficiale di queste esperienze oniriche ci sembra,
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a questo proposito, indicativa. Innanzitutto ci è sembrata interessante la particolare tonalità affettiva che accompagna spesso questi risvegli. Il più delle volte, infatti, questi sogni sembrano affiorare da uno sfondo di esperienza niente affatto piacevole: in alcuni casi anzi, essi si accompagnano decisamente all’impressione di un’uscita laboriosa da una situazione di disagio, di fatica, di smaltimento di qualcosa di ingombrante, talvolta perfino ad un piccolo movimento di allarme: “ma come! perfino nei miei sogni, nei miei spazi più privati e personali riescono ad infiltrarsi! (i pazienti)”. Eppure, malgrado questa situazione di disagio, fatica (e talvolta decisamente di parassitamente), questi momenti sono spesso sorprendentemente fecondi. Capita così che situazioni stagnanti improvvisamente si ravvivino, che sequenze di sedute caratterizzate da sensazioni di oppressione e pesantezza riprendano interesse. Oppure che impressioni di opacità, confusione, occupazione della nostra mente da parte di materiale indigesto, lascino posto a sensazioni di maggiore libertà, di possibilità di accoglimento delle nuove comunicazioni in spazi che di nuovo avvertiamo pervi e recettivi: singoli pazienti e singole comunicazioni sembrano riacquistare la possibilità di muoversi più liberamente dentro di noi ed essere accolti nella loro specificità: talvolta si ha l’impressione di uscire in questo modo ad un tratto da quell’inquietante “effetto di alone” che, in certi momenti di difficoltà, sembra stendersi sul nostro lavoro: quei periodi così fastidiosi e faticosi in cui ci sembra che i pazienti siano più o meno tutti uguali, presentino più o meno tutti gli stessi problemi e inducano le stesse emozioni. Si può dire che, in questi casi, se il pensiero del giorno o la réverie non sono stati in grado di far spazio al paziente è il pensiero del sogno che si incarica di farlo.
Scrive Winnicott “Recentemente mi accadde di accorgermi che già da alcuni giorni facevo un cattivo lavoro. Facevo degli errori con tutti i miei pazienti. La difficoltà risiedeva in me stesso: anche se era in parte personale, era tuttavia principalmente collegata con un massimo di tensione raggiunta nel mio rapporto con una paziente psicotica particolare. La difficoltà si chiarì quando ebbi quello che si chiama qualche volta un sogno ‘riparatore’… Nel corso della mia analisi e negli anni successivi alla sua conclusione ho avuto una lunga serie di questi sogni riparatori. Sebbene spiacevoli in molti casi, ciascuno di essi ha segnato il raggiungimento di un nuovo stadio del mio sviluppo emozionale” (Winnicott, 1949).
Ma non sempre le cose vanno così e non sempre questi sogni hanno effetti così risolutivi. La loro tipologia ci è apparsa infatti ben presto più complessa.
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Le descrizioni che daremo mostrano, crediamo, come i sogni di contro-transfert coprano tutto l’arco possibile delle oscillazioni SPD e si muovano in modi assai mutevoli tra funzioni di restaurazione-ritessitura e crescita di significati e funzioni evacuative. Usando un’espressione di Meltzer (Meltzer, 1984), possiamo dire che i sogni sono come gli esperimenti: qualche volta riescono e qualche volta no.
La varietà e mutevolezza di questi sogni ci confronta immediatamente con un’obiezione tradizionale al valore e all’utilità di un’indagine che li riguardi: non si tratterebbe, infatti, in linea generale, che di “resti diurni”, di immagini che il sogno prende a prestito, come tante altre, dall’esperienza quotidiana dell’analista; se il livello manifesto può aver a che fare coi pazienti, il sogno in quanto tale rimanderebbe, come nucleo di significati più profondi, alla storia e alle vicende pulsionali dell’analista stesso; riguarderebbe quindi in definitiva l’analista nella sua privata autoanalisi. È evidente che discutere a fondo questa obiezione solleverebbe problemi enormi riguardanti la teoria del sogno e del suo uso nella relazione analitica. Personalmente anche noi riteniamo come dice S. Manfredi (1986) che “non esistano ospiti veramente stranieri” nella realtà psichica di chicchessia e ci riesce difficile concettualizzare i processi di identificazione e controidentificazione proiettiva in maniera sostanzialistica, come “cose psichiche” concrete che transitano da una parte all’altra. Dunque i sogni dell’analista sono dell’analista. Ma ciò non toglie nulla al fatto che le emozioni “sotto pressione” che producono il sogno riguardino aspetti o anche parti scisse dell’analista attivate o messe in risonanza dalle proiezioni del paziente e che sono alla ricerca di un’integrazione.
Quello che ci interessa qui è solo suggerire l’utilità di pensare a questi sogni dal punto di vista della funzione che svolgono, in quello sfondo di scambi e di complesse implicazioni reciproche in atto tra paziente ed analista, in cui avvengono i processi di costituzione ed elaborazione di senso della situazione analitica; processi che riguardano la relazione “fungente” e precedono, di fatto, ogni enunciazione riflessiva di tipo interpretativo.
Va segnalato, in questa introduzione, un ultimo aspetto di ordine generale, che ha contribuito ad attrarre la nostra attenzione su questi sogni; i sogni di contro-transfert capitano nella maggior parte dei casi in circostanze in cui l’analista sperimenta una situazione di sofferenza o difficoltà. Difficoltà talvolta legate a sue vicende del tutto personali, altre volte a vicissitudini dell’incontro analitico con uno o più pazienti, o a fenomeni di identificazione proiettiva che magari
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bombardano zone di sofferenza endogena dell’analista, al mantenimento stesso del setting. Klauber in proposito sottolinea la scarsa considerazione della letteratura riguardo “ai modi in cui l’analista riesce a formare rapporti del tipo più intimo con un paziente dietro l’altro” e riguardo ai modi in cui la sofferenza che ciò comporta viene “scaricata”. Ma forse è solo in situazioni estreme, quelle di vere “cadute della competenza analitica”, ad esempio agili o inversioni del flusso delle identificazioni proiettive o agiti presudo-interpretativi che questa sofferenza viene scaricata. Gran parte del lavoro analitico, che alla fine porta al prodotto interpretativo, consiste invece in un faticoso processo di accoglimento, metabolizzazione, trasformazione, che avviene in parte dentro la seduta (reverie, working-through nel contro-transfert) e in larga misura probabilmente fuori di essa (vacanze, tempo libero, autoanalisi, rapporti coi colleghi, ecc.). Pensiamo che i sogni “di contro-transfert” possano essere visti anche come una sorta di “meccanismo di sicurezza” della funzione analitica che garantisce la pervietà degli spazi di accoglimento e di pensabilità alle proiezioni del paziente, in condizioni di particolare impegno per l’analista.
L’esposizione che segue sarà inevitabilmente frammentaria. Ma non è nostra intenzione del resto descrivere in dettaglio le storie cliniche in cui compaiono questi sogni e i complessi movimenti transferali e contro-transferali che essi segnalano (resoconti bellissimi di questo tipo si trovano nei lavori di Hautmann e Bigi e coll.). Quello che desideriamo fare è solo portare alcuni esempi del lavoro svolto dal sogno di contro-transfert nella mente dell’analista, dei suoi modi di procedere e delle funzioni che sembra svolgere. Il carattere frammentario di queste descrizioni e le molte cose che non abbiamo ritenuto opportuno esplicitare, richiedono evidentemente che si faccia credito al complesso lavoro autoanalitico e alle discussioni comuni che lo hanno sostenuto; lavoro che qui viene solo accennato e che ci ha portato a scegliere certi percorsi tra i tanti che le immagini di questi sogni possono suggerire.
A) Sogni dell’analista che illuminano aspetti della relazione con il paziente (uso classico dei sogni di contro-transfert che consente di recuperare aspetti controtransferali e controidentificazioni proiettive).
Giovanna è una paziente molto intelligente con spiccati aspetti narcisistici. È un momento difficile della sua analisi, non si riesce a trovare un modo di lavorare insieme.
L’analista sogna qualcuno, forse proprio la paziente Giovanna, disperata perché il fidanzato
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non vuole fare l’amore… l’analista si sogna poi in un gabinetto con la paziente che ha un pene appena più piccolo di quello dell’analista, assieme ne confrontano le dimensioni….
Appena sveglio immediato è l’aggancio che l’analista fa con l’andamento dell’analisi di Giovanna, forse è anche l’analista che non vuole “fare l’amore” con la paziente, per seguire una propria ideologia interpretativa, come il fidanzato della paziente che è “cattolico osservante”: “sono belle le cose che mi dice (riferendosi alle interpretazioni nel transfert) ma non mi interessano”; l’analista a sua volta non dà riscontro (sembra non ascoltare la paziente) a quanto della vita esterna ella dice, interessato prevalentemente alla realtà della seduta, dell’hic et nunc, del transfert… ma il lavoro che l’analista fa sul proprio sogno gli consente una presa di contatto con aspetti del proprio narcisismo (anche interpretativo), il riassetto delle proprie relazioni interne verso una maggiore disponibilità alla relazione come oggi la paziente è capace di tollerarla e di conseguenza anche un aggiustarsi del modo di interpretare; questa modifica consentirà alla paziente nel giro di poche sedute di dire: “…anziché un aspirante luminare della medicina… mi trovo con i sentimenti di una aspirante moglie” e di fare poi un sogno in cui esprime la rinuncia alla propria posizione di rivendicazione fallica, facendo da donatrice in una operazione di trapianto di “pene” e, fatta questa operazione, le diverrà finalmente possibile prendersi cura di una bambina sofferente, cui, sino a quel momento, aveva negato di essere madre”.
Con Gabriella, giovane donna molto spaventata all’idea del sia pur minimo cambiamento, le sedute sono diventate difficili, dice sempre le stesse cose: “va nei negozi, ma non compera niente”, le poche comunicazioni che fa, l’analista le interpreta nel transfert.
Gabriella spesso si è lamentata di voler essere consolata, ma di sentirsi poi in colpa se lo ottiene.
L’analista sogna: nel letto dell’analista viene una bambina, disperata per sofferenze di gelosia, l’analista la vuoi calmare, la bimba vuol essere consolata, una mano dell’analista scivola però ad accarezzare le gambe della bambina….
Ma questo è quello che succede con Gabriella, quello che la paziente riceve dalle continue interpretazioni di transfert troppo vicine, non una consolazione, ma una eccitazione masturbatoria, che poi la fa sentire in colpa; così l’analista entra in contatto con le proprie fantasie di seduzione e potrà poi fare un uso del timing più corrispondente ai bisogni della paziente; questa potrà a sua volta entrare in contatto con le proprie paure e desideri di seduzione e, successivamente, fare un sogno in cui finalmente una bambina si orienta sul mappamondo essendole fornite longitudine e latitudine e una donna adulta riceve dall’uomo che ama un mappamondo che mette sotto il seno…. il rapporto torna ad essere fecondo.
B) Sogni che riguardano il contro-transfert e la vita mentale dell’analista (funzione di smatassamento e di creazione di separatezza).
Qui partiamo direttamente dal sogno dell’analista, perché non è in gioco in primo piano la relazione con un singolo paziente.
L’analista sogna tante palline tutte assieme, una di queste si stacca e si distingue chiaramente dalle altre. Da sveglio l’analista associa: “Una paziente sta per finire l’analisi; l’analista sta per ‘staccare’ lo studio dalla propria abitazione e questo porterà tutto un rimaneggiamento degli spazi della casa; un paziente si avvia da situazioni di conglutinazione a una svolta chiaramente edipica”.
Il sogno consente così di avviare un processo di dipanamento tra aspetti dell’analista stesso e dei pazienti, attiva una funzione di riorganizzazione degli spazi mentali, inizia ad elaborare
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angosce di separazione.
Questo lavoro è continuato dal sogno della notte successiva, in cui l’analista sogna di essere in una nuova grande casa, è contento, ma ha paura delle telefonate di un paziente, Luigi… che, profumato tantissimo, chiede di essere odorato sotto le ascelle per veder apprezzato il suo profumo deodorante.
Per l’analista c’è in quel momento il problema del trasloco del proprio studio; ma anche la paura di trovarsi da solo con Luigi, paziente particolarmente violento, e di compiacerlo; così come ha avuto un atteggiamento di sottomissione tossendo molto in seduta, dopo aver saltato quattro sedute per l’influenza, per giustificarsi agli occhi del paziente, mostrandogli che era proprio per malattia che aveva saltato le sedute; la paura che prova verso Luigi, ma anche il desiderio di nascondere quanto di poco chiaro ci sia nell’analisi del paziente… ma c’è anche un’altra paziente. Clara, che da un po’ viene profumatissima… Il sogno sembra funzionare per l’analista proprio come un non-deodorante, che consente di entrare in contatto con elementi di erotizzazione anale, la compiacenza, la falsità nella relazione con il paziente, la paura delle telefonate, violente identificazioni proiettive del paziente che sembrano toccare l’analista in aspetti propri da cui si sente minaccialo.
Non crediamo che la classificazione che noi tentiamo consenta una aggregazione pura di temi, crediamo che tutti siano in ogni caso un po’ presenti, cerchiamo solo di cogliere quello che ci è sembrato l’aspetto prevalente di volta in volta.
C) Sogni che consentono di ‘restaurare’ la mente dell’analista rispetto al gruppo di pazienti.
I tempi liberi dell’analista (i dieci minuti di intervallo tra un paziente e l’altro, le notti, i week-ends, le vacanze) non ci sono purtroppo sembrati così “liberi” come potrebbe apparire a prima vista. Il lavoro del sogno testimonia di una faticosa digestione che continua, qualche volta, con una certa sofferenza: ma questo consente forse all’analista di fare un passo difficile ed integrativo e domandarsi cosa gli dicono del suo mondo interno questi sogni nella relazione con i pazienti, quali scissioni gli consentono di recuperare.
A titolo di esempio vorremmo proporre l’ultimo sogno dell’ultimo giorno di lavoro prima delle vacanze estive, che il percorso associativo ha collegato con il lavoro con i pazienti.
L’analista sogna che la nonna gli consiglia di grattarsi una crosticina sul naso, in realtà è invece un foruncolo con del pus, c’è allora il rischio, se si fanno manovre errate, di una “trombosi venosa settica cerebrale”: antinfiammatori e all’occorrenza antibiotici: il pericolo sembra così scongiurato.
Non è una cosa da trascurare la fatica di un anno di lavoro, non può essere gettata via o, come suggerisce una nonna, ‘cosa vuoi che sia’; deve essere riconosciuta e curata veramente, anche se in sé non è grave ma solo potenzialmente pericolosa.
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La cura inizia adesso nelle vacanze e gli antinfiammatori e antibiotici sono forse proprio i sogni che seguiranno sul vuoto delle vacanze, sui pazienti più gravi, alcuni sogni a carattere più chiaramente evacuativo, altri proprio curativi.
La funzione analitica sembra non poter essere messa a tacere, si rimette al lavoro per bonificare in profondità la mente dell’analista che finalmente sogna “una macchina smontata che lui stesso cerca di aggiustare nel migliore dei modi… ci riesce”.
A questo punto non c’è più bisogno di sognare (o di ricordare i sogni) e iniziano le vacanze.
D) Sogni di situazioni di maggior impatto con aspetti distruttivi dei pazienti (violente identificazioni proiettive da parte di questi e attivazione di zone buie dell’analista).
Si tratta di sogni che sono dei tentativi (non sempre riusciti), in tali situazioni di emergenza, di evitare un ‘intasamento’ della mente dell’analista, sogni che leniscono la sua sofferenza mentale, attraverso la ricostruzione di senso e di spazi simbolici.
Siamo rimasti spesso colpiti dalla sensazione di benessere che faceva seguito a questi sogni, sino al punto di attenderli e sperare nel loro arrivo.
Per l’analista è un momento di fatica molto intensa, sia per impegni di lavoro, sia per l’attivarsi di un massiccio transfert psicotico da parte di un paziente molto grave.
L’analista sogna di essere squarciato con vanghe dai pazienti; poi, che in una città molto violenta bussano a casa sua, dovrebbe essere un amico, il figlio di Gaspare il portiere, ma il padre-paziente attraverso il pulsante del citofono, prima di essersi accertato, temerariamente spalanca la porta, ponendosi in attesa, mentre il figlio-analista è preoccupato e si chiede: ‘Se invece è qualcuno dì pericoloso e mio padre apre la porta, come potrò fare, come difendermi?’
L’analista è avvertito della propria fatica mentale, la funzione genitoriale è pronta per riprendere il proprio posto verso i pazienti, ma questi, in quel momento, sono sentiti da una parte dell’analista stanca, esposta ed indifesa, come pericolosi.
L’analista è così messo in contatto con questo proprio momento di difficoltà e si potrà porre il problema della propria stanchezza e soprattutto di come bonificare non quanto i pazienti temono di fargli, ma quanto in realtà gli fanno con le loro violente identificazioni proiettive (le zappe che squarciano).
Forse la disponibilità con cui l’analista si trova ad aprire la porta (dello studio e della mente) ai pazienti è una funzione di questa operazione di trasformazione che egli dovrebbe esser stato capace di effettuare, tra un giorno e l’altro, tra una seduta e l’altra, una settimana e l’altra.
Questi sogni ci sembrano necessariamente sfumare verso sogni di autoanalisi, che consentono dopo la mappatura di zone buie o di vecchie cicatrici, la ripresa di un proficuo lavoro.
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L’analista, sempre nello stesso periodo, sogna di esser in Africa e in previsione di un attacco di selvaggi fa costruire dei pannelli di legno che servono a proteggerlo dalle frecce: i pannelli non sembrano molto forti, ma sembrano sufficienti allo scopo; sono legati l’uno l’altro; teme però che siano troppo fragili e gli sembra più sicuro che ciascun pannello venga rinforzato da un palo che sorregga.
L’analista è in contatto con le difficoltà del proprio lavoro, c’è una barriera protettiva che può assorbire, c’è anche la necessaria distinzione dal paziente, è necessario però il ricorso ad una funzione paterna o ad un oggetto combinato che garantisca la stabilità mentale dell’analista.
Lo spostarsi verso aspetti anche autoanalitici è ancora più evidente in una sequenza di sogni che rimandano proprio a Giulio, il paziente con un grave transfert psicotico.
Giulio dall’analista per un certo periodo era stato vissuto come un proprio ‘doppio persecutorio’ (Gaburri, 1984), sinché un proprio sogno non gli consente di disembricare il proprio doppio da Giulio, distinguendosi così progressivamente dal paziente.
Al proprio doppio l’analista aveva dato nel sogno un nome ed un cognome e ne aveva riconosciuto certe caratteristiche peculiari.
Rimaneva un grosso problema nell’analisi di Giulio: le continue telefonate, inarrestabili e il terrore che queste determinavano nell’analista; che nello stesso periodo si accorgeva di esser tentato di stabilire connivenze anche con altri pazienti e di tollerare un certo lasciar correre, sinché, dopo la lettura di un bel lavoro di una collega sulla situazione edipica, fa un sogno: in esso una voce quasi inintellegibile gli fa una telefonata di minaccia, dicendosi alleata di un generale; l’analista nel sogno si sente precipitare nel panico: alla telefonata sono presenti i propri oggetti buoni e sente di doverli proteggere; si sente però solo, dispera di poter trovare aiuto nella polizia, quando una mano di un amico molto caro gli viene affettuosamente posata sulla spalla.
Ma era allora la telefonata di una parte primitiva scissa che era stata sempre temuta, parte che taglieggiava le parti mature dell’analista (e nell’analisi di Giulio il mantenimento del setting), attraverso le connivenze del generale-genitore che si lascia corrompere dal bambino tirannico; all’analista diventa così possibile ritrovare il contatto con il proprio Io solo ed atterrito per il doversi piegare a questa voce arcaica; teme di non poter trovare aiuto nella investigazione del paziente, ma trova nella propria analisi e nella attuale capacità di autoanalisi un amico fermo e sicuro.
La notte successiva fa seguito il sogno di una statua preziosa d’oro di una divinità di una antica popolazione e questo conferma il problema di narcisismo riattivato in quel momento.
Altri sogni consentiranno all’analista di scoprire le proprie connivenze e di esercitare una autentica finzione analitica.
Conclusioni
È possibile che l’impressione che nasce da queste descrizioni sia a tratti quella di trovarsi in una situazione intricata, faticosa, talvolta fastidiosa e anche sgradevole di sovraffollamento, chiusura, scarsità di distanza, intasamento di spazi, rischio di perdita di libertà verso i pazienti e per i pazienti.
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In parte ciò può dipendere dal carattere frammentario delle nostre osservazioni. Ma, soprattutto, dipende dal fatto che si ha effettivamente a che fare, in queste particolari esperienze, con una popolazione interna spesso tumultuosa, invasiva, con intrusioni massicce, attacchi sadici, manipolazioni, distacchi e bonifiche difficoltosi. Ma la popolazione primitiva che affolla questi sogni e i suoi magmatici movimenti, talvolta assai difficilmente interpretabili, non avrà allora a che fare proprio con la situazione che si sviluppa quando la mente dell’analista accoglie il flusso delle identificazioni proiettive dei pazienti e si impegna in un faticoso lavoro di trasformazione?
Riflettendo su questi sogni è possibile intravedere in funzione (poiché non vi sono “ospiti stranieri”) aspetti talvolta assai fastidiosi dell’analista, parti scisse, nuclei tentati di colludere con aspetti manipolativi dei pazienti cortocircuitandosi con essi. Aspetti che si riconoscono con fastidio e che con una certa difficoltà si comunicano ai colleghi. Ma E. Gaddini, in un suo lavoro sul contro-transfert in cui molto interesse rivolge ai sogni di contro-transfert (Gaddini, 1968), scrive che per l’analista il problema non dovrebbe essere quello “di non regredire”, ma, al contrario, di avere la capacità di regredire senza danno.
Ed è poi davvero pensabile un processo e una situazione analitica che non tengano in considerazione questi livelli di funzionamento della coppia analitica? Rosenfeld ha detto una volta (Rosenfeld, 1980) che sarebbe opportuno reintrodurre il problema delle parti scisse dell’analista nei nostri modi di pensare il processo analitico. Può essere irritante pensare che parti scisse dell’analista possano intervenire nella relazione analitica. Abbiamo l’impressione tuttavia, se ci è permesso, che “ça n’empeche pas d’exister” e che sia opportuno attrezzarsi in proposito. Come hanno scritto Di Chiara e Flegenheimer (1985), “un aspetto per così dire tecnico che scaturisce immediatamente dall’introduzione dell’identificazione proiettiva nell’armamentario analitico è il coinvolgimento dell’analista nell’analisi in misura assai maggiore di quanto non avvenisse prima”.
L’analista non può più limitarsi ad aspettare che “si configuri il transfert” da parte del paziente, sperando di “non essere disturbato dal proprio contro-transfert”. Egli deve piuttosto raccogliere nel proprio contro-transfert le proiezioni del paziente, per elaborarle, viverle, trasformarle. Proprio in ciò, come ha scritto T. Ogden (Ogden, 1979), sta forse una parte essenziale della funzione terapeutica dell’analisi: nella capacità di accogliere, far transitare, rielaborare in contatto coi
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propri oggetti interni e restituire in forma detossicata (in “versione trattata”, come si esprime Ogden) al paziente le sue identificazioni proiettive. Processo che avviene in una dimensione di scambi che sta ben al di là o prima della “interpretazione” in senso tradizionale e che coinvolge tutta la complessa fenomenologia del working-through nel contro-transfert (Pick, 1985).
È noto il commento di Lowenstein ad un famoso articolo di Rosenfeld sui “fattori terapeutici in psicoanalisi”: “dubito che qualcuno sia mai migliorato avendo ricevuto semplicemente delle interpretazioni”. Forse un aspetto di quel “qualcos’altro” cui allude Lowenstein (e che è certamente poi veicolato, in definitiva, anche dalle interpretazioni) può essere individuato proprio in questo movimento di trasformazione “dentro” l’analista, di “processazione” interna (per usare un orribile termine informatico), che il pensiero del sogno (o la réverie) promuove e di cui l’interpretazione (o comunque la ripresa di ciò che avviene nel pensiero della veglia) è un prodotto “relativamente tardivo” (Meotti A., 1986).
Dunque il problema è ancora quello di “come si formano le interpretazioni” nella mente dell’analista (Nissim, 1975). Perché in quel “come” (più che nell’inesauribile questione hic et nunc/ ricostruzione” oppure livelli arcaici/livelli più maturi, ecc.) sta la questione della loro qualità mutativa, cioè della loro capacità di portarsi appresso la traccia ed il calore del processo trasformativo specifico, nell’analista, che le sostiene e le attiva. Che è poi quello che diceva molti anni fa in un contesto teorico certo tutto diverso P. Ricoeur (Ricoeur, 1965), quando indicava proprio in questo aspetto di travaglio, di lavoro che regge il farsi e disfarsi del senso nella comune e profonda implicazione reciproca tra paziente ed analista, ciò che distingue l’interpretazione psicoanalitica da qualunque altro esercizio ermeneutico.
I particolari sogni di cui ci siamo occupati ci possono dire qualcosa, forse, su questo processo, sulle sue difficoltà e sul dolore che, anche, spesso solleva.
A proposito di questo dolore, certamente questi sogni, come abbiamo detto, nascono di solito da una situazione di difficoltà, da momenti critici o di particolare impasse dell’analista. Ma il lavoro stesso che il pensiero del sogno compie, in queste circostanze è faticoso, è un vero travaglio nella mente dell’analista; l’impatto con le proiezioni dei pazienti (soprattutto se ciò avviene in coincidenza con situazioni di dolore personale dell’analista) mette in gioco vecchie cicatrici, aree cieche, oppure anche zone mai saturate e attivate del mondo interno dell’analista: abbiamo cercato di far vedere come questo travaglio cimenta e chiama all’opera la
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tenuta e la qualità dei buoni oggetti interiorizzati, delle funzioni genitoriali operanti, che vengono impegnati in una faticosa operazione di contenimento, metabolizzazione e trasformazione (Lussana, 1984).
Usando un modello un po’ diverso e riferendosi ad un fenomeno speculare al nostro, Hautmann e Pazzagli (1980) parlavano dei sogni dei pazienti in cui compare “l’analista in persona… nelle sue proprie vesti”; situazione che gli AA. vedevano da un lato come un “acting nel sogno… un attacco all’astinenza analitica” (l’analista è visto, ci si intrattiene con lui…), dall’altro, contemporaneamente, come il segno di un recupero della situazione analitica in quanto, comunque, questa scena è sognata. L’ambiguità di questa situazione è vista da Hautmann e Pazzagli come l’espressione di un tentativo di elaborazione di angosce di separazione.
Fatta salva la nostra difficoltà a considerare degli “agiti” i sogni di controtransfert (se non nel senso di vederli come l’espressione dell’attività operante del pensiero del sogno), la nostra impressione è che un problema analogo si rifletta nei sogni del paziente da parte dell’analista: espressione probabilmente anch’essi di un processo di elaborazione faticosa di introiezioni “troppo reali” (come si esprime Gitelson), che ritrovano, attraverso il sogno, uno spazio simbolico; ed espressione, contemporaneamente, del rischio di un intasamento di quello spazio di pensabilità che il sogno di contro-transfert si incarica di restaurare.
Il pensiero del sogno riarticola dunque grovigli talvolta complessi di aspetti personali e aspetti provenienti dai pazienti. In un certo senso, possiamo vedere il sogno di “contro-transfert”, come un particolare esercizio di separatezza, che consente di ridare, possiamo dire, “a ciascuno il suo”. Ciò certamente ci ripropone l’antica equiparazione freudiana tra lavoro del sogno e lavoro del lutto (Freud, 1915; Guillaumin, 1981) ma, potremmo dire, anche, tra lavoro del lutto e funzione simbolica in generale.
In questo ridare “a ciascuno il suo”, tuttavia, qualcosa è accaduto: e questo “suo” che a ciascuno, paziente ma anche analista, ritorna, è un suo trasformato e arricchito dal lavoro del sogno.
Quindi i sogni di “contro-transfert” hanno sì a che fare con situazioni di sofferenza nella relazione analitica (e nel loro stesso svolgersi producono sofferenza); ma questa sofferenza è forse una forma solo più particolarmente evidente di quella fisiologica “passione” che accompagna il processo analitico quando in esso avvengono operazioni veramente trasformative.
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Verrebbe da ricordare quello che diceva Klauber: che forse una condizione importante perché l’analisi produca effetti terapeutici è anche che il paziente e l’analista si siano “goduti” il loro lavoro, sentendosi, alla fine, abbastanza liberi.
Vogliamo pertanto menzionare il piccolo contributo che anche in questo senso i sogni di “contro-transfert” possono portare, trasformando la sofferenza, consentendo momenti di intenso contatto e, qualche volta, anche di bellezza.
In conclusione, possiamo dire che i sogni di contro-transfert si situano tra due silenzi: da un lato il silenzio generato dalla incapacità di attivare lo schermo del sogno, dalla fusione o dall’interessamento della mente da parte degli “elementi beta”; dall’altro la capacità di silenzio, il silenzio potenziale che fa seguito ad una introiezione riuscita. Anche da questo punto di vista, dunque, riteniamo con Bion, che il sogno mantenga quella posizione fondamentale che Freud gli aveva assegnato.
E poiché questo è un lavoro che ha al centro il sogno, finiamo lasciando parlare un sogno.
E. è un paziente con intensi problemi fusionali non risolti; è un “grande recettore”, che più volte ha segnalato all’analista, attraverso associazioni apparentemente casuali o sogni, movimenti emozionali controtransferali di cui l’analista era inconsapevole.
In un periodo in cui l’analista è molto provato da un suo problema personale, E. porta un sogno: “si è rifugiato in un bar, fuori ci sono pericoli terribili, percorsi in cui si perderebbe: sta lì con un barista; si sente protetto ma anche molto chiuso, è una specie di bar di malaffare; chiede spiegazioni al barista, che però procede per conto suo, molto affettuosamente, parlando tedesco”.
Attraverso associazioni complesse (e attraverso il ricordo dell’analista di un suo proprio sogno della notte precedente) l’analista capisce come dentro di lui ci sia una vera conglutinazione tra il paziente e un proprio oggetto d’amore per cui è preoccupato. Ma allora non sarà anche questa la condizione fusionale in cui il paziente si sente ad un tempo protetto e chiuso? E non sarà in qualche misura proprio il fatto che non c’è spazio, dentro l’analista, per la presenza specifica del paziente e per le sue comunicazioni, il “tedesco” di cui il paziente si lamenta?
La notte successiva, l’analista fa un sogno: è col paziente, sta cercando di attraversare una palude, ha paura di affondare come nelle sabbie mobili; ma la palude ora è una risaia, affiorano pianticelle di riso, si intravedono le nervature dei campi, gli argini su cui si può cominciare a camminare.
La seduta successiva è il paziente che porta un sogno: ha una distesa di neve davanti a sé (immagine ricorrente, questa, nei sogni e nei ricordi di E.), ha paura di affondare; ma si vedono ora orme di un passaggio umano; così si può capire dov’è il sentiero, che il paziente incertamente prova a percorrere cercando anche di non mettere esattamente i piedi sulle orme che lo hanno preceduto…”.
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Summary
This paper discusses the evolution of modes of evaluating counter-transference dreams as observed in psychoanalytical literature. Clinical material is used to consider various different but interacting functions of such dream activity in the psychoanalytical relationship. These dreams are in general viewed as an important step in the process of developing and transforming the emotional issues arising from the analytic encounter.
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Sulla possibilità  di utilizzare  i sogni “di controtransfert”
nella relazione analitica. Alcune note cliniche e considerazioni teoriche

Claudio G. Galliano Auletta

(Rivista di Psicoanalisi, n. 4 , 1995)

L’interesse crescente della psicoanalisi per l’indagine delle  patologie  gravi  e  per  la  possibilità di applicazione del metodo psicoanalitico in taluni settori istituzionali ha condotto, tra l’altro, ad esplorare diversi orizzonti della ricerca e della cura. Dal momento che uno degli aspetti, a mio avviso, più affascinanti e, nel contempo, più affidabili del metodo psicoanalitico consiste nella sua continuità teorico-clinica, l’adozione di nuove chiavi di lettura e di intervento, nella nostra disciplina, poggia le basi sugli elementi classici, eventualmente “rivisitati” e riconsiderati. È questo il caso del recupero di interesse per il controtransfert inserito, oggi, nella prospettiva di una teoria della relazione analitica.
Le ipotesi che si intendono qui discutere concernono: a) la possibilità di inscrivere i sogni dell’analista con connotazioni controtransferali nell’ambito della trama onirica che caratterizza gli aspetti più profondi della coppia analitica al lavoro;  b) la possibilità – suggerita dall’osservazione clinica – che le espressioni oniriche
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controtransferali precoci dell’analista, durante un’analisi, presentino spesso delle connessioni con una patologia grave del paziente, o con livelli molto precoci di sviluppo di un paziente non dichiaratamente grave: in entrambi i casi è impellente per il paziente la necessità di condividere un’esperienza che non può essere comunicata a livello cosciente e che, quindi, non può essere elaborata.
È noto che i pazienti gravi, non integrati, presentino una considerevole tendenza all’evacuazione di contenuti mentali non tollerati. Essi, infatti, sono caratterizzati, dal punto divista dell’organizzazione intrapsichica (Kernberg 1981), da diffusione d’identità, non adeguata differenziazione della rappresentazione del Sé da quelle degli oggetti, alterazione del rapporto con la realtà o del sentimento di realtà e, dal punto di vista delle operazioni difensive (Kernberg 1984), dall’uso prevalente di negazione, onnipotenza e, soprattutto, scissione e identificazione proiettiva. Vari autori, tra cui ricordiamo Rosenfeld (1987), hanno descritto le difficoltà dell’analista a comprendere le proprie reazioni controtransferali di fronte alle comunicazioni di pazienti gravi espresse attraverso una potente identificazione proiettiva. “La tendenza del paziente disturbato a trasmettere o scavalcare in ogni situazione corrente conflitti e traumi arcaici,  che è  costretto a ripetere a causa dell’incapacità di ricordarli, può essere sperimentata nel transfert. La ripetizione di situazioni infantili e la messa in atto nel transfert ci riportano ben oltre le prime memorie coscienti […]. Meno il paziente è  integrato, più  antico  e pervadente è il trauma, più è probabile che egli metta in atto i suoi conflitti, [perché è] incapace di simbolizzarli” (Giannotti 1987). È per questo che tali pazienti necessitano di essere messi in grado di “giocare” i primi traumi nel contesto di un rapporto che Winnicott (1971) inserisce nell’area dei fenomeni transizionali. Il transfert a carattere narcisistico (Little 1966), la presenza del trauma cumulativo derivante dal precoce fallimento parziale della madre nel suo ruolo di scudo protettivo (Khan 1974), la difesa del “non rapporto” (Modell 1984), la massiccia  traslazione d’oggetto-Sé nella ricerca della coesione (Sassanelli 1994) sono solo alcuni dei molteplici aspetti rilevabili in letteratura relativamente alle caratteristiche
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principali osservabili in analisi con pazienti gravi.
Ritornando, ora, all’uso del controtransfert, non può sfuggire quanto l’evoluzione teorica di tale concetto sia stata travagliata sin dai tempi di Freud. Esistono – oltre ad una gran mole di articoli specifici – disamine estese della letteratura sul controtransfert (Albarella e Donadio 1986), per cui non ci soffermeremo, qui, sulla maggior parte delle posizioni concettuali in merito (si considerino, tra le altre, quelle di: Heimann 1950; Bion 1962; Racker 1968; Winnicott 1947, 1949 e 1960; Searles 1965; Gaddini 1975). Ci limiteremo, invece, ai fini della presente esposizione, a ricordare alcuni punti di vista teorici inerenti agli scopi di questo lavoro ed a rilevare quanto il paziente grave ci metta di fronte ad aspetti del funzionamento mentale presenti in tutti noi e ci fornisca, in tal modo, rispetto a questi problemi, degli insegnamenti più chiari (Modell 1984).
Quando, dunque, Freud (1910) – parlando per la prima volta di controtransfert, come risposta endopsichica che ostacola in  misura minore o maggiore la possibilità di cogliere gli aspetti inconsci del paziente – accennava al solo sviluppo della  personalità dell’analista nel padroneggiare il controtransfert, egli, ovviamente, non aveva potuto ancora considerare appieno la particolarità dell’impatto che la mente del paziente grave  ha su quella dell’analista. Già nel 1912, però, Freud  riconoscerà  all’inconscio dell’analista il ruolo di indispensabile strumento della comprensione analitica, giungendo nel 1937 ad evidenziare  che l’inconscio del paziente può trasformare anche profondamente la struttura mentale dell’analista.
L’evoluzione concettuale del rapporto transfert – controtransfert   ha condotto  a  considerare   la  coppia analitica come un sistema relazionale dotato di una propria struttura, di proprie modalità di funzionamento e caratterizzato da una complessità che trascende, ma non annulla quella delle due  individualità (Baranger 1990). Nell’ambito della relazione analitica, dunque, esistono ruoli e funzioni differenziate tra l’analista ed il paziente, ma anche un continuum unitario che  li vincola e che si origina dal particolare tipo di incontro. A livelli molto profondi della relazione analitica, pertanto,
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avvengono interazioni tali da consentire al paziente di “usare” il proprio analista, per tentare  di riprendere l’evoluzione della propria personalità (Nissim Momigliano e Robutti 1992).
Recentemente Arrigoni Scortecci (1994) ha descritto come, in alcuni pazienti borderline, la nevrosi di transfert possa avviarsi in maniera acuta ed intensa: una manifestazione tipica di ciò  viene identificata nei sogni precoci di transfert, espressione onirica di aspetti comunicativi non simbolizzabili, così  come di tendenza all’unità  fusionale, difese di idealizzazione e immediato riferimento ai conflitti nucleari del primitivo rapporto con la figura materna. Nei pazienti borderline, quindi, i sogni precoci aventi ad oggetto l’analista si collocherebbero nell’ambito del transfert primordiale o narcisistico di questi pazienti. Searles (1986) giunge ad ipotizzare – come  criterio  di analizzabilità del paziente, accanto  alla capacità di questi di sviluppare una nevrosi di transfert – la capacità di indurre nell’analista una “nevrosi di controtransfert”. Considerando, quindi,  che l’intensità delle emozioni rimosse del paziente grave è tale da indurre un’insolita reattività nell’emotività dell’analista, mi sono ritrovato a considerare che i sogni “di controtransfert” dell’analista, soprattutto se precoci, possano esprimere una modalità di controtransfert in risposta al transfert del paziente, che tende a far “scivolare” in modo massiccio i propri conflitti nell’analista attraverso il flusso del transfert simbiotico.
Sin  dai tempi della “Traumdeutung” il sogno è centrale nella teoria psicoanalitica e la letteratura in merito piuttosto ricca. Attualmente, inoltre, le espressioni oniriche del paziente sono oggetto di rinnovato interesse anche all’interno di una prospettiva di campo (Bezoari e Ferro 1994; Mancia 1994).
Nella letteratura analitica, tuttavia, è raro trovare espliciti riferimenti ai sogni “di controtransfert”, o a chiare manifestazioni controtransferali  dell’analista. Credo che ciò sia riconducibile – oltre che al comprensibile pudore per la propria intimità – anche  al fatto che l’uso del controtransfert contempla sia gli aspetti tecnici, sia quelli umani e culturali dell’analista stesso. È forse per questo che Giovacchini (1985) distingue un “controtransfert omogeneo” da un
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“controtransfert idiosincratico”, intendendo con il primo la risposta che ogni analista darebbe ad una determinata condizione di un paziente e con il secondo la risposta soggettiva, esclusiva di un analista di fronte a  certi stati di  un paziente. Non è, poi, da sottovalutare l’impegno, per l’analista, a discernere il proprio controtransfert dal transfert nei riguardi del paziente (Semi 1985). Nelle situazioni in cui, in letteratura, vengono fatti riferimenti a sogni “di controtransfert” la relazione analitica è descritta “come  una continua ricerca da parte del paziente di una relazione con l’analista dove possa essere condivisa un’esperienza di intimità”:  il  paziente grave intima all’analista di prendere parte alla condivisione dei suoi aspetti profondi, rappresentando per lui quell’ambiente in cui sia possibile “la  comunicazione dell’esperienza e la condivisione della propria  esperienza conflittuale” (Giannotti 1983). Tale esigenza di condividere l’esperienza è  alla  base della dinamicità della relazione analitica, che si fonda su varie manovre di transfert-controtransfert.
Attraverso l’esperienza di alcuni sogni “di controtransfert” “precoci” dell’analista (verificatisi nelle prime settimane o, al massimo,  nei  primi  mesi di  trattamento)  descriverò, qui, due situazioni cliniche, nelle quali la risposta onirica dell’analista costituisce un momento significativo nella ricezione inconscia del materiale profondo del paziente (quasi sempre a livelli primitivi di sviluppo) e contribuisce in maniera considerevole a chiarire gli aspetti principali della trama relazionale inconscia della coppia analitica (dati i fini della presente esposizione, il materiale clinico è riportato in modo sintetico, tralasciando i percorsi associativi del paziente e miei per giungere alle ipotesi interpretative).
Prima situazione clinica. T., un uomo di 33 anni, chiede un’analisi per claustrofobia, ansia diffusa, inibizione nei rapporti interpersonali. Egli, però, presenta anche rilevanti tendenze omosessuali, con frequenti manifestazioni masturbatorie, esibizionistiche e  vojeuristiche. T. – che si attribuisce “una sessualità precoce” –  sostiene  di aver avuto un padre debole ed una madre onnipresente (“portava  lei i pantaloni … era lei l’uomo di casa”). Nei primi mesi d’analisi emergono, attraverso un sogno del paziente, aspetti di scena primaria,
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comunque relativi a fasi primitive del suo sviluppo sessuale: “T. è in una grande stanza, che sembra da un lato una scuola, dall’altro un ufficio. C’è un separé ed egli vede un uomo, che non è del proprio livello lavorativo, chiedendosi cosa questi facesse lì. Poco dopo, infine, T. si ritrova a cimentarsi con del pesce senza spine in padella e, dovendo passarlo in una specie di brodo caldo, chiede istruzioni in merito ad una sua collega d’ufficio. Gli sembrava che nel brodo il pesce avesse un sapore migliore, ma non ne era sicuro”.
Le mie considerazioni mi fanno, qui, pensare ad un’eventuale fantasia del paziente, che crede che la madre abbia un pene, come se egli avesse una confusione con un pene suo-non suo, che deve passare nel corpo della madre o starne fuori. In tale periodo dell’analisi, caratterizzato da intense tendenze evacuative del paziente, che spesso inducevano in me sensazioni controtransferali di noia e di inutilità, faccio il seguente sogno: “mentre si svolge la seduta, mi alzo, vado nel corridoio dello studio e scopo: facendo tale operazione, mi accorgo che vien fuori tanta sporcizia e, non volendo farmi vedere dal paziente, quando questi sta per uscire dalla stanza d’analisi, gli grido di aspettare. Si sente, intanto, un rumore di aspiratore d’aria proveniente dalla stanza d’attesa, per cui, rientrando nella stanza d’analisi, spiego al paziente di essere uscito per capire il motivo del rumore. Allorché, però, a fine seduta T. esce, egli scorge, benché io tenti di distoglierne l’attenzione, la scopa e la paletta nel corridoio”.
Elaborando questo sogno in connessione con il materiale del paziente nello specifico momento dell’analisi, mi ritrovo a chiedermi se T. possa vivere una confusione intrapsichica inerente a livello della scena primaria.
In un sogno sempre di questo periodo, infatti, il paziente “penetra un uomo e si meraviglia dell’ano più largo del previsto”): è come se, dunque, T. non sapesse se il pene appartiene  al  padre o alla madre, dov’è l’ano e dov’è la vagina. Credo che tale confusione sia agita nel setting e “giocata” sulla scena d’analisi.
Mi chiedo, allora, se la confusione fattami sperimentare dal paziente nei giorni precedenti il mio sogno – con sue ripetute espressioni del tipo “vengo o non vengo” alla seduta, oppure
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con le reazioni controtransferali, nel mio sogno, del tipo “scopo o non scopo”, “mi faccio vedere o non mi faccio vedere” (si considerino i riferimenti  allusivi alla sessualità di tali espressioni) – abbia  a  che fare con degli agiti a livello di scena primaria relativa a una fase di sviluppo di non differenziazione. Mi sembra, infatti, che, accanto alla chiara allusione sessuale dei termini “vengo” e “scopo”, vadano anche notati gli elementi esibizionistici del “farsi vedere o non farsi vedere”. Nel mio sogno si possono rinvenire, inoltre, elementi di confusione, cioè  di commistione di elementi libidici ed aggressivi – caratteristica, questa, molto rilevante nel paziente – ed elementi di scissione della parte aggressiva, per gestire la quale nel sogno, come in varie sedute del periodo di analisi a cui si riferisce il materiale onirico, devo fare degli sforzi. Penso, infatti, che si possa ravvisare un aspetto del paziente scisso e proiettivamente identificato, un aspetto sadico-anale, che mi tiene impegnato nel cercare di fare pulizia: quando T. suscita in me irritazione per il senso di fatalismo e di sufficienza (il modo prevalente con cui, in seduta, affronta i propri impulsi omosessuali), è come se mi imponesse inconsciamente la propria aggressività non ancora elaborabile. Mi ritrovo, così, a pensare che il paziente ha bisogno dell’analisi, in tale fase, per la paura di impazzire, per la confusione che lo attanaglia e per l’angoscia di perdere il controllo.
Mi sembra che il materiale onirico descritto esprima delle caratteristiche di sviluppo del paziente con considerevoli aspetti presimbolici (soprattutto dal punto di vista dello sviluppo  edipico).  Ciò  ha   richiesto, tra l’altro, molta attesa da parte mia, affinché la crescita mentale di T. potesse consentirgli un’evoluzione in senso maggiormente oggettuale ed una capacità  di lavoro  analitico a livelli più elevati di sviluppo.
Seconda situazione  clinica. M. è una giovane donna di 24 anni che chiede un trattamento psicoanalitico per inibizione ed ansie di abbandono. Ella lamenta anche vari disturbi di interesse psicosomatico e, inoltre, dispareunia ed anorgasmia nei rapporti sessuali. Nelle prime sedute accenna ad un tentativo di seduzione da lei subito nell’adolescenza ad opera di un ginecologo a cui si era rivolta per la dismenorrea di cui soffriva. La paziente, all’età di nove anni,
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ha  perso  la madre, la quale, malata di leucemia, stava spesso a letto o in ospedale. M. la ricorda come una madre distaccata, fredda ed intransigente, mentre  il rapporto con il padre è descritto come molto intimo. Ben presto emergono, in analisi, nuclei interni primitivi carenti, dai quali la paziente si è sempre difesa con un’intensa idealizzazione. Ho modo di accorgermi, così, che  M. si è indirizzata  verso il padre in maniera  molto intensa, iperinvestendo la sessualità edipica per difendersi dagli intensi desideri di dipendenza, riconducibili alle carenze del periodo preedipico. Il transfert della paziente si caratterizza subito su due livelli: uno, preedipico, in cui l’analista-padre è  vissuto come sostituto materno, l’altro, edipico, con un iperinvestimento sensoriale, da cui M. si difende con un intenso uso dell’identificazione proiettiva. Nei primi mesi di analisi faccio un sogno con elementi controtransferali, la  cui elaborazione contribuirà in maniera significativa a chiarirmi aspetti profondi del mondo interno della paziente: “M. si propone a me in modo seduttivo, lasciando intendere di poter dare molto in senso genitale, mentre io, invece, mi sento disgustato ed inibito”.
La  riflessione  su  questo  sogno,  considerato nell’ambito del rapporto con la paziente, mi consente di capire il tentativo di M. di attirare l’attenzione degli  uomini con la seduzione sessuale. Emerge, così, dal lavoro analitico la sua fantasia in base alla quale solo divenendo precocemente donna ella avrebbe potuto vivere con il padre affetti di tipo materno: è da riferire a  ciò il timore, presente nel transfert, di un’intimità, ancorché  desiderata, con  me, come se anch’io potessi  sollecitarla verso una sessualità per la quale ella non è matura.  Mi ritrovo a pensare, quindi, che la paziente, identificata in una madre malata, abbia molta ansia nel presentare all’analista-padre, in chiave edipica, gli aspetti precari della  sua femminilità. Penso, infatti, che un Edipo vissuto partendo dalle carenze del periodo precedente sia percepito come molto pericoloso dalla paziente. Successivamente a tali mie riflessioni M. porta il seguente sogno: “ella sta con un collega d’ufficio, prova improvvisamente una sensazione di vuoto, si ritrova a  pensare che la persona che le sta davanti le è ostile ed, infine, si accorge  che, benché vestiti e a distanza, viene
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penetrata con il dito in vagina: prova una sensazione concreta – anche se non c’è  contatto fisico – e si sente violentata, mentre il suo collega ride”. Ella afferma di provare, nel sogno, una sensazione di bruciore – non di eccitamento –  e che ciò che prova nel  sogno non è  lontano da ciò  che prova nella realtà. Ho modo di considerare, allora, quanto la rappresentazione onirica della paziente abbia a che fare sia con una caratteristica del transfert, sia con una del controtransfert, perché spesso, in tale fase dell’analisi, sento il vuoto tra la paziente e me: M. usa l’erotismo come mezzo per mantenere forzatamente il rapporto e  coprire l’aggressività sottostante. Avverto, infatti, dal punto di vista controtransferale, che l’erotismo della paziente è “come se”  e penso, al riguardo, che in lei manchi il pene-padre interno e, quindi, manchi la capacità di eccitarsi, dal momento  che non c’è uno spazio femminile capace di accoglierlo. È per questo  che in certi momenti il mio controtransfert è caratterizzato  da una sensazione di inutilità, di assenza di un “eccitamento” valido nel lavoro con M.. La mia sensazione di sgradevolezza in certi momenti della relazione analitica è connessa, inoltre, con il fatto che la paziente tende a realizzare un rapporto improntato a rilevanti aspetti simbiotici. Ella ha intense tendenze regressive verso una situazione relazionale “primitiva”, tendenze tali da  essere  avvertite dalla  paziente “come  un tumore” (fantasia riconducibile, peraltro, all’iperinvestimento della fantasia incestuosa). M.  lamenta, infatti,  il rischio  di una “grave malattia”, del ritorno,  cioè, ad una condizione primaria di indifferenziazione, con perdita della propria individualità: la paziente tenta strenuamente di difendersene, ma – dato che ella necessita di una regressione benigna, “rigenerativa”, per poter procedere  nella sua  evoluzione – il conflitto sarà per molto tempo presente nella relazione analitica.
Per un lungo periodo il mio atteggiamento analitico  prevalente sarà improntato ad una funzione di holding e di contenimento, dal momento che una tendenza analitica costantemente interpretativa solleciterebbe eccessivamente la paziente sul piano emotivo ed intellettivo, mentre, per la fase attraversata, ella necessita di continuare a crescere, attraversando il periodo di non
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differenziazione, senza sentirsi troppo minacciata dal senso di separatezza nel suo rapporto con l’analista.
L’operazione concettuale  che è sottesa all’enfasi posta, qui, sui sogni di controtransfert concerne la possibilità di utilizzare dal punto di vista tecnico e di considerare dal punto di vista teorico l’espressione onirica dell’analista come inserita all’interno di un modello di controtransfert riferito alla relazione analitica, come interazione tra due soggettività: tale prospettiva si pone, a mio avviso, lungo un continuum di sviluppo della teoria e della tecnica psicoanalitica. Se noi prestiamo attenzione, infatti, allo sviluppo del concetto di “Inconscio” nel pensiero di Freud, possiamo rilevare da un lato l'”Inconscio rimosso”, dall’altro l'”Es”: quest’ultimo è  concepito come mobile, dinamico e influenzato dalla presenza dell’analista. È forse ravvisabile, in quest’ultima concezione di Freud, una considerazione del controtransfert che implica un’idea di interazione, di scambi. Se, allora, l’inconscio del paziente e quello dell’analista sono in relazione, gli scambi, in analisi, finiscono con l’essere fondamentali, così come lo è l’interpretazione. Un tale passaggio logico prevede, di conseguenza, che scopo dell’analisi non possa essere solo quello di tradurre, di rendere conscio l’inconscio. Come è noto, la Heimann (1950) inseriva il controtransfert nel metodo analitico  classico: è, cioè, come se l’analista, inserendo i propri pensieri e le proprie emozioni all’interno della catena associativa e della condotta del paziente, potesse capire meglio quest’ultimo. Pontalis (1990), dal canto suo, giunge ad affermare che il buon uso freudiano del controtransfert è quello di mantenersi  nelle “vicinanze” del transfert del paziente e di reagirvi.
Mi sembra, pertanto, che la prospettiva attuale della “relazione analitica” e del “campo analitico” – pur caratterizzate da differenti livelli logici – contemplino l’ottica classica, transferale-controtransferale, della psicoanalisi ed assumano, rispetto ad essa, una posizione complementare, non antitetica. Così, dunque, i  Baranger (1990), se da  un  lato considerano la fantasia inconscia sorta nel campo analitico come una fantasia bipersonale, dall’altro riconoscono che ogni coppia si costituisce con un gioco crociato di identificazioni
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proiettive e introiettive, con il loro corollario di controidentificazioni, che l’analista  deve conservare dentro di sé, autoanalizzandosi fino a risolverle. Altri autori, da una prospettiva relazionale e di campo, riconoscono che l’interpretazione è considerata con il valore funzionale di costruire significati insieme con il paziente (Di Chiara 1992)  e che è importante condividere, prima di – eventualmente – interpretare (Nissim Momigliano 1992). Anche quando, insomma, all’interno di  un “campo bipersonale”, “i personaggi che compaiono nel racconto analitico [sono] considerati […] il prodotto dell’aggregarsi di elementi che provengono  da entrambi i membri della  coppia” (Bezoari e Ferro 1992), il lavoro analitico  “non può non incentrarsi sulla incessante messa in scena delle mesalliances tra transfert e controtransfert” (Barale e Ferro 1992). Credo – con Searles (1965) – che il lavoro analitico, per la sua stessa natura, offra all’analista un’esperienza emotiva particolare: questa è, di solito, così intensa e conflittuale da spingere quasi inevitabilmente l’analista a relegare nel suo inconscio i più intensi e profondi sentimenti conflittuali. Solo se l’analista sa accettare  il  loro  emergere a livello di coscienza, egli avrà la possibilità  di affrontare il problema della loro origine e, quindi, dell’influenza che essi possono avere sul suo lavoro con il  paziente: rientra, forse, in  ciò  anche la possibilità, per l’analista, di sognare il paziente, recuperando, in tal modo, sia gli aspetti intrapsichici profondi delle due individualità che compongono la coppia analitica, sia quelli relazionali, “bipersonali”, presenti nel campo analitico. L’esigenza di sviluppare un’adeguata psicologia psicoanalitica “bipersonale”, infatti, mi  appare in relazione alle sollecitazioni sempre più frequenti – provenienti soprattutto dai pazienti gravi – a tentare di comprendere i primitivi fallimenti “ambientali” che essi hanno subito ed il loro bisogno di creare nuove relazioni oggettuali (Modell 1984).
Nei casi clinici descritti, attraverso il materiale onirico controtransferale si  può intravedere un’intolleranza del paziente verso gli aspetti pulsionali derivante da un primario deficit nelle relazioni oggettuali a causa di una carenza materna-ambientale nelle funzioni di sicurezza, protezione e stabilità  del  Sé (donde l’opportunità,
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ai fini terapeutici, del setting come ambiente di contenimento).  Dal punto di vista tecnico la comprensione del mondo interno del paziente passa, dunque, per la comprensione della dinamica relazionale inconscia, resa  possibile attraverso l’elaborazione del contro-transfert: è alla luce  di quest’ultimo, infatti, che è possibile rilevare – circa il materiale clinico sopra citato relativo a particolari momenti dell’esperienza psicoanalitica – non la sola  interazione di pensieri ((Widlöcher 1981), ma una comunicazione profonda, la cui  elaborazione può consentire di rimettere in ordine i legami tra pensieri ed affetti (Lebovici1981).
È mia personale opinione che la costruzione di una psicologia bipersonale in psicoanalisi non possa prescindere da un approfondimento della dimensione intersoggettiva (e non “semplicemente” relazionale) presente nel campo, dimensione da ricondurre in ultima istanza – perché si resti all’interno di confini psicoanalitici – all’analisi dell’interazione tra le due soggettività del campo analitico (Fosshage 1994). Penso, infatti, che la psicoanalisi, per non snaturarsi, non debba perseguire solo  la ricerca di una matrice della relazione intersoggettiva, ma  anche l’indagine dell’inconscio delle due singole soggettività presenti nel campo: tale approfondimento è forse realizzabile grazie alla possibilità di tracciare delle interpunzioni (inerenti alla relazione in un dato momento) sempre meno arbitrarie ed imprecise, che consentano di definire nel modo più puntuale possibile i movimenti transferali-controtransferali e, quindi, ciò che di volta in volta appartiene all’una o all’altra soggettività implicata nella relazione. Credo, pertanto, che si presti bene, a questo scopo, anche lo studio delle sequenze oniriche nella relazione analista-paziente. Nel materiale clinico riportato, infatti, si può notare – grazie alla presenza di sogni sia dell’analista, che del paziente – una sequenza onirica nella quale solo una mia interpunzione (comunque soggettiva, ma non per questo da non “oggettivare” al fine della cura del paziente) mi consente di distinguere “un” transfert da “un” controtransfert.
È da notare, in effetti, che – benché nel primo caso clinico il sogno dell’analista  segua quello del paziente, al contrario di ciò
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che accade nella seconda illustrazione – in entrambe le situazioni analitiche il materiale onirico appartenente all’analista è da questi percepito, nell’ambito di specifici momenti della relazione analitica, come manifestazioni controtransferali. Nel mio  personale modo di tracciare delle interpunzioni (continuamente dinamiche e mai definite in modo irreversibile) tra il transfert ed il controtransfert comprendo la necessità di considerare i moti transferali e quelli controtransferali, riferendomi al modello “organizzativo”, basato    sull’attività percettiva-cognitiva-affettiva di organizzazione dell’esperienza, oltre che al tradizionale modello “dello spostamento” (Fosshage 1994). Il mio atteggiamento analitico, inoltre, si basa sulla prospettiva della scienza relativistica (secondo cui la realtà – così come l'”oggetto” – esiste, anche se regolata da colui che la percepisce), in contrasto con  la posizione filosofica del relativismo (secondo cui la realtà – e, quindi, l'”oggetto” – non ha una costituzione in sé, ma è formata esclusivamente dalla prospettiva dell’osservatore). A questo punto si può, forse, sciogliere l’arcano rappresentato dalle virgolette, da me usate, relativamente all’espressione sogni “di controtransfert” ed affermare che – così come il transfert (inteso quale “spostamento” e quale “attività organizzativa”) esprime il punto di vista del paziente nei confronti dell’analista – il controtransfert (considerato anch’esso come “spostamento” e come “attività organizzativa”) può essere inteso in quanto esperienza del paziente da parte dell’analista, inclusa la completa partecipazione della soggettività dell’analista (Fosshage 1994). Un tale ampliamento e accrescimento di complessità nella concezione del controtransfert caratterizza, pertanto, in modo peculiare l’analisi delle due soggettività presenti nel campo analitico, ma non esime l’analista da alcuni compiti – secondo me specificamente psicoanalitici – quali quelli di individuare gli effettivi bisogni di sviluppo del paziente e di aiutare quest’ultimo ad affrancarsi sempre più dalla confusione interna e relazionale. Suona, qui, familiare il confronto con il modello classico: così come Strachey (1934), infatti, suggeriva che l’analisi delle proiezioni del Super-Io nel transfert è possibile mediante il confronto tra i sentimenti del paziente e quelli dell’analista, noi potremmo affermare che la
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comparazione tra la prospettiva del paziente e quella dell’analista può aiutare quest’ultimo a comprendere la dinamica intrapsichica e quella relazionale operanti nel campo.
Consapevole  del fatto che già il tentativo di inserire dei sogni “di controtransfert” all’interno di una teoria della relazione analitica, anch’essa ancora in costruzione, costituisce, di per  sé, un compito impegnativo ed un’area di ricerca, desidero concludere la presente esposizione con la formulazione, a scopo di riflessione condivisa, di alcuni interrogativi interconnessi inerenti al materiale clinico descritto e alle considerazioni su esposte. Quale importanza diagnostica (non solo psicopatologica, ma anche psicoanalitica) possono rivestire i sogni “di controtransfert”? Quali implicazioni tecniche e teorico-cliniche possono scaturire dal loro uso?
Un breve, personale contributo alla ricerca sulle tematiche proposte nasce da determinate osservazioni ed elaborazioni analitiche relative a del materiale onirico a chiara connotazione contro-transferale (finora 10 casi tratti dal lavoro psicoanalitico privato e da quello di psicoterapia psicoanalitica e di supervisione in ambito istituzionale): mi sembra, dunque, che i sogni “di controtransfert” “precoci” caratterizzino sia pazienti gravi (con  disturbi strutturali della personalità), sia pazienti clinicamente non molto gravi (con disturbi della personalità  su base prevalentemente conflittuale), ma che hanno il bisogno inconscio di comunicare a livelli di sviluppo prevalentemente primitivi: tali pazienti, infatti, pur non essendo gravi in senso psichiatrico, presentano, a livello intrapsichico (soprattutto per le operazioni difensive più frequentemente usate), caratteristiche tipiche, ad esempio, dei pazienti definiti “borderline”: idealizzazione, simbiosi, identificazione proiettiva massiccia, ecc.. Quest’ultimo meccanismo, insieme  con la difficoltà di introiezione, tipica dei pazienti gravi, mi ha condotto a chiedermi quanto tale modello rigido di funzionamento difensivo potesse derivare da un rapporto con una madre carente nella funzione di schermo difensivo. Tali pazienti, insomma, avrebbero l’esigenza di espellere un’eccesso di contenuti intollerabili, per cui è come se il loro bisogno, quantitativo e qualitativo, di “depurazione” non lasciasse  spazio
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alla funzione introiettiva. Da ciò deriva, dal punto di vista tecnico, uno dei motivi per i quali l’atteggiamento analitico, con  questi pazienti, non può essere di tipo prevalentemente interpretativo (l’interpretazione deve essere indirizzata spesso, invece, all’accoglimento dell’ansia per mezzo della considerazione del transfert relativo al bisogno di rassicurazione, di protezione, ecc.). Così come nei casi clinici citati, anche con altri pazienti con caratteristiche intrapsichiche analoghe il trattamento prevede lunghe fasi di contenimento e di condivisione dell’esperienza, prima che l’analisi possa consentire un funzionamento mentale al livello della concettualizzazione simbolica. Dal punto di vista teorico – clinico, infine,  mi è sembrato che, conformemente alle elaborazioni di alcuni autori, il livello prevalente a cui si esprime l’apparato psichico di questi pazienti per lunghi periodi dell’analisi concerne la dimensione del bisogno (Winnicott), del contenimento (Modell) e della sicurezza (Kohut), oltre che quella pulsionale.
L’azione  terapeutica della psicoanalisi può essere svolta, allora, sia dal punto di vista della teoria pulsionale, sia dall’angolazione concettuale delle relazioni oggettuali (Modell 1984). La funzione di contenimento dell’analista non prevede, pertanto, un’intervento “esterno” attivo, ma si basa sulla possibilità  di modulare dall’interno della propria mente i movimenti transferali del paziente, le proprie reazioni controtransferali e la dinamica relazionale della coppia analitica. L’ambiente di contenimento costituito dal setting rientra, pertanto, nell’ambito della tecnica classica.
Le  osservazioni e le considerazioni proposte – benché riferite a pazienti seguiti in analisi per molti anni – necessitano, naturalmente, di un approfondimento della ricerca, oltre che di un ampliamento della casistica.
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Sommario
L’autore descrive alcuni sogni dell’analista quali espressione della trama relazionale inconscia presente in determinati momenti dell’analisi. Vengono proposte alcune ipotesi e linee di ricerca in merito alle implicazioni tecniche e teorico-cliniche derivanti dall’elaborazione analitica dei sogni  “di controtransfert” con pazienti gravi, o con pazienti che comunicano prevalentemente a livelli primitivi di sviluppo.
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Cari colleghi.
Per non appesantire la discussione del prossimo seminario vi invio i dati (ovviamente una parte) del mio studio bibliografico relativo ai Sogni di controtransfert. Si tratta di due lavori sempre orientati da quell’ottica  che il nostro gruppo di studio ha cominciato ad utilizzare.C’è già del materiale nei due lavori segnalati di Bezoari-Ferro e Galiano Alletta, di cui avevo proposto l’aggancio ai lavori di Barale-ferro e dei Baranger: Ma la discussione di questi ultimi penso che possa essere posposta ed inserirtsi in quell’all’allargamento di prospettiva che creerà l’innesto della riflessione sul campo, con la sua introduzione  mediante il contributo di Rugi che vi ho inviato.
Credo che parlerò anche del mio ct e del mio sogno di ct in un tentativo di legitttimizzazione delle mie opinioni, ma prendendo spunto, nel commento che ne farò, dai contributi di Laura Lupo ed Emilia Colajanni.
I due lavori sono uno di Zwiebel l’altro di Brown:
Del primo vi mando un sunto che non contiene il materale clinico,
dell’altro vi mando il testo integrale

Zwiebel (1985)-Int.Rev. Psyvhoanal. 12-:97-99

Nonostante l’attribuzione al sogno di controtransfert (sdc) di un potere curativo e della sua capacità di illuminare attraverso la rappresentazione la situazione che lo ha generato (all’interno  della relazione analitica concepita come interazione T-CT ), c’è una remora relativamente al riportare ed al discutere i sdc per diverse ragioni.
Una di queste è relativa al limite possibile di una interpretazione che spesso si basa solo su suggestioni autoanalitiche o anche  di interpreti diversi dall’analista sognatore che non sono ben corredate da una sufficiente catena associativa o di dati che comunque non permettono un lettura attenta nel senso dell’indagine sui desideri inconsci e a volte anche su una dettagliata descrizione della situazione analitica.Argomento questo cui Z. oppone la spiegazione funzionale che Freud stesso adottò accanto a quella della realizzazione di desiderio, anche se con una certa resistenza: L’argomento è bene esposto nel lavoro di Napolitano,citato dalla Colajanni, sul fenom di Silberer che in un’ottica ristretta è fondamentalmente basato su questo aspetto funzionale, più evidente rispetto al sogno, ma che è bene complessizzato da Napolitano stesso nella sua lucida revisione storica dell’argomento. Z. correla tutto ciò anche  alla tesi della funzione traumatolitica del sogno avanzata per la prima volta da Garma.
Un’altra ragione è legata alla correlazione del sct  com il black-out della competenza dell’analista sognatore, a volte temuta a volte temuta perché disapprovata: in realtà Il sct è effettivamente indicatore sia di una situazione potenzialmente traumatica  ma questa puà esitare sia verso una realizzazione di desiderio sia verso una sua risoluzione ripartiva.
Un esempio insigne relativo a queso argomento è il sogno di Irma riconosciuto nel suo significato difensivo dalla coraggiosa interpretazione controtransferale di Freud che Z allarga riportando la ipotesi di MaxSchur che nel gioco del Ct  individua una difesa della figura idealizzata di Fliess, scossa dalla morte della paziente Emma, figura coperta da quella dell’amico Otto- .Il sogno però anche  per Zw aappare germinativo del futuro sviluppo teorico e clinico della psicoanalisi .. Ciò sempre fermo restando che a prescindere da questo sviluppo ulterioe Freud non era allora cosciente dei pericoli del ct e della sua origine, anche se trasparirebbero secondo Grunert nella ridicolizzazione della impotenza del faniullo nella sua realizzazione edipica. Uno degli errori  che avevano causato il Ct di Freud consisteva anche nel rapporto di intimità amicale con la paziente, errore che fu successivamente ricoosciuto quando Freud comincerà a raccomandare di non prendere in analisi persone conociute.
Il tema della difficoltà nella conduzione specie nel caso di terapisti non analizzati o durante il training è stato ripreso con una impostaxzioene anche sperimentalista da Whitman che ha studiato i loro sogni che spesso esprimevano peraltro un atteggiamento nel senso della negazione degli intoppi dovuto all’intrigo dei nuclei inconsci del desiderio e delle difese del terapeuta:
ZW fa notare peraltro che nonostante Il risalto del problema della competenza collegato al sdc anche lo studio della competenza ha avuto nella letteratura una scarsa considerazione, Fa eccezione un lavoro di Argelander del 1974 che ne ha messo in risalto gli aspetti cognitivi, Mentre questi nelle psicoterapie contemplano una previa comprensione della personalità manifesta in termini atttuali e l’inqadramentio dei suoi problemi basandone il signifiato inconscio attraverso il bagaglio di nozioni teoriche del terapeuta,, l’appoccio più specicamente analitico è quello che lavora sulle struttyre inconscie in situazione e che isola vigilando con atteggiamento empatico sul significato latente inconscio delle produzioni linguistiche del paziente; L’A lascia aperta la discussione sui casi severi dovui traumi precoici o con disordini delle strutture egoiche
In un’ottica diversa, quella relativa alla analisi della relazione  Zw. riferisce a proposito di competenza quanto si evince dal lavoro di Bauriedl.  A partire dalla affermazione di questo A. che la relazione terapeutica è una relazione in cui due differenti strutture di personalità debbono procedere ed evolvere insieme in reciproca alternanza, così come il paziente rivela i suoi modelli di transfert, sono altrettanto attivati e riattivati continuamente in analisi anche quelli dell’analista; sicchè in termini di competenza l’analista nell’analizzare la relazione dovrebbe non soltanto concentrarsi sui meccanismi di difesa e sui processi contingenti di splitting quanto piuttosto assicurare e rendere durevole nella relazione l’aspetto tensivo che è il risultato dell’ambivalenza. In altre parole il principio terapeutico della psicoanalisi dovrebbe essere : “non pemettere di essere usato e  di usare l’altra persona’. Ciò significa che il terapeuta non dovrebbe evitare la tensione nella relazione,  e,aderendo ai meccanismi di splittting del paziente. non mettere in atto  i suoi con la preoccupazione costante , e dovrebbe costantemente  servirsi del setting come strumento di una progressiva emancipazione . La progressiva  emancipazopne puà esser vista come la trasformazione di un modello originario di relazione di tipo simbiotico; Di pari passo con lo smantellamenti delle barrire intrapsichiche normative del paziente (meccanismi di difesa) fare evolvere quei confini interpersonali che sono anche presupposto di ogni contatto umano: Perché tutto cià avvenga
l’analista deve essere capace di sopportare una forte e continua tensione nella relazione con ilssuo paziente e  non deve bypassare  i conflitti ad essa collegati pena diminuizione della sua competenza
Sempre nell’ambito della sua attenzione al problema della competenza Zw ricorda il concetto di LANGS  (1975) di “THERAPEUTIC MESALLIANCE” consistente nel tentativo di risolvere i sintomi trascurando la loro risoluzione attraverso il lavoro sui meccnismi inconsci che li sottendono,  causa di conflitti irrisolti  e di relazioni oggettuali disturbate sia del paziente che dell’analista-
Zw ricorda Mc Dougall (1979) che mette a fuoco la competenza in quei casi di pazienti con traumi precoci preverbali particolarmente inclini a comunicare mediante identificazioni proiettive, competenza ce si cimenta  con la capacotà di aggiustarsi a questo tipo di comunicazione e di integrare nel processo di comprensione il proprio ct,
Infine Zw  nota quanto ciò che è stato precedentemente esposti abbia a che fare con la capacità di giusta distanza(nella relazione) studiata da Bouvet e da Mahler ed aggiunge anche il contribuo di Hardt(1981) nel senso della’self-identication’ e della ‘self-distance’ con rifeimento alla distanza fra l’io dell’analista ed il suo es e superio,
Ritornando dopo questo excursus sulla competenza al sogno di Irma Zw fa notare come Freud pur essendo coraggioso interprete della colpa non riesce ad ammettere in quel periodo il falliimento  e cos cerca di spostare l’incompetenza su altri colleghi
Ben diverso l’attteggiamento di Winnicott a proposito del suo sogno di Ct nel lavoro sull’odio nel ct: egli infat tiammette che il caso riferito si era associato ad un periodo di avvertita insicurezza ed incapacià el lavoro analitico con altri paqienti-
Zwiebel stesso nel 1977 aveva studiato i suoi sogni di Ct  arrivando a queste conclusioni :
1.sono sogni molto intensi che si verificano dopo una fase più o meno lunga d’analisi e durante uno stadio particolarmente problematico e conflittuale
2. contengono ovvie relazioni con affermazioni o comportamenti del paziente, ma anche con elemeni che si riferiscono all’analista
3.riflettono una determinata situazione. Ossia, in altri termini, simbolizzano l’analisi, il processo di esame ,cura .aiuto ed interpretazione o direttamente o indirettamente
4, motivano l’analista ad analizzare con maggiore intensità sé stesso e la relazione analitica e possono anche portare  alla risoluzione di una situazione di conflitto fra analista e paziente
5.si verificano di raro-possibilòmente una volta sola nel corso del trattamento analitico e si presentano più spesso con pazienti con gravi disordini della personalità che tendono a provocare nell’analista reazioni arcaiche. Sono anche tipici di analisti in training o all’inizio della professione e di fatto fanno sì che il loro inconscio venga loro in aiuto.
Zw sottoliea che i sdc  portano a un ristabilirsi della competenza
Gli esempi da lui portati nel lavoro dell’85 si riferiscono a situazioni in cui  il disturbo  della competenza emergeva sotto forma di situaione traumatica con sentimenti di disperazione relativi alla impossibilità di uscire dall’impasse.
Zw f sottolinea come parecchi autori abbiamo notato questo elemebto traumatico, presente già nell’atto di iniziare l’analisi, mentre poca menzione ha ricevuto l’elemento traumatico che compare nell’analista stesso: si tratta di pazienti che tendono a risolvere il trauna con la identificazione proiettiva, per cui l’elemento traumatico ricompare nell’analista stesso ma comunque  si  assiste anche alla ricomparsa di situazioni intrapsichiche irrisolte, che possono portare anche l’analista ad indulgere verso una ‘therapeutcic misalliance’  responsabile di transitorie pause  e di una ripresa dell’impasse con tendenza  a variazione della tecnica e del setting.
Il sogno di Ct avrebbe un valore curativo in funzione del fatto che il sogno tout-court seconda Garma nascerebbe dal bisogno di portare a soluzione un trauma
Agisce come trauma anche la temuta perdita della competenza vista ( avolte anche eccessivamente) come ideale
Per creare un raccordo fra il lavoro di  Zwiebel e quello di Brown noterò che il primo evolve, come del resto tutta la letteratura più recente, verso la utilizzazione della identificazione proiettiva, intesa però  prevalentemene in senso evacuativo , come nota Brown,  e con la  sua ulteriore elaborazione nel senso di una trasformazione in k, mentre il lavoro di Brown, charamente influenzato prevalentemente da Ogden, propone l’uso comunicativo della stessa ed una trasformazione in O. Per questo spunto originale ho preferito mandarvi il testo integrale (che contiene il materiale clinico dell’A.), che potrebbe cimentarvi nella traduzione: però avendola io già fatta mentalmente, potrete, se ci sarà tempo, essere confortati nella discussione dal mio aiuto.
A rivederci
Aldo Costa
t
Brown, L.J. (2007). On Dreaming one’s Patient: Reflections on an Aspect of Countertransference Dreams. Psychoanal Q., 76:835-..
(2007). Psychoanalytic Quarterly, 76:835-861
On Dreaming one’s Patient: Reflections on an Aspect of Countertransference Dreams

Lawrence J. Brown
This paper explores the phenomenon of the countertransference dream. Until very recently, such dreams have tended to be seen as reflecting either unanalyzed difficulties in the analyst or unexamined conflicts in the analytic relationship. While the analyst’s dream of his/her patient may represent such problems, the author argues that such dreams may also indicate the ways in which the analyst comes to know the patient on a deep, unconscious level by processing the patient’s communicative projective identifications. Two extended clinical examples of the author’s countertransference dreams are offered. The author also discusses the use of countertransference dreams in psychoanalytic supervision.
A Dream from the Early Part of an Analysis: The Case of Mr. A
Mr. A, a man several years older than I, began analysis in order to deal with a chronic sense of stumbling into his life, especially with regard to relationships with women. Although successful in business,
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A shorter version of this paper was presented at the Boston Psychoanalytic Institute in January 2006.
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he found it very difficult to be firm with others when necessary, preferring instead to be patient and understanding, a quality that we came to diagnose as “chronically nice.” In our initial discussions about what he hoped to gain from psychoanalytic work, Mr. A quipped that he wished for some “magical injection,” which led me to inquire as to the nature of the substance that would be injected. “Essence of balls,” he joked, and, though we both appreciated that this was no laughing matter, his joke seemed to disguise what were surely more painful feelings while simultaneously inviting me to make light of his deep distress.
Mr. A began the tenth analytic session, the last of the week, by saying he would like to take a nap. His thoughts turned to the new apartment he was moving into; his daughter getting stomachaches as a child on Sunday nights before school the next day; the fact that his brother had been in treatment for ten years; and his nostalgia for the woman from whom he had recently separated after a long relationship. I commented about the end of our analytic week together and linked it to the themes of loss and separation.
He began to speak with considerable feeling about how looks can be deceiving, especially with tall men who dress well, like Mr. A himself, and said that “I’d walk into a room and people would think I was an ambassador or something.” I remarked that on the previous day, he had been dressed in a formal-looking suit, and indeed looked rather ambassadorial, yet today he seemed to want me to know that looks can be deceiving and that he felt lonely with the weekend approaching. He went on to elaborate more deeply on his melancholy feelings.
That night I had the following dream:
I bumped into Mr. A somewhere, a casual place, like a beach or at the movies. We started talking in a friendly way; I think he was with someone else, perhaps his brother, F [who had been in treatment ten years]. I was friendly and animated, and then realized that a good part of the afternoon had gone by. One of us asked the other about what to do next, and he may have invited me to go to the beach.
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For some reason, I had to go somewhere and was driving my car on a beautiful New England road in autumn with the leaves fiery red, yellow, and orange. The road was going downhill to a lake, and as I was driving down the road, I thought Mr. A would like to see this, as though he were an out-of-town guest I was hosting. I turned around and went back to where I had left him; perhaps I was with my wife.
When I got to that place, he and whoever he was with were preparing to go to the beach. He was in shorts, and I noticed he had well-muscled, thickly hairy legs, which made me feel somewhat inferior, thinking that although he was older than I, he probably looked better on the beach.
My first association to the dream was to my consciously friendly feelings for Mr. A, which led me to wonder whether the dream was alerting me to some kind of collusion aimed at avoiding painful emotions by allowing “a good part of the [analytic] afternoon” to go by. I also associated to the obviously competitive themes, and this brought to mind an older cousin of mine (with the same name as Mr. A’s brother), whose strength I admired and whose presence I sometimes resented, who had lived with my family for some time during my adolescence. Thus, I wondered whether the affable analytic mood, in addition to resisting painful emotions, might belie underlying adversarial feelings.
I was also aware of feeling protective of Mr. A, an emotion that was connected to the beautiful autumn road, which seemed to represent a wish to show him that there are special pleasures to be had in approaching the autumn of one’s life, pleasures that differ from the fun of being a beach boy. But was that wish also an evasion of his invitation to go to the beach and the possibility of kicking analytic sand into the other’s face, so that I instead sought out the bucolic New England scenery? There was something about his looking like an ambassador that seemed to stick in my mind, though I could not connect that to the dream imagery. Was I competitively turning the ambassador (the ambivalently valued older cousin) into a beach boy to undo my feeling of inferiority?
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These thoughts, centering largely around rivalry and status, swirled about in my mind, and I was left with the sense that the meaning of this dream escaped me; thus, the dream was placed on the proverbial back burner to await further elaboration as the analysis unfolded.
Countertransference Dreaming
A dream of one’s patient can be an unsettling event, filling the psychoanalyst with doubts and uncertainties as to its meaning. Quite often, one has the sense of having trespassed beyond an illdefined boundary by bringing the analysand into that most private of places, the uniquely personal realm of dream life. At other times, the analyst may feel the patient’s appearance in the dream as an unwelcome intrusion that may mirror the analyst’s waking experience of the analysand. In such situations, the analyst is inevitably left with the feeling of having shared an intimate exchange with the patient, despite the analysand’s absence of awareness of it. And, upon seeing the patient the morning after having dreamt of him or her, the analyst may feel awkward, as though a secret knowledge of the patient has been gained and cannot be revealed. Thus, the analyst may feel alone with a sense of the patient that may seem like an ill-gotten gain—something the analyst is loath to share with colleagues, a hesitation that has at least a hint of shame and a measure of guilt that might require some act of analytic contrition, such as the analyst’s return to his or her own analysis.
Indeed, encouraging the analyst who has dreamed of a patient to return to analysis was regularly suggested in the years prior to our more current view of countertransference in its various manifestations. In our contemporary literature, a clinical report that does not include both the yin of the patient’s transference and the corresponding yang of the analyst’s experience is considered incomplete. It is interesting to note that, while the shift toward a two-person psychology has had the effect of providing the analyst with the freedom to openly explore his or her subjective reactions to the analysand, the phenomenon of the countertransference
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dream has remained in a kind of time warp until very recently, one in which dreams about the patient have tended to be viewed as problematic.
The main goal of this study is to examine our psychoanalytic understanding of countertransference dreams and to offer an additional point of view on the subject. My primary hypothesis is that, while dreams of one’s patient may reflect problems in the analyst or in the analysis, they also represent a means by which the analyst is coming to unconsciously know the analysand. This unconsciously registered knowledge must be unwrapped, so to speak, through the analyst’s self-analytic work; consequently, we may find that what we have unwrapped is important information about the analysand’s emotional world—or, perhaps, it is a misrecognition that discloses more about the analyst. Further, the analyst’s unconscious misrecognition of the patient may be an obstacle to the full development of the patient’s transference.
Getting to Know the Patient
But what does it mean to say that we know a patient? To expand on a question borrowed from Elizabeth Barrett Browning’s poem that begins with “How do I love thee? Let me count the ways,” there are many different ways in which we know our analysand. There are the facts of his or her life, including information about family members, births, deaths, place among siblings, etc. To these data, we add the emotional meaning that the events of the patient’s life have upon him or her. Our analysands relate their sadness, dread, joy, anxiety, terror, and passions to us, and we share, sometimes very deeply, in their emotions through processes that we call—depending on our theories—empathic immersion, projective identification, reverie, trial identification, and so on. This emotional knowing brings color to the black and white of our factual knowing, both of which occur largely on a conscious or preconscious level.
Bion (1965) has designated this kind of accumulation of knowing the patient as a transformation in K where K (knowledge) represents a link between the analytic couple in which the analyst is in
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the process of getting to know about the analysand. However, Bion states that this gaining of information “does not produce growth, only permits accretions of knowledge about growth” (p. 156).
Another layer of knowing a patient occurs on an unconscious basis—a knowing that only very slowly begins to dawn on the analyst, a knowing that derives from the patient’s having found or been given a place in the analyst’s mind. This deep, unconscious knowing is an underground current of meaning, the detection of which may be glimpsed by the analyst’s slips of tongue, other parapraxes, or barely noticed fleeting reveries in relation to the patient. Then, often with a sense of surprise, the analyst, quite literally caught unaware, has the realization that he or she knows the patient in a particular way, which may or may not be accurate. This is a manner of knowing that Bion (1965, 1970) terms transformation in O, where O represents the slow evolution by which the “ultimate reality of [emotional] truth” (1965, p. 140), itself essentially ineffable and only approached asymptotically, is gradually apprehended.
O, according to Grotstein (2004), is the emotional truth about the hour that is present in both patient and analyst. Mitrani (2001) describes how the analyst establishes contact with the patient’s O through
… the introjection by the analyst of certain aspects of the patient’s inner world and experience, and a resonance with those elements of the analyst’s own inner world and experience, such that the latter is able to feel herself [the analyst] to actually be that unwanted part of the patient’s self or that unbearable object that has previously been introjectively identified with. [p. 1094]
It is this last kind of knowing, the deeply unconscious transformation in O, that I believe is a central feature of the countertransference dream. The analyst is constantly taking in information about the patient through the channels of knowing about experience (transformation in K) and knowing through experience (transformation in O). Although Bion is clear that transformations in K do not produce emotional growth, this accumulation of knowledge
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is central in guiding the analyst to areas that yield deeper emotional understanding. Thus, there ought to be an evolving interplay between these two modes of experience.
Returning to Mr. A, my dream about him may be approached from multiple perspectives, one of which is that the dream reveals the analyst’s diminished sense of competence, a view that derives from discussions of Freud’s famous dream of Irma’s injection (Erikson 1954; Freud 1900; Zweibel 1985). Freud’s treatment of Irma left him feeling inadequate, and he dreamed that her poor response was due to someone else’s failure: his friend Otto’s. He concluded that “the dream … was that I was not responsible for the persistence of Irma’s pains, but that Otto was” (p. 118). While my dream of Mr. A expressed similar themes of threatened competence, there was an additional component in which I resonated with his anxiety about the fact that, although he appeared ambassadorial, he actually felt insecure.
From this perspective, the dream also reflected my unconscious identification with the depth of Mr. A’s feeling of inadequacy, an unconscious communication that was transformed by my dream work into the fabric of the countertransference dream by the stitching together of elements from Mr. A’s story with associated aspects of my own life. This is what Freud (1912) meant by the analyst’s using his or her unconscious as aninstrument of the analysis:through projective identification (Brown 2004; Zweibel 1985), the patient conveys affects for the analyst to absorb, give unconscious meaning to, and then decode through self-analytic work.
There is, however, another level of meaning, one informed by an ongoing process of transformations of O, having to do with our coming to unconsciously know our analysands more deeply, a knowledge stored in our unconscious that we do not know we have. My initial associations to the countertransference dream about Mr. A had to do largely with concerns around competition and feelings of inferiority. These ideas led me to be on the lookout for such themes; however, neither Mr. A’s thoughts nor my private reactions confirmed these speculations. Instead, he spoke about his sense of finding himself in this or that situation, and he wondered
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how to “tap dance my way out of it.” My suggestion that this pattern might be a retreat from more active, competitive strivings yielded few emotionally significant associations.
I found that the word ambassador kept reappearing in my mind, though I could attach no particular significance to it other than matters of status. Then one day, I suddenly remembered that my father had once bought a new AMC Ambassador, an automobile I had been very proud to drive. I was surprised at not having made the connection previously, and this revelation led once more to further associations to my older cousin, who had spent time with my father tinkering with cars (an activity that excluded me). This association led to my awareness of affects tied to missing my father, and permitted a shift in attention to Mr. A’s yearning for his father’s counsel (the “magical injection” of “essence of balls”), without which he felt adrift, and its appearance in the transference.
The surprising connection to the Ambassador automobile signaled a knowledge of Mr. A that I had acquired, yet did not know I possessed—a knowledge masked by my focusing instead on issues of competition and inferiority. Was this inattention to the latent paternal transference an expression of my resistance, based on my identification with the patient (Favero and Ross 2002; Rudge 1998)? Probably so. But what I wish to emphasize here is the process by which I was coming to know Mr. A on a deep, unconscious level. It can be said that we come to know another person by attributing to him or her (through projective identification) aspects of our own inner object worlds, and that we unconsciously scan their reactions to see how they conform or not to these unconscious perceptions. In this process, we learn something about them and something about ourselves (Caper 1996)—a process through which, in analysis, we are always coming to know the patient and ourselves by successive accretions in the transformation of O (Bion 1965; Grotstein 2004; Ogden 2003).
In the case of Mr. A, my initial interpretation of the countertransference dream, based upon themes of rivalry and inadequacy, was a misrecognition of him at that point in time that was corrected by my later realization. This realization—that I had introjected
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and identified with Mr. A’s longings for an unavailable father’s guidance (Mr. A’s unacceptable O)—afforded me a new level of knowing him; therefore, my countertransference dream was expressive of my unconscious working attempts to transform the evolving O of Mr. A.
Furthermore, I believe that my inability to recognize the paternal transference was linked to my anxieties in recognizing my own disavowed paternal longings because of their homoerotic associations (expressed in the dream in the form of Mr. A’s “wellmuscled, thickly hairy legs”). Thus, this resistance was a joint endeavor that was constructed at the point where Mr. A’s anxieties meshed with analogous conflicts in me (Smith 1997).
Ogden (2005) notes that the supervisory process involves a kind of dreaming the patient into existence through the collaborative imaginative work done by analyst and supervisor. Similarly, I view the countertransference dream as revealing the deep, unconscious way in which the analyst is dreaming the patient into existence, that is, introjecting the patient’s projections and finding common ground with them through analogous experiences of the analyst’s own, in order to get some sense of who the patient is and who the patient is not. When the analyst has a dream in which a patient appears, the analyst is both dreaming about, and dreaming into existence, that analysand. To dream about a patient implies that he or she figures as a character in the dream—perhaps embodying an aspect of the analyst, representing his or her self overall, or standing in for someone else in the analyst’s life. In this respect, dreaming about the patient is an aspect of a transformation in K. By contrast, dreaming the patient into existence is an unconscious mental activity by which the analysand gradually comes emotionally alive in the analyst’s mind. Thus, dreaming the patient into existence is a component of a transformation in O.
The distinction being drawn here between dreaming about the patient and dreaming the patient into existence relates to Bion’s (1962, 1992) views of why we dream. He believed there is a function in the mind (the alpha function) that transforms raw emotional experience into thoughts and images that may be combined to
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form the elements of a dream—elements that, upon analysis, yield their latent content. Bion asserted that this process occurs not only when we are actually sleeping, but also in the unconscious waking state, meaning that the psyche is constantly engaged in a course of emotional alchemy by which unrefined affects are processed. When a patient is unable to dream, he or she is incapable of absorbing new affective experience, and therefore cannot grow psychologically; the capacity to dream, as Bion understood it, permits a broadening of emotional life that fosters learning from one’s experiences. Thus, dreaming one’s patient into existence (while awake or asleep) is the means by which the analysand gradually and unconsciously comes into being as an alive and sentient individual in the analyst’s mind (Grotstein 2000, 2004; Ogden 2003, 2004). That is, such a dream represents a step in the process by which the analyst transforms the O of the patient—a step that inevitably involves some emotional reworking of the analyst’s conflicts.
My dream of Mr. A, which occurred after the tenth analytic session, thus represented my unconscious attempt to get to know him at the outset of analysis by introjecting his unacceptable O (his longing for a father), which had been transmitted to my receptive unconscious.1 Having taken in this unconscious transmission, I “dreamed” Mr. A’s O by linking it with analogous emotional trends in myself (the “ambassador factor,” which, when analyzed, yielded the underlying yearning for a father and anxieties about such wishes). Ogden (1996) has stated that we should consider an analysand’s dream as “no longer simply the ‘patient’s dream’” (p. 892), but rather as a product of the interaction between the analyst’s and analysand’s subjectivities. It seems likely that this assertion would also apply to a dream authored by the analyst.
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1 One would assume that there also exists an “acceptable O,” perhaps something akin to Freud and Breuer’s (1905)reference to the “common unhappiness” (p. 305) of everyday life, which the patient is fully capable of transforming without the analyst’s help. However, patients seek us out to help them bear and transform emotional experiences that are too powerful for them to manage (“unacceptable O”), and for which they require our services to “dream undreamt dreams” (Ogden 2004, p. 859).
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However, one might argue that, since my dream of Mr. A occurred so early in the analysis, it had more to do with the analyst —me—than with the patient, and that linking it to the analysand’s life would therefore be rather spurious. This seems a valid objection and should serve as a reminder to the analyst not to jump too quickly to conclusions about the workings of the patient’s mind. Smith (1997) has similarly cautioned the analyst, emphasizing the need for a commitment to a multilayered self-analysis in order to sort out the patient’s dynamics from those of the analyst and from the interaction between the two. In the case of Mr. A, I thought I knew something about the patient when my initial dream associations led in the direction of competitive conflicts, but his associations did not proceed in the same direction. More importantly, I was dreaming him into existence, trying to unconsciously sense who he was and who he was not. In this connection, and more to the point for this discussion, my dream was a beginning step in a continuous unconscious process (transformation in O) of my coming to know Mr. A.
A Dream from the End of an Analysis: The Case of Ms. B
Ms. B was in a long analysis that was very helpful to her, although it required her to struggle with wrenching feelings of being excluded from an archaically organized oedipal couple (Brown 2002). In particular, her transference, to which she clung for several years, was characterized by fantasies of my wife draining me of energy by the endless sexual demands that Ms. B imagined her having. Ms. B hated any other female patient whom she experienced as similarly stealing away my attention and affection, and thus starving Ms. B herself.
Ms. B’s marriage was plagued by the same conflicts in that the connection to her husband was based on the model of a “feeding couple.” Consequently, their partnership was simply that: a sexless collaboration centered around providing for the children, but with no joy between them, conjugal or otherwise. Through her
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analysis, Ms. B was able to work through her traumatic past in the transference, enabling her to have a considerably more satisfying marriage. Termination was very painful for her, stirring once again her old feelings of being tossed away to starve by a couple who loved and cared only for themselves.
After terminating her analytic treatment, Ms. B continued in weekly psychotherapy because she felt my ongoing help would be useful, especially to aid her in coping with her son, who was experiencing substantial anxiety at the time. While pleased to offer assistance in psychotherapy, I was also aware of my own wish not to say goodbye to Ms. B completely. Internally, I also questioned whether I might have agreed too quickly to terminate, even though we had dealt with her leaving for well over a year.
Then one night, several weeks after ending her analysis and taking her into psychotherapy, I had the following dream:
I am lying in bed on my back, but perhaps not under the covers, and Ms. B is there to my left, next to the bed. We have been talking about something, perhaps her concerns about her son, and then she comes over to me. She stands near my head and leans over and kisses me gently; I think first on the forehead and then lightly on the mouth. I say that that feels very good. She agrees, and says it would feel even better to make love. I find myself getting analytic and starting to say something along the lines of “What do you think that would be like?” But instead I say, “Yes, that would be nice.”
At this point, my wife walks in and Ms. B quickly goes to a corner of the room. My wife, seeing her, asks insistently, “What is she doing here?” and emphatically says that Ms. B has to leave. Ms. B then leaves the bedroom, and I sigh with relief that my wife has intervened in such a direct manner.
This was a compelling emotional dream with many layers of meaning in my life, and I will address only those features that are relevant to Ms. B’s analysis.
One point of view is that the dream reflects my uncertainty over having agreed to end the analysis too readily; it thus expresses
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doubts about my analytic competence. Furthermore, a powerful sense of seductiveness was the central affect in this dream, and I wondered whether my getting analytic at a key point in the dream might have represented a defense against strong sexual feelings. Ms. B’s treatment was highly erotized, with an intense transference and countertransference, but this segment of our work had more to do with mourning the end of the analysis and other losses in her life, especially her children growing up and leaving home.
I remembered that Ms. B frequently transmitted her dependent longings in sexual language, an association that led to doubts about whether I was unresponsive to such longings following the end of analysis. It seemed that my wife was brought into the dream to represent the other side of my ambivalence about letting go of Ms. B: she would be to blame if my patient was pushed out the door, just as Freud’s friend Otto was at fault for Irma’s lack of treatment progress in Freud’s dream.
These associations felt relevant to my dream, yet there was a lingering sense that something important remained unappreciated. The associations regarding my ambivalence about termination, the seductive sexual atmosphere that conveyed Ms. B’s yearning for closeness, and the assignment to my wife of the task of sending my patient away all seemed obvious. A comment of Freud’s (1900; see also Scalzone and Zontini 2001) seemed especially applicable as I considered these issues further: “There is often a passage in the most thoroughly interpreted dream which has to be left obscure …. This is the dream’s navel, the spot where it reached down into the unknown” (p. 25).
Some days later, I realized that, in the dream, Ms. B had been placed in the position of the psychoanalyst: I was lying down, and she was behind me and slightly to my left, just as I was in relation to her during analysis. She offered to comfort me, and I struggled with my wish for that versus continuing to function as her analyst. Thus, my dreaming her as a former oedipal partner—a necessary aspect of the termination that I relegated to my wife—appeared to cover a deeper level of the dream that was symbolized by my dreaming her as my analyst.
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As I mulled over these thoughts in my mind, Ms. B continued to express her concerns about her son’s intense anxiety, which led to my asking if she were worried about how I might be affected by the ending of our analytic work. She immediately said that my income had just dropped considerably, and joked about how I would manage the financial loss. I commented that her humor seemed to be a way of clouding her fear that, like her son, I needed her comfort in order to manage being on my own.
Internally, I also began to question whether there might be some accuracy to Ms. B’s concerns about my emotional well-being, and this brought my training analysis to mind. My analyst had had to interrupt the analysis for a time, with the result that we had spent considerable time questioning whether I was “ready” to end treatment. This memory and realization permitted me to see how I had likely identified with Ms. B’s anxious son, whose mother/ analyst was leaving. This piece of self-analysis allowed me to feel more at ease with the decision to terminate, and, in a parallel manner, Ms. B’s anxiety about her son substantially diminished.
This countertransference dream reflected my conscious anxiety about making a competent decision in regard to Ms. B’s termination. Furthermore, the fact that the dream venue was my bedroom came as no surprise, serving to highlight the strong oedipal atmosphere at the end of analysis. The act of casting my wife as a spokesperson for one side of my ambivalence also appeared selfevident. These “insights” from the dream added nothing new and did little to illuminate the nature of the patient’s immediate concerns about her son, which constituted her ostensible reason for continuing in weekly psychotherapy. Indeed, I thought her telling me about her son’s anxiety was more a communication about how panicked she was feeling.
But, to the contrary, if we consider my dream as an unconscious attempt to transform an emotional experience evoked in me by Ms. B (her objectionable O as conveyed through projective identification for me to “dream”), then we might wonder what had been unconsciously communicated to me that I could not yet find the symbols for in order to know that I knew it. When I later realized
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she was dreamed as my analyst, Ms. B’s concerns about her son took on new meaning: she was accurately experiencing me as having been made anxious by her termination (evidenced by my identification with her anxious son as well as with Ms. B herself, whose analyst might have been letting go of her before she was ready), and therefore that I required her soothing. This realization led to my bringing up Ms. B’s fears about the effects of termination on me, which in turn significantly enlivened the hours because my anxiety was significantly lessened, thereby freeing her to experience her own deep terror of leaving and her near conviction that someone would die as a result.
Thus, while it was true that I was consciously anxious about the wisdom of termination, continued analysis of the dream clarified the more frightening and unconscious determinants of my anxiety, which reached down toward the navel of the dream and were receptively connected to the O of Ms. B’s transmitting unconscious that had found common cause and resonance with similar unprocessed feelings in me.
Discussion
My dreams about Mr. A and Ms. B, like other countertransference dreams, are complex products that may be understood on multiple levels. Zweibel (1985), for example, states that such dreams are “the sign of a disturbance in the analytic relationship in which both partners take part” (p. 87), involving a perceived threat to the analyst’s competence. Myers (1987) similarly emphasizes that dreams of one’s patient occur within the context of a “countertransference bind” that may be deciphered through the analyst’s self-analysis. These points of view surely apply to aspects of my dreams of Mr. A and Ms. B. Themes of analytic competence were evident in both instances and formed one vertex of each dream’s meaning.
However, especially with Mr. A, my dream did not seem to be primarily a response to a countertransference bind. Rather, it was dreamed in the context of getting to know my patient, and neither Mr. A nor I was experiencing any difficulties in getting the analytic
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work underway. The dream of Ms. B was more intensely charged with emotion and surfaced in the context of my conscious anxiety around whether termination had perhaps been premature. It did not seem to express a particular quandary in which we were stuck as much as it suggested the way in which my unconscious represented her fears—that is, it seemed to capture her anxieties about how I had been affected by the termination and how her accurate, unconscious perception that I was anxious tied to my own experiences in my training analysis.
There is another axis, that of unconscious communication, from which the countertransference dream may be appreciated. Zweibel (1985) states that the analyst’s dream of a patient occurs when there is intense projective identification that evokes powerful feelings in the analyst, which tax cognitive capacities and which the analyst may ultimately be unable to manage. Zweibel uses projective identification in the evacuative sense to signify a means of the patient’s unburdening himor herself of unbearable emotions, ignoring the communicative aspects of projective identification (Bion 1959). Rudge (1998) more accurately states that “the countertransference dream warns the analyst that some symbolic elaboration is necessary” (p. 110).
Favero and Ross (2002) also adopt this view, emphasizing that the countertransference dream is the analyst’s attempt to mentally digest what the patient has unconsciously communicated through projective identification. Unlike Zweibel and Myers, they do not see the analyst’s dream as embedded in conflict or signifying a treatment difficulty. Indeed, they stress that the countertransference dream, once understood through self-analysis, may assist the analyst in becoming aware of his or her resistance to accepting the patient’s transference. This was certainly the case with my initial assessment of the dream about Mr. A, in which my focus on themes of competition and rivalry served as a resistance to accepting the paternal transference.
Yet another dimension of the countertransference dream derives from Bion’s (1992) statement that “the origin [of a dream] is
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an emotional experience … that is worked on to produce the dream” (p. 135). Freud (1912) taught us that the unconscious of the patient transmits to the analyst’s unconscious, and that we should use our unconscious as an instrument of the analysis; however, he did not instruct us as to how this is done (Brown 2004). If we put Freud’s notion of the transmitting unconscious together with Bion’s concepts, then we may conclude that the patient transmits an unprocessed emotional experience through projective identification to the analyst’s receiving unconscious. It is then up to the analyst to “dream the analysis,” meaning that the analyst discovers within himor herself symbols that represent the formerly untransformed emotional experience of the analysand. Thus, Bion (1992) concludes somewhat wryly that the analyst “must be able to dream the analysis as it is taking place, but of course he must not go to sleep” (p. 216).
Needless to say, the analyst does literally go to sleep at night and constructs dreams around a day residue, just as a pearl is formed around a grain of sand. At the heart of a day residue is an emotional experience that initiates a transformation of unrefined emotion into the dream symbols from which the dream is fashioned. In the case of a countertransference dream, the day residue is an emotional experience that emanates from the analyst’s encounter with the patient. This may have been a troubling engagement that threatened the analyst’s sense of competence, or perhaps it was an emotional experience that was forcefully evoked in the analyst by the patient’s powerful projective identification. Alternatively, the day residue around which the analyst’s dream of the analysand forms may be the result of an ordinary process of unconscious communication that expresses the patient’s wish to be known by the analyst interested in knowing him or her.
In this connection, the analyst is constantly engaged in finding a place for the analysand in his or her mind by coming to know the patient both consciously and unconsciously, a knowledge that is shared with the patient (through interpretation), who deeply desires to be known. While much of the analyst’s activity may be categorized
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as transformations in K, the countertransference dream is a component of “transformations in O [that] are related to becoming or being O” (Bion 1965, p. 163). This “becoming or being O” is accomplished by the analyst’s receptivity to the analysand’s projected, unmentalized emotional truths (Grotstein 2004) and the analyst’s identification with them. This is a trial identification (Fliess 1942) that is perhaps the most difficult aspect of what has been called “taking the transference” (Mitrani 2001), realized through the analyst’s “dreaming the analysis” while he or she is awake in the consulting room. I have termed the more deeply unconscious aspect of this process dreaming the patient into existence, an idea first coined by Ogden (2005).
The countertransference dream is thus a special instance of the analyst’s coming to know the patient while the analyst is sleeping; a significant amount of self-analysis is required for the analyst to discern which elements relate to the patient and which to the analyst’s self. Thus, we must proceed with significant respect for what we do not know, remaining mindful of Bion’s (1992) caveat that we should “use our knowledge and experience to gain more knowledge and experience” (p. 183).
While it is surely true that the countertransference dream is a product of what Ogden (1994) calls the intersubjective analytic third, my experience leads me to conclude that there is a qualitative difference between the analyst’s reveries while awake during an analytic hour and the analyst’s dream of the patient while asleep at night. Both these kinds of dreaming may provide access to the evolving O of the analytic relationship; however, the analyst’s waking reveries, when he or she becomes aware of being in such a state, can be contextualized in the ongoing give and take between analyst and patient in the analytic hour. Thus, the connection between the reverie and the analysand’s associations is more readily established.
The situation of the analyst’s nighttime dream of the patient is more complicated. On the one hand, a countertransference dream may indicate a delayed transformation of an emotional experience from the session that was too powerful for the analyst’s reverie to
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manage,2 a point that Ferro (2005) appears to support from a slightly different perspective by stating that night dreams consolidate what has not been fully processed during the day. On the other hand, in all likelihood, there have been many intervening events in the interim between the analytic session and the countertransference dream, and so the connection between the day’s session and the analyst’s dream may be more difficult to discern. HeenenWolf (2005) appears to reach a similar conclusion:
Now the night dream represents a mode of psychic functioning that is much more under the sway of the primary process of the subject (the analyst) than the analyst’s “reverie” during the session, which remains more colored by secondary processes. Furthermore, the night dream is temporally deferred in relation to the session. The content of a session or other elements arising from the analytic situation are thus in danger of being taken up and “used” for the analyst’s own psychic purposes. [p. 1545]
In this regard, the dangers of the analyst’s gaining “knowledge” of the analysand that is in reality a misrecognition appear to be greater with the countertransference dream.
Consequently, it is difficult for the analyst to know what to do with “evidence” about the analysand gleaned from dreams in which the patient appears. Bion (1965) viewed the countertransference dream as an important event, but was cautious about the use to which it could be put: “The analyst should be cognizant of dreams in which patients appear, though his interpretation of the significance of their appearance will relate more to their characteristics as column 2 phenomena than to the significance of his own psychopathology” (p. 50).3
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2 I am indebted to members of the Klein Study Group of the Massachusetts Institute for Psychoanalysis for this observation.
3 Column 2 of Bion’s (1977) grid refers to phenomena that are the stuff from which lies and deceptions may be constructed. These occurrences exist solely in the mind of the patient or analyst, without any corroboration from the other. Column 2 phenomena may pass for the truth, but may actually be falsehoods. Thus, the analyst must be cautious about the use to which he or she puts the countertransference dream because it is a potential lie (or misrecognition) about the patient, one that has a life only in the analyst’s mind.
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Later, Bion (1967) cautioned the analyst to eschew “knowledge” that only the analyst possesses because this may distract him or her from the more important mission of attending to what is not known in the analytic hour. The analyst may delude himor herself into believing the patient has been understood by virtue of the analyst’s having dreamed about the patient, but this supposed “knowledge” may actually be a resistance to comprehending the deeper, initially unmentalized resonance with the O of the analysand.
Indeed, Bion (1965) defines resistance as an anxiety-based reluctance to transform K Æ O, meaning that the patient (or analyst) finds it less discomfiting to know about some emotional truth than to experience that truth. I believe this occurred in my dream about Mr. A when my focus on competitive aspects served to distract my attention away from experiencing myself as the transferential father, including the erotic aspects of this. The same phenomenon transpired in my dream of Ms. B, when I found it more familiar to know about oedipal issues in the termination than to experience her profound anxiety and concern over my ability to survive without her, and how that was linked with uncertainties in the termination of my own analysis.
The Countertransference Dream in Supervision
Just as the countertransference dream was initially viewed as problematic, so there has also been a parallel tendency to consider countertransference dreams discussed in supervision as reflective of treatment difficulties. Langs (1982) did not discuss the countertransference dream per se, but offered the view that any dreams reported by a supervisee during supervision represented a “supervisory crisis.”4 It seems likely that he would also consider dreams of
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4 Interestingly, when this paper was presented, one of the discussants, a psychoanalytic candidate, reported a first countertransference dream the night after having read it. The candidate described having a sense of “permission” to dream about a patient that reading this report by a senior analyst seemed to grant. I have subsequently spoken with other candidates who expressed a reluctance to talk about countertransference dreams in supervision because of some sense that they are inappropriate.
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one’s patient as illuminating a problem in the supervising relationship or the treatment. Such dreams convey the supervisee’s unconscious perceptions of the supervision: “Supervisees report dreams to their supervisors as a means of conveying highly significant perceptions and fantasies that are either entirely repressed within the supervisee, or too dangerous to communicate directly in supervision” (Langs 1982, p. 594).
Although I believe Langs was too narrow in his exclusive emphasis on the dream as expressing a crisis in the supervision, he nevertheless implicitly supports the communicative importance of the dream shared in supervision. In addition, his description of the dream as encoding something “too dangerous” to discuss in supervision underscores the importance of the supervisee’s feeling safe to experience the emotional truth (Bion 1965; Grotstein 2004) of what is happening in the treatment and/or in the supervision. Unfortunately, Langs’s perspective that dreams reported in supervision indicate a crisis inevitably leads to an atmosphere that restricts the supervisee’s freedom to speak freely and candidly (not to mention the freedom to dream with a sense of abandon).
Instead, the supervisory experience ought to provide what Mollon (1989) calls a “space for thinking” that puts out the welcome mat for a variety of experiences, including that of reporting dreams of one’s patient. This view of supervision aims at assisting the supervisee in expanding the material considered relevant to clinical work, emphasizing an examination of the conscious and unconscious processes between analyst and patient, and between analyst and supervisor, as well as the multitude of influences among these three persons.5 This approach accesses different channels of learning and discovery that enable both analyst and supervisor to simultaneously know about the analysis (transformation in K) and experientially become the analysis (transformation in O).
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5 I will not discuss here the broad literature available on this subject and instead keep my focus on the countertransference dream. The interested reader is referred to the many excellent articles that address this matter, including Berman (2000), Coburn (1997), Doehrman (1976), Gediman and Wolkenfeld (1980), and Ricci (1995), to name a few.
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Ogden (2005) characterizes this latter approach as “dreaming up the analysand in the supervisory setting” (p. 1267), and observes that:
Creating the patient as a fiction—“dreaming up the patient”—in the supervisory setting represents the combined effort of the analyst and supervisor to bring to life in the supervision what is true to the analyst’s experience of what is occurring at a conscious, preconscious, and unconscious level in the analytic relationship. [p. 1268]
I would add that, in addition to “dreaming the patient into existence” (p. 1269) through mutual reveries of analyst and supervisor, the countertransference dream, when shared in supervision, may constitute yet another channel that is tuned into the unconscious resonances flowing among the analysand, the analyst, and the supervisor.
Supervision, especially of long analyses, may become stale when it centers primarily on extracting meaning from the verbal material, and a situation may arise in which patient, analyst, and supervisor collude in a faux analysis and a faux supervision. This is associated with the kind of resistance described by Bion (1965) in which there is no transformation from K Æ O.
In this regard, I would like to revisit an earlier paper (Brown and Miller 2002)—one of the few that discusses the use of countertransference dreams in supervision—and offer an additional perspective on what my coauthor and I discussed at that time. We presented the case of an adolescent analysis during the termination phase, a case in which Miller (the supervisor) and I (the treating analyst) had implicitly acquiesced to the patient’s avoidance of emotion. There was a tacit assumption that this teenager was avoiding dealing with separation, and my interpretations addressed his defenses against separation feelings.
In the midst of this atmosphere of resignation, Miller told me of a dream that he had had about me the previous night, a dream filled with much anxiety. He offered some associations that had to do with my nearing completion of analytic training, and also with his memories of his own son having reached oedipal age. Interestingly,
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several days later, I had a very frightening dream of someone with the same name as the patient, and my associations were to scary themes of castration and guilt related to maturing into manhood.
There were many overlapping elements in Miller’s dream and my dream; the two seemed to elaborate a previously unconscious anxiety shared by the two of us. Thus, my dream appeared to be an elaboration of Miller’s dream about me. As this was discussed in supervision, the understanding of the patient’s “resistance” shifted from resistance against experiencing separation feelings, to resistance against feeling terrifying “coming-of-age” anxieties. This animated the supervisory hours, and I began to shift the interpretive focus to the analysand’s very intense anxiety about what “coming of age” unconsciously meant for him. This change in my interventions prompted a dream of the patient’s that graphically depicted the terrors he connected to the coming-of-age theme that permeated the total atmosphere of both supervision and treatment. Miller and I concluded that “all three participants contributed to the affective disavowal of termination and that reluctance occurred at the intersection of the personalities of each party” (p. 819).
Miller and I referred to the interactive meshing of emotional vectors from patient, analyst, and supervisor as the triadic intersubjective matrix. For the purposes of this discussion, I want to underline the process we described in which the analyst literally “dreams up” (while asleep, and not through the unconscious waking thought of a reverie) the patient (Ogden 2005) and, perhaps more importantly, dreams the “field” (Baranger, Baranger, and Mom 1983; Ferro 2002, 2005), out of which the collective resistance may emerge. Ferro (2005) notes that “the presence and constellation of anxieties and defences in the analyst ‘costructure’ the field together with the patient” (p. 10)—to which I would add, in the case of supervision, the defenses of the supervisor also costructure the field. Thus, the triadically composed field of resistance that Miller and I adumbrated, in which the treatment and supervision were mired, may be characterized by the communal inability to transform the field from K Æ O. It was only through a succession
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of dreams, initiated by Miller’s revelation, that the triadic intersubjective matrix could evolve beyond the relative comfort of the familiar K (resistance to separation anxieties) to confront the intensely anxiety-laden and shared unknown O (terrors associated with coming of age) of the analytic threesome.
Seen from another angle, Miller, my patient, and I were engaged in a process of mutual unconscious communication that gradually transformed coming-of-age anxieties into a more manageable form for all of us. Miller, my analysand, and I ran aground on the shoals of a shared resistance in which each of us participated in our own unique way, a resistance that required analysis to overcome. However, this was not a collective resistance that required the mere sweeping away of defensive forces blocking its appearance, but rather one that called for a mutual process of containment and transformation (Ungar and Ahumada 2001)—a process enabling that which was resisted to be represented/mentalized. Miller and I had unknowingly surrendered to a sense that my patient was just being his typical passive self, an impression from which we were suddenly awakened by Miller’s surprise dream.
Smith (1995) links the appearance of such surprises in individual analysis to a sudden shift in the resistance that is a compromise formation between intersecting conflictual areas in patient and analyst:
Surprise may then reflect a momentary reorganization of those compromises, a shift in forces as the analyst allows himself to overcome an internal resistance and to see something “new” in the patient because he has gained or regained access to something he has been fending off in himself. [p. 71]
The same may be said of resistances in supervision that stem from the failure to contain and transform unformulated anxieties resulting from a compromise formation that draws from the unconscious anxieties of patient, analyst, and supervisor—resistances that seem to await the arrival of a surprise dream, whether one of waking or of sleeping, to free the analysis to take its course.
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Conclusion
Like any other dream, the countertransference dream has at its core an emotional experience that is worked on to produce the dream. In the case of the countertransference dream, the stimulus is an emotional reaction experienced by the analyst in response to the patient. The dream may have little to do directly with the patient, who may appear as a stand-in for someone else in the analyst’s life. However, the appearance of the patient in the analyst’s dream may also be stimulated by the transmitting unconscious of the patient, which is making contact (through projective identification) with the analyst’s receptive unconscious, in order for the analyst to contain and transform (or “dream”) some mental content that is as yet “undreamable” (Ogden 2004) by the patient.
I suggest that this aspect of the countertransference dream may enable the analyst to become aware of how his or her psyche is experiencing the patient—or, to put it another way, how the analyst is dreaming the patient into existence. This opens the possibility of gaining knowledge about the patient, which Bion (1965) refers to as a transformation in O—that is, the analyst “becomes” (through introjection) the unacceptable part of the patient, finding symbols within himor herself to represent what the analysand has been unable to mentalize independently. I have tried to demonstrate this process both through the detailed examination of two of my countertransference dreams, and through a discussion of how these issues apply in psychoanalytic supervision.
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A  REBOURS
“L’ipnagogia è il luogo elettivo dove corpo e                                                                       mondo hanno       periodica dissolvenza ed epifania,                                                               ripetendosi circadianamente così il ciclo della                                                                     nascita e della morte”
(Francesco Napolitano 2000)
In questo breve scritto intendo comunicare un’esperienza personale che mi ha permesso di sperimentare dal vivo il fenomeno di Silberer e cioè il dileguarsi, in condizioni di particolare stanchezza o nelle fasi di passaggio dal sonno alla veglia, di un pensiero elaborato ed il presentarsi, in sua vece, di una immagine che, come osserva Freud, “…si rivela essere il surrogato di quel pensiero per lo più astratto.”[1]
Condizione necessaria alla comparsa del fenomeno ipnagogico è, secondo Francesco Napolitano, l’esistenza di una “ forbice divaricata fra l’intensità regressiva delle varie funzioni egoiche…..Per contro una sincronizzazione perfetta delle sottostrutture egoiche in ritirata serve a dar conto di quelle  persone cui la condizione ipnagogica è pressoché sconosciuta.” [2]
Benché uno sfasamento tra “….investimento di una struttura egoica, la coscienza, e il disinvestimento di altre, ad esempio l’apparato motorio….”( ibidem ) sia implicato anche nell’attività onirica non tutti i “sognatori” sperimentano fantasie ipnagogiche ed io appartengo,con un certo rammarico,  a questa categoria.
Nei testi freudiani e nella letteratura analitica non mancano esempi interessantissimi di questo fenomeno che permette “..di cogliere in flagrante la trasposizione del pensiero in un’ immagine ….paragonabile a un elemento onirico”.[3] Ne scelgo uno particolarmente illuminante di Silberer stesso. Come si comprenderà leggendolo esso presenta elementi curiosamente consonanti alle tematiche di cui mi occuperò.
Silberer scrive:
“Penso al penetrare dello spirito umano nel problema difficile ed oscuro delle Madri ( Faust, II parte ).
Simbolo: Mi trovo su un solitario molo lastricato che si addentra per un lungo tratto nel mare tetro. Le acque del mare si fondono all’orizzonte con l’aria, quasi ugualmente tetra e misteriosamente pesante.
Interpretazione: L’addentrarsi nel mare tetro corrisponde alla penetrazione nel problema oscuro. La fusione tra aria e acqua, …….dovrebbe simbolizzare che nelle Madri ( come narra Mefistofele ) si fondono tra loro tutti tempi e tutti i luoghi….e che quindi Mefistofele può rivolgersi a Faust pronto per il viaggio dicendo: ”.[4]
Il motivo principale che mi spinge a proporre la mia esperienza personale del fenomeno di Silberer riguarda il fatto che i pensieri che lo hanno preceduto concernevano la situazione clinica di una paziente che chiamerò Dora, e quindi l’immagine che ne è il surrogato può essere studiata anche nei suoi risvolti controtransferali proprio come faremmo per un sogno in cui compare un nostro analizzato.
L’esperienza ipnagogica si presentò in un periodo particolare: un grande fervore animava i colleghi del Centro di Psicoanalisi al quale appartengo in vista della preparazione di un importante appuntamento congressuale.
L’argomento che decisi di approfondire era quello della fantasia diurna nei testi freudiani con l’inevitabile sconfinamento in quei territori che si situano ai confini tra sonno e veglia in cui si collocano le fantasie ipnagogiche e le due “ metastabili” e “…fragili creature scientifiche di Silberer e Isakover” ( Napolitano,2000).
Mi accadeva di pensare ai temi che stavamo affrontando nei gruppi di studio anche in momenti di grande stanchezza prima di piombare nel sonno o mentre ne stavo riemergendo. Senza saperlo stavo riproducendo uno dei tipici esperimenti ai quali, con intenzionalità e tenacia, si sottoponeva Silberer per creare le condizioni favorevoli alla comparsa del  fenomeno che da lui ha preso il nome.
Il mio involontario esperimento riesce: una mattina, mentre sto lentamente emergendo dal sonno, mi chiedo se è opportuno presentare al gruppo di studio un sogno e un gioco di parole di Dora. Lentamente i pensieri si sfilacciano, si dissolvono e ho l’impressione di trovarmi di fronte a uno schermo gigantesco su cui è proiettato un unico fotogramma, vivido nei colori e bellissimo:

Una distesa liquida e bianca dentro la quale nuotano, completamente vestiti, una donna e un uomo.

Mi sveglio di soprassalto, emozionata e molto incuriosita.[5] Le fantasie ipnagogiche erano state, infatti per me, fino a quel giorno, mero oggetto di studio; mai le avevo sperimentate personalmente, fatta eccezione per un fenomeno di Isakover  che, sempre con le stesse caratteristiche, si presentava a volte poco prima di addormentarmi: allucinavo una superficie liquida e densa, perfettamente bianca e animata da un movimento lentissimo che produceva sulla superficie anelli concentrici. Il mio analista l’aveva battezzata : “il brodo primordiale”.[6]
Silberer aveva sottolineato la necessità di esplorare, per una migliore comprensione della connessione tra immagine ipnagogica e simbolizzato, i .[7]
Tra i miei trovo certamente il personale e ricorrente fenomeno di Isakover: lo sfondo su cui si staglia la coppia, l’immensa distesa liquida e bianca, lo ricorda, infatti, in modo straordinario.
Subito dopo mi accorgo che l’immagine è  perfettamente sovrapponibile alla sequenza di un film che avevo visto molto tempo prima: Nuovo Mondo di Crialese. Si tratta di una scena surreale in cui i protagonisti, Lucy e Salvatore, migranti in viaggio verso l’America, allucinano il desiderato approdo al suolo del Nuovo Mondo: un Eden in cui scorrono fiumi di latte vasti come un mare nel quale, tutti vestiti, si immergono. La struttura del film, il modo in cui viene tratteggiata la personalità della protagonista e in particolare un dettaglio relativo alla sua biografia mi avvertono che Lucy  è trattata come figura  isomorfa rispetto a  Dora, la paziente alla quale stavo pensando prima che si affacciasse l’ immagine ipnagogica del mare bianco. [8]
La traversata dell’oceano, irta di insidie, viene descritta nel film in modo molto particolare, mancando ogni riferimento a tutto ciò che è esterno alla nave. Questo artificio tecnico favorisce la possibilità per lo spettatore di trattare l’evento – viaggio come isomorfo rispetto ad altri percorsi trasformativi desiderati e al contempo temuti. Se il viaggio, con i più diversi mezzi di trasporto, può essere considerato come una costante onirica (Ginzburg 2002) nei pazienti che sognano il loro percorso analitico allora  Dora  come Lucy è una migrante.
Lucy e Dora, inoltre, non sono più delle , entrambe sono alla ricerca di un nuovo mondo e di un nuovo .  A differenza di Salvatore, Lucy non sta tentando per la prima volta il viaggio migratorio. Aveva già raggiunto l’America in passato ma era stata ricacciata indietro perché il fidanzato che doveva sposarla non si era presentato all’appuntamento ed il permesso di soggiorno le era stato quindi negato. Nel corso del secondo viaggio Lucy chiede a Salvatore di sposarla. Nel momento esistenziale in cui si iscrivono il sogno ed il gioco di parole che pensavo di comunicare al gruppo di studio, Dora ha, in un certo senso, intrapreso un viaggio nel viaggio. Da qualche tempo, infatti sta coltivando il desiderio insieme al suo compagno G. di avere un bambino. La realizzazione di questo desiderio rappresenterebbe per Dora un traguardo fondamentale se si tiene conto che la motivazione che l’aveva spinta ad iniziare una seconda esperienza analitica era stata la permanente difficoltà nel riconoscere la propria identità di genere. Il desiderio di passaggio dallo stato di eterna ragazza (o) e figlia (o) a quello di donna adulta e madre si era già affacciato in analisi, ma era stato troncato in modo drammatico dalla morte del suo precedente compagno. Dora, come Lucy, ritenta il suo viaggio.
******
Ma ora è venuto il momento di esplorare i nessi che legano la scelta di quella particolare immagine ipnagogica al contenuto dei pensieri che occupavano la mia mente poco prima che comparisse. Il giorno prima avevo incontrato Dora e la seduta si era aperta con una inconsueta modifica del setting. Entrando nel mio studio, prima di dirigersi verso il lettino mi aveva guardata dritto negli occhi e, con una espressione scherzosa,  aveva esclamato:
“Certo si può dire di me e G. che siamo LENTI AL CONTATTO!”

Come sempre di fronte ai giochi di parole ero rimasta per un attimo stupita, senza fiato, poi  insieme avevamo riso.
La frase, in apparenza, non ha alcun carattere che la avvicini ad un motto di spirito; sembrerebbe una constatazione. L’unico “ pubblico” che può apprezzarne i sottintesi è costituito da me che conosco il testo del sogno che Dora ha raccontato nella seduta precedente.
In due piccole parole sembrano avere trovato posto il sogno ma anche tutte le associazioni  ed il lavoro analitico che ne era seguito, oltre a molti altri elementi che riguardano le ambivalenze di Dora rispetto alla gravidanza desiderata ma, nello stesso tempo, temuta .
Per quanto concerne la relazione tra il sogno di Dora ed il successivo gioco di parole viene da chiedersi se il sogno sia stato l’elemento stimolatore per la costruzione del gioco di parole o se , al contrario, il sogno stesso contenesse in nuce ciò che il calembour avrebbe pienamente espresso in considerazione della stretta parentela suggerita da Freud tra queste due manifestazioni dell’inconscio . [9]
*****
Veniamo quindi, in questo percorso , all’ultima tappa: il sogno che dà senso al gioco di parole e che, con esso, permette di decriptare la mia immagine ipnagogica.
Il sogno di cui volevo parlare al gruppo mi aveva colpito per la estrema concisione, molto dissonante rispetto alle caratteristiche della produzione onirica di Dora, di solito molto articolata.
Il racconto del sogno si conclude in un battito d’ali :

“ Nel contenitore delle LENTI A CONTATTO invece del liquido c’era sperma.”
Per converso il fluire delle catene associative è vasto e intricato e dal punto di vista controtransferale io sento l’entusiasmo che sempre suscitano in me i sogni in cui il lavoro di condensazione raggiunge il massimo risultato: tradurre in una sola immagine, in un unico geroglifico una massa di pensieri. [10] In due momenti della seduta mi accorgo, anche, di provare una forte irritazione.
Accennerò, utilizzando il più possibile in modo testuale le parole di Dora, ad alcune delle sue associazioni:
-D:“Dovevo partire per una settimana per lavoro, dovevo coordinare un seminario destinato a psicologi, dicevo fra me e me: ”
– D: “Dopo la prima assemblea plenaria quando sono tornata in albergo a dormire mi sono accorta di avere dimenticato a casa il contenitore delle lenti a contatto e ho dovuto metterle in un bicchiere di carta”. Pensiamo a questa dimenticanza come a un atto mancato: un compromesso tra la necessità di essere lì a vedere le pippe degli psicologi ed il desiderio di non vederle, di rimanere a casa .
-Al risveglio Dora ricorda il sogno e pensa al detto popolare :
– Correlato a questo pensiero ne nasce subito un altro: < Se mi masturbo con gli psicologi divento cieca. >
– I lavori di gruppo nel corso del seminario erano risultati abbastanza sterili, gli organizzatori erano stati con brutalità invitati dal direttore ad astenersi sessualmente durante le giornate di lavoro tra loro e con i partecipanti. Secondo Dora questo invito all’astinenza sessuale aveva portato ad una astinenza tout court allargata anche all’esperienza cognitiva .
-D: “ Copulare con lo sguardo : il mio gruppo ha detto che ero l’unico conduttore in grado di esprimere emozioni attraverso lo sguardo”.
-Il contenitore per le lenti a contatto le richiama alla mente un altro contenitore, che sembra molto più importante per lei in questo momento. Da molti mesi, infatti, la paziente e il suo compagno G. tentano di avere un figlio. Hanno deciso di sulle cause di questa difficoltà facendo degli esami medici. Pochi giorni prima del seminario G., che non abita in Italia, è andato con il contenitore del suo sperma al laboratorio per le indagini sulla fertilità e gli hanno comunicato che quel giorno il medico responsabile era assente. Il nuovo appuntamento con il medico era stato fissato per una data che coincideva con uno dei giorni del seminario di Dora .
-Mentre la ascolto si accentua in me la sensazione di fastidio che aveva già prodotto  l’uso da parte di Dora del termine , aulico e desueto, da trattato di etologia. Penso con una certa rabbia: “ Mancavano solo le inefficienze dei laboratori tedeschi per colmare la misura della dilatazione all’infinito dei tempi di queste indagini, già ostacolate dall’ambivalenza di Dora e di G.”
Tornerò in seguito su questo mio essere “punta nel vivo” dall’atteggiamento della paziente.
-D: “Uno ritiene feconda la vista, sposta la fertilità sullo sguardo, sulla conoscenza e non sulla vagina. Mi dico che il desiderio di rendere  fecondo lo sguardo comporta il non essere fertile con la vagina.”
La seduta si conclude con alcune ipotesi :
– L’ultima associazione tra contenitore delle lenti a contatto e contenitore per lo sperma di G. sembra la più illuminante ai fini della interpretazione del sogno. Dora vorrebbe sulla fertilità del compagno e sulla propria.
– L’insistenza della catena associativa sul tema dell’infertilità potrebbe fornire una chiave di lettura delle infinite lungaggini che ostacolano il desiderio di da parte di Dora, quasi temesse un verdetto che confermi la sua paura di essere incapace di generare.
-Accanto al desiderio manifesto di avere un bambino c’è un altro, latente, altrettanto forte non-desiderio di averlo.[11] Ciò renderebbe ragione, ad esempio, della evidente discrepanza tra l’attenzione rivolta da Dora e G. alle eventuali disfunzioni dei loro apparati riproduttivi e la macchia cieca che fa passare sotto silenzio la rarità dei loro contatti sessuali.
****
In conclusione, ritornando alla mia immagine ipnagogica, io  ho condensato il”gioco di parole” della paziente e il suo sogno o forse sarebbe più appropriato dire che ho creato un “gioco di immagini”, mettendo la coppia di lenti al contattonel contenitore di sperma della coppia di lenti a contatto: finalmente i lenti al contatto stanno nuotando in un mare di spermatozoi.
Il mio fenomeno di Silberer potrebbe così avere come didascalia:
La scelta dell’immagine filmica in cui i migranti allucinano l’approdo ad un Nuovo Mondo idealizzato penso parli più di me che di Dora.
Nei giorni successivi, infatti, ripensando alla seduta in cui Dora mi aveva parlato del sogno ed alla mia irritazione, mi è apparso sempre più evidente il carattere controtransferale della mia reazione. Nella migliore delle ipotesi poteva trattarsi di quello che Pontalis chiama movimento controtransferale, cioè la risposta anticipatoria che “ mediante l’irritazione segnala all’analista   …un conflitto in statu nascendi nel suo paziente”, parte integrante del processo analitico ed in grado di favorirlo, una “ sorpresa” dell’analisi. Poteva, al contrario, essere il segnale di una ben più allarmante “ influenza controtransferale che suscita nell’analista una aspettativa, una mira immaginaria…”.[12]
Mi è allora risultato chiaro che il cortocircuito emotivo prodotto in me riguardava il tema del diventare madre che proprio in quel periodo era attivato da eventi della mia vita familiare che mi sollecitavano a “desiderare” per la paziente una accelerazione del percorso da lei intrapreso verso la maternità.
Se condizione necessaria del viaggio analitico è quella che vede analista e paziente  cimentarsi insieme con il dolore e la vulnerabilità, altrettanto necessario è il passaggio dall’agito al pensato in modo che nell’esperienza del controtransfert come sottolinea F.Riolo  “ ..una dimensione del campo che deve essere osservato” non prenda il posto dell’altra, il soggetto non oscuri l’oggetto fissandolo “in una delle sue possibili determinazioni”[13].
Parole chiave:
Controtransfert, Fenomeni ipnagogici, Isomorfismo, Silberer.
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Emilia Colajanni
Via Sampolo 480. Palermo 90143
ecolajanni@tiscali.it
Conte- APPUNTI E SPUNTI SUI SOGNI DI CONTROTRANSFERT –
Laura Lupo
a. Sofferenza mentale nell’analista e sogni di contro-transfert
– F. Barale, A. Ferro (Rivista di Psicoanalisi, n.2, 1987) –

L’ipotesi proposta dagli autori, in quest’articolo, è che l’importanza dei sogni di controtransfert, sia da collocare nel fatto che:
– rendono disponibile al pensiero della veglia, materiale altrimenti difficilmente raggiungibile, consentendo talvolta di riconoscere movimenti di identificazione e di controidentificazione proiettiva;
– compiono un lavoro trasformativo, che riammette nella relazione materiale emozionale bonificato, elaborato e arricchito.
‘La riflessione su questi sogni può essere un’utile spia che getta luce sul transito interno, nella mente dell’analista, delle emozioni suscitate nell’incontro terapeutico e sui modi attraverso cui, nell’analista, avvengono i processi di accoglimento, assimilazione, metabolizzazione e trasformazione delle emozioni suscitale dal paziente.’
In quest’ottica, i sogni di contro-transfert svolgono:
– una funzione di riassetto dell’attrezzatura mentale analitica e del tessuto di relazioni tra oggetti interni chiamati all’opera nel lavoro del sogno,
– ricostituzione di spazi di accoglimento e di simbolizzazione,
– riorganizzazione dell’attività della funzione alfa (potremmo dire in termini bioniani).
I sogni di contro-transfert, quindi, coprono tutto l’arco possibile delle oscillazioni SP↔D e si muovono, in modi assai mutevoli, tra funzioni di restaurazione-ritessitura, crescita di significati e funzioni evacuative.
Tali operazioni di messa a punto e riassetto, non riguardano solo la relazione con quel singolo paziente che magari compare nel sogno, ma spesso gruppi o grovigli di pazienti o di aspetti in parte sollevati dai pazienti e in parte di provenienza endogena dell’analista; grovigli anche complessi che il sogno si incarica di riarticolare.
‘…non tutti i sogni in cui compare un paziente o situazioni collegate a pazienti sono necessariamente “sogni di contro-transfert”; così come non tutti i sogni di “contro-transfert” sono sogni in cui compare direttamente un paziente “nelle sue proprie vesti”; anche se in quest’ultimo caso si tratta probabilmente di situazioni in cui il sogno segnala un impatto particolare del paziente nell’analista, analogamente ai sogni dei pazienti in cui compare l’analista “nelle sue proprie vesti”…’
Gli autori, quindi, partendo dalla riflessione che la letteratura psicoanalitica sul sogno inizia proprio con un sogno di contro-transfert (il sogno di Irma di Freud), si addentrano in una lettura/rilettura dei diversi contributi, nella letteratura psicoanalitica, sui sogni di controtransfert.
Da una parte, studi che considerano i sogni di contro-transfert, come fenomeni che segnalano una situazione di “caduta della competenza analitica” (Zwiebel, 1985), di “agiti” dell’analista, di perdita della distanza ottimale o di “con-fusione” con il paziente.
Al versante opposto, invece, altri autori, tra cui Searles, che individua i sogni di controtransfert come dei veri “eventi” nella relazione terapeutica, segnando una trasformazione ed una crescita degli assetti emozionali in entrambi i membri della coppia.
Si continua, quindi, analizzando i diversi contributi italiani che mettono in luce come il sogno riguardante il paziente non serva solo all’analista per la sua autoanalisi, ma possa essere utilizzato per capire meglio quello che accade in seduta e gli scambi emozionali che vi avvengono.
Per arrivare, quindi a Winnicott ed ai suoi ‘sogni riparatori’ (che abbiamo visto insieme la volta scorsa); “Sebbene spiacevoli in molti casi, ciascuno di essi ha segnato il raggiungimento di un nuovo stadio del mio sviluppo emozionale” (Winnicott, 1949), sottolineando, con lui, come i sogni di contro-transfert capitino in circostanze in cui l’analista sperimenta una situazione di sofferenza o difficoltà.
Questi sogni nascono di solito da una situazione di difficoltà, da momenti critici o di particolare impasse dell’analista.
‘Ma il lavoro stesso che il pensiero del sogno compie, in queste circostanze è faticoso, è un vero travaglio nella mente dell’analista; l’impatto con le proiezioni dei pazienti (soprattutto se ciò avviene in coincidenza con situazioni di dolore personale dell’analista) mette in gioco vecchie cicatrici, aree cieche, oppure anche zone mai saturate e attivate del mondo interno dell’analista: abbiamo cercato di far vedere come questo travaglio cimenta e chiama all’opera la tenuta e la qualità dei buoni oggetti interiorizzati, delle funzioni genitoriali operanti, che vengono impegnati in una faticosa operazione di contenimento, metabolizzazione e trasformazione (Lussana, 1984).’
Gli autori focalizzano la loro attenzione sulla particolare tonalità affettiva che accompagna questa particolare categoria di sogni e i risvegli da essi.
‘Il più delle volte, infatti, questi sogni sembrano affiorare da uno sfondo di esperienza niente affatto piacevole: in alcuni casi anzi, essi si accompagnano decisamente all’impressione di un’uscita laboriosa da una situazione di disagio, di fatica, di smaltimento di qualcosa di ingombrante, talvolta perfino ad un piccolo movimento di allarme: “ma come! perfino nei miei sogni, nei miei spazi più privati e personali riescono ad infiltrarsi! (i pazienti)”.
Eppure, malgrado questa situazione di disagio, fatica (e talvolta decisamente di parassitamente), questi momenti sono spesso sorprendentemente fecondi. Capita così che situazioni stagnanti improvvisamente si ravvivino, che sequenze di sedute caratterizzate da sensazioni di oppressione e pesantezza riprendano interesse.’
I sogni dell’analista sono dell’analista!
Nei sogni di controtransfert, quindi, se il livello manifesto può aver a che fare coi pazienti, il sogno in quanto tale rimanderebbe, come nucleo di significati più profondi, alla storia e alle vicende pulsionali dell’analista stesso; riguarderebbe quindi in definitiva l’analista nella sua privata autoanalisi, richiamando aspetti o parti scisse dell’analista attivate o messe in risonanza dalle proiezioni del paziente e che sono alla ricerca di un’integrazione.
Alla luce di queste considerazioni, i sogni “di contro-transfert” possono essere visti anche come una sorta di “meccanismo di sicurezza” della funzione analitica che garantisce la pervietà degli spazi di accoglimento e di pensabilità alle proiezioni del paziente; o anche come l’espressione di un processo di elaborazione faticosa di introiezioni “troppo reali”, che ritrovano, attraverso il sogno, uno spazio simbolico; ed infine come possibile restaurazione e riarticolazione di uno spazio di pensabilità, in una condizione di intasamento da  grovigli talvolta complessi di aspetti personali e aspetti provenienti dai pazienti.
A questo punto del loro lavoro, gli autori si muovono nell’analisi di alcuni loro sogni di controtransfert (che qui non riporto), proponendo una categorizzazione degli stessi:
– Sogni dell’analista che illuminano aspetti della relazione con il paziente (uso classico dei sogni di contro-transfert che consente di recuperare aspetti controtransferali e controidentificazioni proiettive);
– Sogni che riguardano il contro-transfert e la vita mentale dell’analista (funzione di smatassamento e di creazione di separatezza);
– Sogni che consentono di ‘restaurare’ la mente dell’analista rispetto al gruppo di pazienti;
– Sogni di situazioni di maggior impatto con aspetti distruttivi dei pazienti (violente identificazioni proiettive da parte di questi e attivazione di zone buie dell’analista).
In conclusione, quindi:
‘Riflettendo su questi sogni, è possibile intravedere in funzione (poiché non vi sono “ospiti stranieri”) aspetti talvolta assai fastidiosi dell’analista, parti scisse, nuclei tentati di colludere con aspetti manipolativi dei pazienti cortocircuitandosi con essi. Aspetti che si riconoscono con fastidio e che con una certa difficoltà si comunicano ai colleghi.’
Gaddini (1968): “…per l’analista il problema non dovrebbe essere quello ‘di non regredire’, ma, al contrario, di avere la capacità di regredire senza danno.”
‘Ma la popolazione primitiva che affolla questi sogni e i suoi magmatici movimenti, talvolta assai difficilmente interpretabili, non avrà allora a che fare proprio con la situazione che si sviluppa quando la mente dell’analista accoglie il flusso delle identificazioni proiettive dei pazienti e si impegna in un faticoso lavoro di trasformazione?’
L’introduzione dell’identificazione proiettiva nell’armamentario analitico, comporta un coinvolgimento dell’analista nell’analisi, in misura assai maggiore di quanto non avvenisse prima.
In conclusione, gli autori sottolinenano come i sogni di contro-transfert si situino tra due silenzi: il silenzio generato dalla incapacità di attivare lo schermo del sogno, dalla fusione o dall’interessamento della mente da parte degli “elementi beta”; dall’altro la capacità di silenzio, il silenzio potenziale che fa seguito ad una introiezione riuscita.
b.
Sulla possibilità  di utilizzare  i sogni “di controtransfert” nella relazione analitica. Alcune note cliniche e considerazioni teoriche – C. Galliano Auletta
(Rivista di Psicoanalisi, n. 4 , 1995)
Le ipotesi proposte dall’autore, riguardano
– la possibilità di inscrivere i sogni dell’analista con connotazioni controtransferali nell’ambito della trama onirica che caratterizza gli aspetti più profondi della coppia analitica al lavoro;
– la possibilità che le espressioni oniriche controtransferali precoci dell’analista, durante un’analisi, presentino spesso delle connessioni con una patologia grave del paziente, o con livelli molto precoci di sviluppo di un paziente non dichiaratamente grave.
L’autore, inserendo il controtransfert nella prospettiva di una teoria della relazione analitica, muove le sue considerazioni attorno all’ipotesi che i sogni di controtransfert abbiano a che fare con livelli primitivi di sviluppo dei pazienti, che presentano una  tendenza all’evacuazione di contenuti mentali non tollerati
Richiamando Rosenfeld, l’autore evidenzia come le difficoltà dell’analista a comprendere le proprie reazioni controtransferali, siano strettamente collegate alle comunicazioni di pazienti gravi, espresse attraverso una potente identificazione proiettiva.
L’evoluzione concettuale del rapporto transfert-controtransfert ha condotto a  considerare   la coppia analitica come un sistema relazionale dotato di una propria struttura, di proprie modalità di funzionamento e caratterizzato da una complessità che trascende, ma non annulla quella delle due  individualità (Baranger 1990).
In quest’ottica, quindi:
‘…la possibilità di utilizzare dal punto di vista tecnico [i sogni di controtransfert] e di considerare dal punto di vista teorico l’espressione onirica dell’analista come inserita all’interno di un modello di controtransfert riferito alla relazione analitica, come interazione tra due soggettività: tale prospettiva si pone, a mio avviso, lungo un continuum di sviluppo della teoria e della tecnica psicoanalitica.’
Ed ancora:
‘La risposta onirica dell’analista costituisce un momento significativo nella ricezione inconscia del materiale profondo del paziente (quasi sempre a livelli primitivi di sviluppo) e contribuisce in maniera considerevole a chiarire gli aspetti principali della trama relazionale inconscia della coppia analitica.’
I Baranger se, da un lato considerano la fantasia inconscia sorta nel campo analitico come una fantasia bipersonale, dall’altro riconoscono che ogni coppia si costituisce con un gioco crociato di identificazioni proiettive e introiettive, con il loro corollario di controidentificazioni, che l’analista  deve conservare dentro di sé, autoanalizzandosi fino a risolverle.
Quindi, come il transfert (inteso quale “spostamento” e quale “attività organizzativa”) esprime il punto di vista del paziente nei confronti dell’analista, il controtransfert (considerato anch’esso come “spostamento” e come “attività organizzativa”) può essere inteso in quanto esperienza del paziente da parte dell’analista, inclusa la completa partecipazione della soggettività dell’analista.
L’autore si propone di tracciare delle interpunzioni (inerenti alla relazione in un dato momento) sempre meno arbitrarie ed imprecise, che consentano di definire nel modo più puntuale possibile i movimenti transferali-controtransferali e, quindi, ciò che di volta in volta appartiene all’una o all’altra soggettività implicata nella relazione.
Il materiale clinico riportato, che include sequenze di sogni sia dell’analista, che del paziente, permette di individuare, come il tracciare un’interpunzione (comunque soggettiva, ma non per questo da non “oggettivare” al fine della cura del paziente), abbia consentito di distinguere “un” transfert da “un” controtransfert.
A questo punto, l’autore si interroga sull’importanza diagnostica, in termini psicopatologici, ma anche psicoanalitici, che possono rivestire i sogni di controtransfert e sulle implicazioni tecniche e teorico-cliniche che possono scaturire dal loro uso.
‘I sogni “di controtransfert” “precoci” caratterizzano sia pazienti gravi (con  disturbi strutturali della personalità), sia pazienti clinicamente non molto gravi (con disturbi della personalità  su base prevalentemente conflittuale), ma che hanno il bisogno inconscio di comunicare a livelli di sviluppo prevalentemente primitivi: tali pazienti, infatti, pur non essendo gravi in senso psichiatrico, presentano, a livello intrapsichico (soprattutto per le operazioni difensive più frequentemente usate), caratteristiche tipiche, ad esempio, dei pazienti definiti “borderline”: idealizzazione, simbiosi, identificazione proiettiva massiccia, ecc..’
Tali pazienti, insomma, avrebbero l’esigenza di espellere un’eccesso di contenuti intollerabili, per cui è come se il loro bisogno, quantitativo e qualitativo, di “depurazione” non lasciasse  spazio alla funzione introiettiva.
A livello tecnico, quindi, l’atteggiamento analitico, con  questi pazienti, non può essere di tipo prevalentemente interpretativo (l’interpretazione deve essere indirizzata spesso, invece, all’accoglimento dell’ansia per mezzo della considerazione del transfert relativo al bisogno di rassicurazione, di protezione, ecc.).
La funzione di contenimento dell’analista non prevede, pertanto, un’intervento “esterno” attivo, ma si basa sulla possibilità  di modulare dall’interno della propria mente i movimenti transferali del paziente, le proprie reazioni controtransferali e la dinamica relazionale della coppia analitica.

UN SOGNO DI CONTROTRANSFERT: ‘L’ESPLOSIONE’

Paziente A.
(♀ 23anni – 2′ anno di analisi a tre sedute, e due anni precendenti di psicoterapia a due sedute settimanali)
– Dicembre 2011 – Ultima seduta prima dell’interruzione per le festività natalizie.
Al termine della seduta A mi porge la mano per salutarmi, come sempre fa, ma questa volta, avvicinandosi inaspettatamente, mi dà un bacio e mi augura buone vacanze!
Comunico l’episodio al mio supervisore, che mi ammonisce aspramente, mettendomi in guardia di fronte ad aspetti erotizzati del transfert, già  individuati e discussi in precedenti occasioni.
Paziente B.
(♂ 25anni – 4′ anno di analisi a 4 sedute settimanali)
– Gennaio 2012 – È un momento critico dell’analisi!
La paziente chiede di interrompere l’analisi, in quanto la madre, che ha sempre provveduto al pagamento, si trova in una situazione economica catastrofica, venendo a galla, ‘di punto in bianco’ (locuzione spesso usata dalla paziente), ingenti debiti.
In analisi, parallelamente si attivano ricordi della paziente, legati alla sua infanzia, quando la madre ‘di punto in bianco’, subì un T.S.O.
I toni della paziente, in seduta, sono concitati, con continui attacchi alla madre ‘pazza’, al padre ‘inetto’, al fratello ‘avvoltoio’ e…all’analista ‘non empatica’.
Sogno dell’analista:
– Gennaio 2012 –
Sono in seduta con B. lei piange in modo accorato. Io sto protesa in avanti, verso lei, tenendo in mano dei fazzolettini, come a volerglieli porgere.
Nel silenzio, si ode soltanto il suo pianto, finchè mi giunge un fischio, acuto e fastidioso. Mi chiedo cosa sia, da dove arrivi…guardandomi attorno nella stanza, alla ricerca della sua fonte di provenienza.
Al risveglio, mi sento inquietata dal sogno e mi interrogo sul fischio. Lo associo, immediatamente, alla ‘pentola a pressione’.
Ricordo quelle rare volte che in casa mia, si utilizzava la pentola a pressione, all’inizio del ‘fischio’, mia madre veniva colta da ansia e, preoccupata, chiedeva di toglierla dal fuoco, temendone l’esplosione.
Ricordo quanto la sua insistenza e preoccupazione agitavano anche me che, nonostante tentassi di tranquillizzarla, si arrivava sempre a togliere la pentola dal fuoco, sganciare il coperchio e continuare a cottura normale.
Il sogno sembrerebbe, da una parte, voler seguire la corrente di un appagamento di desiderio:
Paziente piange + Analista consola = scena libidica
(dove la paziente è emotivamente consapevole e                                                          l’analista, come una madre buona e affettuosa,                                                     può accoglierla e consolarla)
Ma la scena libidica viene interrotta dall’intervento del fischio. L’analista ha un’allucinazione uditiva: il fischio sembrerebbe il residuo della colpa, dell’espressione del rimprovero, che blocca, nel sogno, il movimento (investimento) libidico, verso la paz. B.
nts
PA, 11 giugno 2012
Cari colleghi,
l’incontro del prossimo sabato sarà molto ricco per la presenza simultanea dei 2 bei contributi già inviati di Colajanni e Lupo.
Per non appesantirlo e sperando che lo diventi ancora di  più attraverso la discussione collegiale ritengo utile inviare una prima parte del mio commento-contributo. Gli scritti potranno essere letti, ma una precedente lettura più meditata e privata dei testi potrà forse meglio fermentare la discussione
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COMMENTO
Il titolo molto suggestivo dato da Emilia al suo lavoro, ‘A rebours’ nasce dall’inclusione del fenomeno di Silberer, indagato secondo il vertice del CT, fra i fenomeni ipnagogici: Esso ha richiamato alla mia mente oltre che, attraverso Emilia, il bel lavoro di Napolitano,  i contributi teorici di M’Uzan, che ha avuto il merito di avere indagato, con lo stesso vertice metapsicologico,  la mente dell’analista durante la seduta. M’Uzan fra l’altro usa per descrivere ciò che accade una parola simile al ‘rebour’ del titolo di Emilia, una parola forse più gergale e nello stesso tempo più esplicativa ‘a rebousser-temps’.
Mi sembra importante recuperare al di là di questa  suggestione linguistica due punti di convergenza che interessano la tematica del Ct : 1)  l’indagine sulla regressione dell’io dell’analista durante la seduta che contatta quella concernente i fenomeni ipnagogici 2) e sempre secondo un’altra suggestione linguistica il titolo dato da M’Uzan a questa condizione dell’io : la Bocca dell ‘Inconscio. Suggestione metaforica questa che nasce implicitamente da quello sviluppo bene indagato da Napolitano  a proposito dello sviluppo teorico che partendo da Silberer, atraverso Isakover, giunge fino a Lewin con la sua teoria  della trama che  sottende lo schermo del sogno ossia la fantasmatizzazione orale che pesuppone la regressione verso l’oggetto primario: Per una felice coincidenza ciò è presente nelle associazioni di Emilia, come per i fiumi di latte e la terra promessa evocati a partire da un film, che io leggo in contrappunto con la mia reverie sulla terra selvaggia.
Ma intanto l ‘a rebours’  di Emilia o il ‘rebrousse-temps’ di M’uzan oltre ad esprimere (Napolitano) la sincronizzazione delle strutture egoiche in ritirata presuppone a mio avviso, ed in ciò concordo subito con M’uzan, una regressione in cui anche  l’eccitazione (Erregung) camminando a ritroso   determina la comparsa di immagini similallucinatorie.  E ciò per M’Uzan, proficuamente,  e durante le sedute. M’Uzan parla della produzione di un fenomeno che egli chiama ‘chimera’, che nasce da questa regressione topica dell’analista, fatto di parti sia del paziente che dell’analista, su cui in realtà si modula la oscillazione T-Ct: e in un altro lavoro  comparso sul numero monografico delle Nouvelle Revue (L’intime e L’etrangere) parla della chimera come di un figlio ‘mostruoso’ di cui vigilare la crescita e  lo sviluppo, laddove il mostruoso del figlio-chimera va anche inteso a mio avviso come possibilità di mostrarsi e di evolvere.  Prendendo spunto dal lavoro citato da Emila della Kristeva sullla passione ‘maternelle’ questa vigilanza è simile a quella parte della passionalità materna che induce la madre a vigilare e promuovere il distacco dalla madre-Ma al riguardo il lavoro un pò autoidealizzante in senso materno-femminista della Kristeva,pur con la correzione che io farei nel senso di una madre capace   anche di essere soggetto passionale, include  la capacità di assicurare una separazione insistendo  sulla ben conosciuta reverie che farebbe parte pure della capacotà dell’analista.  A me sembre peraltro che M’uzan vada più lontano parlando di un area dove subentra il paradossale e ciò proprio nel suo lavoro sulla “bocca dell’inconscio”. Questa area  si instaura o per meglio dire coincide con quello che M’uzan chiama il “silenzio fondamentale” dell’analista.
Occorre quì seguire M’uzan. Al di là di quanto suggerivo relativamente alla fantasmatizzazione orale propria dei fenomeni ipnagogici, M’uzan ci spiega cosa intende per silenzio fondamentale.  Si tratterebbe di un silenzio che trascende il campo della parola, dove esso potrebbe apparire confuso con le pause che lasciano intravedere sentimenti come attesa, paura, perplessità, angoscia. Esso sarebbe in rapporto con una cesura totale dal campo della parola e forse a mio avviso contatterebbe il ‘terrore’ bioniano. ma in ogni caso, non essendo in rapporto con la sequenzialità temporale del linguaggio e quindi con il tempo, sarebbe un silenzio atemporale e quindi contatterebbe la regione atemporale dell’inconscio, le sue leggi atemporali e i sistemi allucinatori a contatto forse con le cosìdette rappresentazioni di cosa.. Per questo silenzio atemporale M’uzan usa infatti intenzionalmente una metafora atemporale , una metafora spaziale : un silenzio ‘immenso. Immensità aggiungo dove appunto si perdono i confini dell’io:
M’Uzan appoggia il suo pensiero su una fondazione economica energetica che deriva dalla fisica, per cui mi sarebbe piaciuto avere il soccorso nella discussione gruppale del contributo di Riolo, che  funziona come la nostra Mente epistemologica che è alimentata dallincontro rispettoso fra psicoanalisi e fisica. M’uzan valorizza il fatto che i processi sono nell’inconscio atemporali e si ha quindi il diritto di  pensare che essi si effettuano secondo una ‘entropia negativa, ossia in una ‘regressione’ che avremmo la possibiltà di descrivere secondo il linguaggio della fisica come ‘entropia negativa’,una neghentropia  Fa riferimento ossia a un analogo del famoso buco nero della costellazione del Cigno, che esiste come è noto per la conservazione di un sistema teorico, L’entropia con decrescita dell’energia, sarebbe quella dell’inconscio <> : le informazioni non cesserebbero di accumularsi durante il silenzio dell’analista, dove esse guadagnerebbero lo statuto di ricordi inconsci, pronti per essere ordinati in nuove costruzioni. E sarebbe in questo silenzio fondamentale che l’analista raccoglie e trattiene i messaggi provenienti dal suo inconscio e da quello del paziente.
A proposito della chimera. si tratta di vigilare, aggiungo io a quello che dice m’uzan, per restituire al figlio mostruoso ‘chimera’ la libertà, pena la trasformazione di chimera in bastione.
Aggiungo ancora che questo discorso del silenzio fondamentale mi ha intricato ad un doppio livello personale: Il primo si riferisece al mio ‘orecchio pulsante’ (per un probabile colesteatoma) che  mi sollecita potrei dire ironicamente ad attivare contro di esso il famoso ‘terzo orecchio,’, l’atro a un livello teorico che interseca la mia recente attività clinica (quella della ricerca sul Ct e sulla semeiotica acustica):
Mi riferisco ad una recente consultazione di un  musicista che ha finito con dare sostegno a pensieri nati anche da letture non  recenti riguardanti il rapporto fra psa e musica, un interesse riattivato dalla riflessione sull’ironica ninna nanna consigliata da Winnicott nel suo lavoro sull’Odio nel controtransfert.
In musica il silenzio fondamentale è stato indagato da Cage (non Nicolas ovviamente ma John) che ha scritto un pezzo sconvolgente 4’e 33”  dopo avere fatto l’esperienza di essere entrato in una camera anecoica dove però paradossalmente si acuì la sensazione acustica dei rumori del suo corpo e di inellminabili rumori ambientali. Il che per l’appunto dette origine  alla scrittura del pezzo di cui sopra.
Anche se m’Uzan mi richiamerebbe all’indagine sulla dissoluzione di identità di fronte alla morte, non solo silenzio ma anche ascolto  Oreccho anziche bocca
e ciò rispettando le ben note  equivalenze ad es bocca-occhio ma anche  le shakespeariane equivalenze bocca-orecchio.
Forse infatti in ciò che segue penso di discostarmi un pò dal discorso di M’uzan ma senza troppo tradirlo. Pur non aderendo al discorso freudiano sull’istinto di morte, M’uzan propone peraltro il cimento mortale di ogni analisi, sospende il discorso in un suggestivo inquadramento della dissoluzione identitaria che ha a che fare con la morte e, teorico del suo contrario l’alessitimia, egli propone una poetica del diffluente, dell’enigmatco, del fantastico che si svela nel suo linguaggio : il figlio mostruoso è anche ad es il nostro gemello parafrenico.
Per riagganciarmi invece al regno delle madri. ciò che ho detto mi è servito per rilanciare nel discorso materno anche l’importanza da dare oltre che alla reverie, anche all’ascolto materno. Le interpretazioni del pianto del bambino sono affinate dall’orecchio materno sensibile a quei suoni inscrivibili nel registro della musica atonale, Musica questa regresssiva, ma solo nel senso di essere antecedente alla invenzione da parte di Bach della scala ben temperata, progressiva invece perchè  capace di esprimere al di là di quella musica che in genere organizza sentimenti differenziati e compositi, emozioni’ indicibili’. Della funzione ‘materna’ dell’ascolto la citata (da Emilia) Kristeva non ci parla; credo che esso sia altrettanto importante quanto la sua reverie.
Per un circuito non tanto magico questo paziente musicista e musicologo cui ho fatto accenno mi è stato inviato dalla mia audiologa.
Ma vorrei ritornare al paziente dell’Ultima metamorfosi, anch’egli con un viaggio nel silenzio dell’analista del semeion acustico alla  bocca (mentre prima un suo precursore era nella regione dell’olfatto). Una suggestione forse anche non casuale di un ordine genetico. e  tutto ciò nella terra selvaggia visitata in analisi, il contrario della terra promessa della reverie di Emilia. E per certi versi l’incontro nel mio fantasmatico fra oggetto primario e morte (rispettando questa volta m’uzan:
E infine tornare anche a me paziente, con un ricordo del mio transfert. Ancora in analisi partecipavo (erano altri tempi) a tumultuose sedute del centro Romano con la presenza del mio analista. Io ovviamente guardavo Corrao e Corrao pure me: Io ascoltavo e io non parlavo. Corrao mi segnalò in una seduta che durante la mia partecipazione facevo continuamente movimenti con la bocca
Forse per questo nel 1978 mi sono interessato al bel lavoro di M’uzan intgrandolo con le mie ipotesi sull’ascolto e propongo  forse anche qui un circuito di ascolto e di parola, dal vostro orecchio alla vostra bocca.
Tornando ad Emilia vorrei sottolineare che la parentela del fenomeno da lei descritto con i sogni di CT è testimoniato dalla utilizzazione che Emilia ne ha fatto nel suo lavoro clinico. Peraltro il fenomeno in parola mantiene la sua specificità; si allontana dal fenomeno di Silberer classico proponendo un riferimento ad esso anche per la sua quasi-intenzionalità in un’origine dall’alto,  che  potrebbe anche  esser vista come una parentela con ii sogni dall’alto, così come del resto si allontana  dal sogno classico Si conferma pertanto il vertice utilizzato da Napolitano sul tipo diverso di regressione dell’io con relativa attenzione alla sincronizzazione-desincronizzazione delle sottostrutture egoiche.  e l’importanza, per il monitoraggio del CT,  del sogno, quello dell’analista e come detto ormai da molti, anche quello del paziente.
Ma non vorrei sconfinare nel mio commento nella rassegna di Laura Lupo.
Si tratterebbe infatti di continuare a definire utilizzando il suo scritto l’evenienza della nascita del sogno di CT, la possibiltà della trasformazione del CT in sogno, il senso conoscitivo del sogno e sopratutto il senso delle trasformazioni che si originano a partire da esso-
La Lupo ha avuto il merito di fare per noi una esposizione riassuntiva chiara ed efficace dei due unici lavori in lingua italiana esistenti sul sogno di CT: La lettura, non eccessiva peraltro, è comunque ricca ed io ho isolato i due lavori di Zwiebel e Brown che offrono ‘spunti’ interessanti per la problematica di cui sopra.
‘Spunti’, per l’appunto, riprendendo il titolo del suo contributo. Ma lo ‘spunto’ più interessante è la sua esemplificazione clinica. Il sogno di CT riferito ci permette infatti di allargare la prospettiva includendo alcuni punti interessanti quali passaggio dall’assetto psicoterapeutico a quello analitico, interazione T-CT e supervisione con ovvio corollario relativo ad una possibile integrazione oltre che del mondo degli oggetti interni del paziente e diquelli dell’analista, anche di ciò che proviene dal campo allargato analizzato-analista-supervisore-gruppo.
Senza alcuna pretesa di avanzare ipotesi sull’analisi da cui è nato il sogno di CT, il sogno di CT di per sè stimola  inoltre ad alcuni inquadramenti metapscologici arricchiti da moduli teorici accennati nel contesto della riflessione bibliografica e dalla pregnanza di alcuni aggregati immaginari e fantasmatici.
Questo è il lavoro che ha fatto la mia mente e che se dovessi intitolare, riprendendo anche spunti che provengono dal lavoro di Colajanni, intitolerei adozione-rifiuto-adozione,
Ma per far ciò dovrei allungare il discorso: terrò presente i vostri interventi, mentre il       mio si articolerebbe intorno ad alcuni punti , con citazioni
di Danelle Quinodoz
di un mio sogno di CT
di un mio sogno di T
un’altra volta del mio sogno di CT
citazione ancora di Winnicott ma a partire da un  vertice diverso dall’odio
citazione da un altro vertice ancora relativamente al mio sogno di CT
anticipazione, per la riattivazione dell’interesse  per il campo dopo l’ascolto di Riolo, di una mia formulazione, precedente a questo ascolto,  circa quelle trasformazioni    che io chiamo ‘espansive’
(ma di queste penso  che sarà meglio parlare dopo il prossimo seminario di Riolo)
A rivederci
Aldo Costa

[1] S. Freud, L’interpretazione dei sogni, OSF 3 pag. 460. Vedi  anche  Introduzione al narcisismo, OSF 7.
[2] F. Napolitano, Silberer, Isakover e i loro fenomeni, Riv. Psicoanal.1.2000,pag.206. Cfr. anche l’interessante articolo di Fausto Petrella, Percezione endopsichica/fenomeno funzionale, Riv. Psicoanal. 1-1993 pp-101-120.
[3] S. Freud, op. cit. pag. 460.
[4] H. Silberer (1900), Relazione su un metodo di evocazione e osservazione di certi fenomeni allucinatori simbolici, in Riv. Psicoanal., 1993, pag. 91.
[5] Lo stesso stato d’animo di Silberer confrontato per la prima volta con il “fenomeno” ( “ La vivacità dell’inatteso fenomeno mi sorprese, anzi quasi mi spaventò”Cfr. op. cit  pag.84. )
[6] Plasma primordiale costituito da quark e gluoni , una sorta di liquido quasi privo di attrito, uno stato della materia che precede la nucleo- sintesi.
[7] H. Silberer,op.cit. pag. 91.
[8]Sul concetto di isomorfismo vedi A. Ginzburg, L’isomorfismo: Un’area transizionale nella esperienza clinica, Riv. Psicoanal., 2006, LII. 3. , pp. 725-741.
[9] S. Freud, (1905) Il Motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, OSF V,  pag. 155.
[10] Emblematico per questa categoria di sogni quello della monografia botanica di Freud ( O.S.F. 3 pag. 61).
[11] J. Kristeva ,La passion Maternelle (www.Kristeva.fr/Passion_maternelle.html)
[12]J. B. Pontalis (1975) A partir du contre-transfert: le mort et le vif entrelacés, in “La Psyché”, NRP 12 1975.
[13] F. Riolo,  Naufragio senza spettatori , Riv. Psicoanal., 1998; XLIV; 2.